Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo e un suo progetto che sveliamo giorno dopo giorno sul nostro profilo Instagram. Questa settimana Giuseppe Iannello ci racconta del suo progetto sulla città di Gibellina, un viaggio tra la città vecchia e quella nuova, dove la memoria diventa il cardine di una società che ha perso i suoi riferimenti fisici e iconografici.

È in corso una mostra a Milano, presso lo Studio Museo Francesco Messina, dove è possibile vedere le fotografie del tuo progetto in bianco e nero: fotografie di proiezioni di immagini d’epoca. Il tuo lavoro si compone anche di fotografie a colori però.

Sì, perché il progetto, che coincide con la mia tesi finale di laurea, è stato diviso in due parti per via di un cavillo universitario: la richiesta da parte dell’università (la University of South Wales ndr) era di portare un progetto per ogni semestre, per questo il lavoro ha preso forma in due sezioni, la prima in bianco e nero mentre la seconda a colori. In università ho portato come tesi finale, al secondo semestre, il progetto a colori, ma naturalmente per quanto mi riguarda il progetto è unitario, comprende tutte le fotografie che ho scattato.01Per realizzare la prima parte del progetto, ovvero le immagini che si vedono in mostra a Milano, ho trascorso molto tempo nella vecchia città, meglio conosciuta oggi semplicemente come il Cretto di Alberto Burri (Gibellina, Trapani).

È stato un lavoro di indagine sull’archivio e la memoria. Intervistando gli anziani del paese, qualcuno mi ha consegnato immagini del paese prima del terremoto del 1968; ho anche recuperato le fotografie dai giornali o dai libri che gli stessi anziani avevano conservato. Raccolte le immagini, il passo successivo è stato quello di scansionarle, per poi proiettarle sul Cretto e fotografarle.02Come e quando hai realizzato le fotografie?

Devo premettere che l’idea iniziale era quella di proiettare l’immagine del paese per intero, ma questo si è rivelato molto complesso, pertanto ho cambiato completamente strategia per soffermarmi su particolari dettagli delle fotografie selezionate.

Le fotografie le ho relizzate di sera, munito di generatori, luci, proiettori, e naturalmente macchina e cavalletto. Una volta sul posto scieglievo i luoghi, guidato dalle crepe del muro, perché quello che mi interessava erano le fessure, le texture della parete.

Lo spettatore effettivamente si trova davanti immagini crepate, graffiate.

L’idea era quella di far vedere una immagine che svanisce, un ricordo rovinato dal tempo, le pareti del Cretto mi hanno permesso di rendere questa idea.

Le fotografie d’archivio come le hai selezionate?

Io ho cercato di selezionare i simboli del paese. Per chi non conosce Gibellina magari non è del tutto immediato, come me peraltro, che ho conosciuto meglio Gibellina durante la realizzazione del progetto. Due esempi sono il Cristo, che in realtà è San Rocco, il Patrono della città: un simbolo, in questo caso, religioso. C’è poi una fotografia di una colonna, una delle colonne della Chiesa Madre, che non esiste più. A Gibellina nuova tutto ciò non c’è più, e purtroppo non si parla solo di una Chiesa ma di un punto di riferimento importante per il paese; oltre alla chiesa sarebbero da elencare anche molti altri luoghi come il Corso, il barbiere, il bar. Gli anziani del paese hanno perso questo senso di sicurezza che era dato dall’unione di tutti questi simboli, la città vecchia tutta.

Nella nuova città tutto ciò è andato perduto: il Corso non c’è più, la Chiesa è moderna, gli anziani non si riconoscono più in tutto ciò, hanno perso i punti di riferimento. Ho dunque selezionato i simboli di una città e di una società.

In mostra è presente anche un video, che lascia un punto interrogativo, con la scritta “nobody belived that the town had collapsed,” e poi il silenzio.

Il video comprende anche alcune riprese della Rai. Il terremoto che ha colpito Gibellina è stato il primo ad essere documentato dalla televisione, trasmesso in tutte le case, era un momento in cui in tutte le case ormai era presente un televisore, o almeno era possibile vedere le immagini in compagnia di qualcuno.

È interessante notare come siano stati proprio i giornalisti a cambiare l’accento della valle da Belìce a Bélice, per maggiore facilità.  

Anche questo aspetto rientra nel discorso identitario di un paese.

Certo, è uno dei punti che fanno parte dell’identità di una comunità che viene a poco a poco a mancare. Se prendiamo ad esempio la città nuova, che hanno voluto chiamare Gibellina Nuova, purtroppo è rimasto ben poco nei fatti: è stata costruita vent’anni dopo, senza mantenere alcun riferimento alla città scomparsa. Tutti i riferimenti sono nella memoria degli anziani, ma anche giovani e giovanissimi. Io ho fotografato alcuni bambini che avevano una decina d’anni ai quali ho chiesto cosa sapevano loro del terremoto: la cosa sorprendente è che sanno tutto, perché la storia viene tramandata. Essendo un fatto molto significativo, impresso nella memoria degli anziani, viene oggi tramandato ai giovani.03Nella seconda parte del tuo progetto, con le fotografie a colori, è evidente questo aspetto.

Sì, la seconda parte del progetto è molto più incentrata sulla memoria, un bene da tramandare e custodire. All’interno del video, così come nel libro che ho realizzato, sono presenti alcuni estratti delle interviste che ho fatto.

Sono stato all’interno dei Circoli, dove gli anziani parlano continuamente della vecchia Gibellina. Tra gli altri ho avuto l’occasione di parlare con Carlo La Monica, un artista che ha contrbuito molto durante la ricostruzione del paese; è con lui che mi è venuta l’idea delle fotografie in bianco e nero, mentre mi raccontava dei suoi sogni in cui ricordava il vecchio paese. Le immagini dei sogni erano in bianco e nero.

I ragazzi invece hanno memoria del vecchio paese senza averci mai vissuto, perfino dei momenti del terremoto. Lo hanno sentito raccontare talmente tante volte che ora il ricordo è parte di loro. La cosa che io ho immaginato è che questa storia non morirà mai, che verrà tramandata in eterno. Questo aspetto dei bambini mi ha colpito molto. I bambini di sei anni potrebbero facilmente distrarsi sentendo parlare di terremoti piuttosto che di fiabe.


Giuseppe Iannello è un fotografo che vive a Palermo. Si è recentemente laureato in Documentary Photography presso la University of South Wales. Il suo primo approccio alla fotografia lo ha visto utilizzare macchine a pellicola, che ancora oggi predilige. Attualmente sta esplorando diversi campi delle arti visive, intervenendo direttamente sui luoghi urbani attraverso cutting off e proiezioni, spingendo i confini tra un lavoro tradizionale bidimensionale e tridimensionale. Ha recentemente vinto il Ragusa Fotofestival e il progetto sarà in mostra nell’edizione del 2018.


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