Mentre gli Stati Uniti si interrogano sull’omertà di Hollywood, in Italia preferiamo scagliarci contro le vittime. Come al solito.

Una vera e propria bufera mediatica si è scatenata attorno al caso di Harvey Weinstein, il produttore cinematografico americano accusato di aver molestato sessualmente almeno tredici donne appartenenti al mondo di Hollywood.

Le dichiarazioni rilasciate dalle vittime — tra cui Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, Cara Delevingne e Ashley Judd — riportano alla luce immagini già viste e riviste nel mondo dello spettacolo: il laido produttore di mezz’età, potente e ricco che, al bancone di un esclusivo club di Los Angeles, palpa il seno della giovane avvenente attrice di turno. Un clichè, radicato nell’immaginario comune. Una violenza normalizzata, sepolta dai lustrini di un mondo che “è così che funziona, lo sanno tutti”.

Come evidenzia un articolo uscito su Digg, a Hollywood la condotta di Weinstein era nota ai più. Singolare l’episodio di Seth MacFarlane che, annunciando le nomination agli Oscar per la migliore attrice non protagonista, conclude con “Congratulazioni a tutte e cinque, non dovete più fingere di essere attratte da Harvey Weinstein!”

Era il 2013. Ieri MacFarlane, su Twitter, ha dichiarato che era conoscenza delle violenze del produttore. La sua “battuta” era dovuta a quello. Il pubblico in sala, però, ha riso.

Brook Barnes, nella sua inchiesta per il New York Times, mostra tutta l’ipocrisia del mondo di Hollywood, che preferisce stare in silenzio. “Da giovedì a sabato ho telefonato a più di 40 personaggi del mondo dello spettacolo, e quasi tutti si sono rifiutati di parlare — spiega il giornalista — Alcuni usavano come scusa il fatto che le loro agenzie o manager dovessero prima approvare le loro dichiarazioni, mentre altri motivavano il loro silenzio con giustificazioni che mettevano chiaramente in luce il quadro di una comunità intrappolata da paura, interessi personali e ipocrisia.”

Rose McGowan, una delle attrici che ha denunciato Weinstein, lancia un appello alle donne: “Signore di Hollywood, il vostro silenzio è assordante.”

È così che funziona, lo sanno tutti.

Ma, ovviamente — mentre negli USA si stanno interrogando su come sia possibile che il mondo di Hollywood, spesso in prima linea per denunciare abusi e violenze, sia così remissivo quando gli abusi e le violenze vengono perpetrate dai suoi stessi protagonisti — in Italia l’opinione pubblica si scaglia contro le vittime. Perché, ricordiamocelo, questo è il paese in cui una vittima di stupro “se l’è cercata,” “doveva stare più attenta,” “solitamente sta esagerando.”

Tra le attrici che hanno denunciato gli abusi di Weinstein c’è anche Asia Argento. L’attrice italiana ha confessato di essere stata vittima nel 1997 di un’aggressione da parte del produttore, che la costrinse a un rapporto orale. In seguito ebbe altri rapporti sessuali con Weinstein, spinta dalla paura: “Ho pensato che avrebbe distrutto la mia carriera se gli avessi detto no. Quando ero davanti a lui mi sentivo piccola, stupida e debole,” ha raccontato l’attrice al New York Times.

Paura di perdere la carriera, paura di subire gravi conseguenze, senso di colpa e disgusto per se stessa. Sensazioni che emergono spessissimo quando si parla di stupro.

Eppure Asia Argento è stata insultata. Perché “Asia Argento ha un tatuaggio sul pube, è una zoccola e lo meritava”. E poi, “Dario Argento chi? questa aveva proprio bisogno di trombare col produttore per fare carriera. e questo perché? perchè è una troia. troia. troia. troia”.

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Parafrasando l’articolo di Brook Barnes, “Benvenuti in Italia, dove troverai sempre una donna pronta ad accusarti di essertela cercata; dove le donne usano ancora “troia” come insulto, non capendo che, così facendo, non fanno altro che rimpolpare le fila del sistema che le discrimina; dove, in uno stupro, ha comunque un po’ ragione lo stupratore.”

Benvenuti in Italia, dove ti accuseranno di essere stata una vigliacca per aver denunciato il tuo stupro solo vent’anni dopo.

E dove Selvaggia Lucarelli, regina indiscussa del parlare a sproposito, proverà a spiegarti (in un post che ha dell’allucinante) che “Siamo adulte, le molestie sono orrende ma non sono violenze sessuali. Possiamo dire no” e poi, poco più avanti:

“Ora. Francamente. Vai a letto con un bavoso potente per anni e non dici di no per paura che possa rovinare la tua carriera. Legittimo. Frigni 20 anni dopo su un giornale americano raccontando di tuoi rapporti da donna consenziente tra l’altro avvenuti in età più che adulta, dovendo attraversare oceani, con viaggi e spostamenti da organizzare, dipingendoli come “abusi”. Meno legittimo.”

Ora. Francamente. È possibile che Selvaggia Lucarelli non sappia che, in alcuni casi, dire no è impossibile? Che se vieni intrappolata in una stanza con un uomo in accappatoio che ti tira sù la gonna costringendoti a subire la sua lingua tra le cosce, forse “non potevi dire no?” è una domanda anche troppo stupida per essere formulata?

Possibile che, davanti ai tanti stupri di cui ogni giorno si legge, davanti alle dichiarazioni delle donne, davanti alle ripetute spiegazioni degli effetti psicologici dello stupro sulla vittima, ancora ci sia gente che osi puntare il dito contro chi per anni ha avuto paura di confessare?

Possibile che, al posto di parlare di come Hollywood insabbi da anni storie come quella di Weinstein, siamo qui a chiederci se Asia Argento sia o meno una vittima?

Jia Tolentino del New Yorker spiega, per l’ennesima volta, come un uomo potente come Weinstein tenga legate a sé le proprie vittime. Un uomo che ha in mano le carriere di queste donne.

Questa, credo, è la ragione principale per cui certe donne mantengono rapporti con chi le ha assalite. Quando si è trattati come oggetti, proprie caratteristiche sono inevitabilmente ricontestualizzate. Se un uomo interpreta la vostra giovinezza come vulnerabilità sessuale, può farvi sembrare che non abbiate altra scelta se non esserlo, vulnerabili — dopotutto, non avete scelta se essere giovani o meno.

Non avere scelta, sentirsi colpevoli della propria bellezza, o della propria giovinezza. Sentirsi sporche, fare sesso di nuovo con quella persona, fingendo che sia consenziente, per convincersi che anche quella prima volta fosse così. Perché è così che funziona, lo sanno tutti.


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