Blade Runner 2049 è un bel film, visualmente spettacolare e ambizioso. Ma è la premessa stessa di Blade Runner che non è invecchiata bene.

Quando Blade Runner uscì nelle sale, oltre 35 anni fa, le reazioni furono contrastanti. Se le riuscite atmosfere cyberpunk e il comparto tecnico — fra cui una colonna sonora perfetta firmata da Vangelis — furono da subito apprezzati dal pubblico e dalla critica, ne vennero però sottolineate la lentezza del ritmo e una trama di scarso impatto. La contemporanea uscita di altre opere fantascientifiche, come E.T. e La Cosa, fece perdere l’uscita agli occhi di un pubblico allora relativamente meno abituato alle opere di genere.

Lo status di film di culto arrivò negli anni successivi soprattutto attraverso la riscoperta dell’opera di Philip K. Dick, autore di quel “Cacciatore di androidi”  da cui il film è tratto, e l’uscita di una serie di nuovi cut supervisionati dal regista Ridley Scott, di cui la Final cut del 2007 rappresenta la definitiva.

Oggi, il film viene annoverato tra i film di fantascienza che hanno definito il genere.

È in questo contesto, e con questo pedigree che Blade Runner torna al cinema — un capolavoro che ha fatto fatica a farsi riconoscere, che pone qualunque recensore in estrema difficoltà. Ci troviamo di fronte a un altro?

No. Avendo bene in chiaro questo punto si può dire che questo sequel è riuscito nella difficile impresa di rievocare le atmosfere del primo, pur senza scadere nella mera operazione commerciale.

L’ambientazione è sempre quella di una futuristica, sporca e multiculturale Los Angeles. Siamo nel 2049, 30 anni dopo le note vicende del primo episodio. L’industria Tyrell è stata acquisita da Niander Wallace (Jared Leto), l’antagonista ora responsabile della produzione dei nuovi replicanti. Ci muoviamo in questo universo attraverso l’Agente di polizia K. — interpretato da un ottimo e monoespressivo Ryan Gosling — incaricato di “pensionare” i vecchi modelli di replicanti, proprio come lo storico agente Deckard interpretato da Harrison Ford.

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Il film a livello visivo è incredibile.

Anguste vie della città contrapposte a campagna desolante e zone radioattive di Las Vegas, oramai sommerse dal deserto che copre gli ultimi segni di civilizzazione e consumismo. Denis Villenueve dimostra tutto il suo talento dando in pasto al pubblico inquadrature perfette, quasi quadri di Hopper, che mostrano visivamente tutta l’alienazione dell’Agente K.

Buona parte del merito va senza dubbio dato a Roger Deakins. Il navigato direttore della fotografia riesce a destreggiarsi fra ambienti urbani illuminati dai soli neon pubblicitari, aridissimi spazi desertici e, ancora, stupendi giochi di luci degli uffici dell’industria Wallace.

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Punto debole del film senza dubbio Jared Leto, non credibile. Dalle infradito giapponesi, ai capelli ricoperti di gel qualcosa del personaggio sembra semplicemente non funzionare: è troppo dichiaratamente cattivo.

“Ho visto cose che voi umani…” — così Roy Batty si consegnava alla storia del Cinema in Blade Runner. Un discorso faceva davvero montare il dubbio se la persona che stavamo osservando fosse realmente “il cattivo,” oltre all’antagonista, se le sue azioni non derivassero da desideri condivisibili anche da noi spettatori. Così la demarcazione etica tra “bene” e “male” si faceva così labile che le nostre certezze cominciavano a vacillare. In questo sequel non c’è spazio per questo tipo di finezza: fa propria una narrazione più lineare, in cui buoni sono gli oppressi dalla società e i cattivi sono gli oppressori con le idee pazzoidi — fine. Un messaggio figlio di tempi contemporanei dove queste distinzioni hanno bisogno di essere rimarcate, quanto l’originale era figlio delle incertezze dei propri tempi.

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Gli anni si fanno sentire anche di fronte alla centralità delle tematiche di cosa sia considerabile vita e cosa sia artificiale — diventate centrali non solo nella narrativa fantascientifica, ma di fatto, del discorso quotidiano. Al cinema e sul piccolo schermo sono state affrontate da Spike Jonze con il suo Her (2013), così come da diversi episodi di Black Mirror, visti da mezzo mondo.

35 anni dopo Blade Runner è tornato in grande stile. Decantato inizialmente dalla stampa come un capolavoro, il film di Villeneuve si dimostra qualcosa di meno: un ottimo blockbuster con aspirazioni autoriali. Non è innovativo come l’originale fu un tempo, ma è sicuramente un film di grande impatto, girato bene e raccontato meglio. Soffre inevitabilmente dell’eredità dell’originale e di una percepibile assenza di quella filosofia postmoderna tanto amata dai fan di tutto il mondo. Un’operazione forse poco utile, ma senza dubbio riuscita.

— FIN —