Oggi esce su Sky Atlantic The Deuce: papponi, puttane, luci intermittenti da cinema di serie B, pioggia e marciapiedi neri come pece. Si sente la puzza di piscio e cemento attraversare lo schermo.

Alle spalle HBO, Michelle Maclaren — già regista di serie come Breaking Bad e Game of Thrones — James Franco (tipo uomo duplicato), Maggie Gyllenhaal e una sporca e sudata New York che cerca di passare indenne gli anni Settanta. The Deuce – La via del porno è l’oscuro panorama all’interno del quale ci muoviamo, ed è tutto merito di David Simon e George Pelecanos, già autori di The Wire.

Se c’è una nevrotica costante all’interno delle produzioni HBO degli ultimi tempi è il sesso. The Deuce sembrava quindi un invito a trasformare la casa di produzione americana in un sito tipo You Porn, ma questa volta per fortuna le cose sono andate diversamente — se volete scene di sesso in HD, girate con un minimo di pretesa di autorialità, potete riguardare le prime tre stagioni del Trono di spade. The Deuce, nonostante le presentazioni, è qualcosa di totalmente diverso: è petrolio, sozzura, bassifondi, volksgeist americano tout court. In una parola? Sporco.

Negli ultimi anni – soprattutto in seguito alla crisi economica del 2008 – si è tornati a discutere della netta separazione tra classi sociali americane. Lo spaccato tra ricchi e poveri si è trasformato in un abisso e, qualora qualcuno voglia provare a scrutarci dentro, è meglio ricordarsi che è poi “l’abisso a scrutare dentro di te.” La middle-class è scomparsa: nella terra dei sogni sono rimasti solo paradiso  e inferno. Simon e Pelecanos raccontano quindi un inferno primordiale, uno dei luoghi storici dove il degrado che oggi conosciamo ha avuto origine: gli anni Settanta.

La disinformazione dilaga, yuppies affamati come squali si arroccano sulle vette del cielo, la cocaina traccia le strisce pedonali per le strade — si scopa, si scopa anche troppo. Contraccettivi? È l’epoca dell’HIV, della follia, dell’incoscienza e della disperazione.

Donne da tutta l’America migrano in massa nella grande mela in cerca di opportunità. Italo-americani e neri si muovono come ratti nei bassifondi di Manhattan. Quelle donne spaesate, invece, trovano salvezza sulla strada. Vin, interpretato da James Franco, è un barista che si divide tra le due rive di Manhattan, ma questa non è la sua storia. Non è nemmeno la storia di Frankie (sempre James Franco), fratello gemello di Vin indebitato fino al collo con la mafia locale; o quella di Candy, Maggie Gyllenhaal, prostituta indie che si guadagna quello che guadagna solo per mandare i soldi al figlio. No, è la storia di Deuce, una strada, la strada dove tutto è cominciato. È lei la protagonista. Lungo questa strada, costituita da luci giallo vomito, arrapati di prim’ordine, prostitute disperate e papponi incazzati, prende forma la storia del porno, dell’HIV e degli uomini che, per anni, hanno raschiato il fondo del barile.

the deuce

Siamo in una camera di uno squallido motel fuori città: la coppia che ha pagato la stanza ha appena finito di consumare carne, lenzuola e aria. Si sentono delle urla fuori dalla porta. L’uomo si alza per controllare che cosa stia succedendo. Le urla provengono da un ripostiglio in fondo al corridoio. Un pappone decisamente alterato sta minacciando con una lametta da barba quella che sembra una delle sue prostitute. L’uomo osserva in silenzio la scena.

The Deuce dovrebbe parlare del porno, ma prima del porno c’è l’umano, un realistico ritratto dell’uomo. Il porno nasce come autodifesa. Il porno è sullo sfondo, non è un’esigenza narrativa, è una necessità storica che lentamente si palesa. I personaggi sono calati nel tessuto storico sociale di una New York prossima al collasso, sporca, puzzolente e coatta. Il porno diventa dunque parte di questo grande dipinto: non è né il pittore né l’oggetto affrescato. È il riflesso di Van Eyck nello specchio del Ritratto dei coniugi Arnolfini: senza di quello il quadro scompare; scompare nonostante sia solo un dettaglio, un dettaglio distante, lontano, eppure estremamente prossimo allo sguardo.

Ma ciò che soprattutto emerge da The Deuce è l’impotenza – impotenza che in certi casi si traduce in impotenza sessuale – ma qui è l’impotenza di poter fare altro, di redimersi da una condizione sociale e culturale degradata. La si accetta e si fa finta di niente quando un pappone fuori di sé minaccia la sua troia in un sudicio motel. Alla fine siamo tutti cosi, un po’ sfigati, un po’ stronzi, un po’ puttane e un po’ papponi. Indifferenti.

— FIN —

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