I nostri momenti Wow al Circolo Magnolia

Il Circolo Magnolia è da più di dieci anni un caposaldo della musica dal vivo a Milano, tra serate storiche e una programmazione che tanto d’estate quanto d’inverno non ha nulla da invidiare ai migliori club europei. Per ballare al dj set di Spazio Petardo o per sentire i Deerhunter, tutti ci siamo andati almeno una volta.

A fine ottobre torna WOW, una rassegna di musica indipendente che da tre stagioni porta sul palco del Magnolia alcuni degli artisti più interessanti e freschi della nuova scena italiana. Ma non solo musica: ci saranno vinili, fanzine, serigrafie, videogiochi retrò, per una serata a tutto tondo, da festival estivo anche nel cuore dell’inverno. E ci saremo anche noi, come media partner di tutta la rassegna. Interviste, dirette, approfondimenti: ne vedrete delle belle.

Per festeggiare, abbiamo raccolto i migliori ricordi che ci legano al Circolo — i nostri momenti wow!, potremmo dire. Ne avrete di sicuro tanti anche voi: se vi va, raccontateceli.

Buona lettura, e ci vediamo sabato 28, a sentire Giorgio Poi, halfalib e Plateaux.

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Cenerentola

Per me il Magnolia è sempre stato quel luogo magico tra Segrate e terra di nessuno che mi rendeva fiera dell’abitare in provincia, a dieci minuti di motorino dalla patria della musica live, le birre e i musicisti della scena indie milanese. Mi ricorda il liceo, mi ricorda l’università, mi ricorda le serate passate a consolare l’amica che veniva sedotta e abbandonata dal barista carino. Una volta a una serata toga party sono finita nel backstage a chiacchierare con una band swing, a caso. Poi durante il dj set siamo finiti a ballare sul palco. Ma solo per qualche minuto, giusto per provare l’ebrezza e avere qualcosa da raccontare ai nipoti. Quella sera provai — con scarso successo — a emettere suoni da un enorme trombone. Emisi dei versetti, mi chiedo tuttora come sia possibile suonare quello strumento.

Mi ricorda il liceo, mi ricorda l’università, mi ricorda le serate passate a consolare l’amica che veniva sedotta e abbandonata dal barista carino.

Un’altra volta invece sono finita a pogare durante una serata a caso — credo fosse il solito Spazio Petardo — ma a un certo punto persi una scarpa. Dopo dieci minuti — sempre nel pogo — vidi una mano volante che teneva la mia scarpa in mano, era di un ragazzo che quella sera mi diede prova che si può avere fiducia nell’umanità. E che si possono ritrovare le scarpe perse nei poghi. Mi ricordo tante partite giocate a biliardino, bevendo sbagliati. E sono una pippa a biliardino. Infatti ci gioco solo da ubriaca. Ma a parte le bevute eccessive, alla fine il Magnolia rimane sempre quel punto fermo che mi ricorda che ero una liceale di provincia che andava a sentire i Calamari e si sentiva un po’ più grande quando ci andava di sgamo in motorino.

Fast and Furious

Non so bene come io sia arrivata al Magnolia. E intendo letteralmente.

Avevo la patente da circa due settimane, ero ancora certa che i 50km/h fosse una velocità eccessiva per qualsiasi autoveicolo e, fresca di scuola guida, mettevo la freccia a sinistra per entrare nelle rotonde — “chi ti ha insegnato a guidare, criminale!” mi disse un distinto signore mentre entravo nella rotonda di via Cagliero. Da allora niente più freccia.

Eravamo io e la mia migliore amica, pure lei neopatentata, vestite pseudo anni Cinquanta — nel senso rossetto rosso e gonna plissettata, stereotipate ma giuste nel ruolo, perfette per una serata a tema. La mia amica si era pure fatta acconciare i capelli per l’occasione, e io indossavo un cappello a tesa larga con cui non vedevo assolutamente nulla.

Siamo arrivate dopo aver percorso il Forlanini almeno 3 volte in ambe le direzioni, aver fatto circa sei giri della rotonda davanti all’entrata del Magnolia, ed esserci perse nel parcheggio di Linate. Una volta fatta la tessera e entrate nel club abbiamo brindato a quel posto introvabile e al nostro scarso senso dell’orientamento.

Ora quella strada potrei percorrerla ad occhi chiusi, il cappello a tesa larga è stato, col senno di poi, uno degli accessori meno appariscenti con cui mi hanno vista entrare, e sono diventata molto più brava a prendere le rotonde. Però brindo ancora, prima di ogni serata al Magnolia, come fosse un rito. A te, Circolo Magnolia, che mi hai insegnato che una strada la si trova sempre — soprattutto se in fondo alla strada c’è la birra e la musica bella.

Piantare le tende

La mia prima volta al Magnolia risale ad una Notte della Tempesta del 2009 — io 16enne, ci arrivammo prendendo la 73/ da S. Babila, scendendo a Linate e andando nella direzione opposta alle piste di atterraggio (all’epoca né smartphone né Google Maps potevano aiutarci). Mi ricordo le macchine che ci sfioravano e noi in fila indiana che ci tenevamo per mano.

Quella sera gli headliner erano i TARM e nel palco piccolo suonava uno sfigatello che si chiamava Vasco Brondi (di cui mi piacque solo la maglia, che ho ancora). Da lì il Magnolia divenne il centro delle mie uscite, soprattutto una volta presa la patente. Ricordo un Idroparty in cui rimasi 12 ore di fila, dalle 11 di mattina alle 23 di sera — quando arrivammo la mattina non c’era nessuno (neanche i vecchi che giocano a bocce), e studiammo per ore la posizione ottimale per il tavolo dei primi in modo da evitare che fosse sotto il sole tutto il giorno. Dopo quella serata lo striscione della radio venne perso per giorni finché qualcuno non lo ritrovò nel magazzino del Magnolia. Inutile direi che aspetto ancora un festival grazie al quale possa piantare le tende (letteralmente) all’Idroscalo e svegliarmi con il suono del Milano-New York delle 9.40

Il biliardino

Ci sono poche cose al mondo che, con somma modestia, posso dire di fare un po’ meglio rispetto alla media. Una di queste è giocare a biliardino — o calcetto, o calciobalilla — anzi, calciobalilla no perché il Magnolia è un circolo ARCI, non il baretto di fasci del paese.

Venendo da fuori Milano, ho messo piede la prima volta al Magnolia solo qualche anno fa, dopo aver compiuto i vent’anni. Un po’ ero emozionato. Al Magnolia sapevo che suonavano un sacco di gruppi importanti, era a Milano, era un posto figo. Quel giorno c’era la serata Twist and Shout. Figa pure quella. Ballo un po’ — anzi, ballo un bel po’, mi diverto, sudo come un animale, mi stanco e con me si stancano anche tutte le persone con cui sono lì. Decidiamo di fare pausa e ci ritiriamo in un anfratto. Mi siedo e, in un attimo, vedo qualcosa che prima non avevo notato e ora mi fa turbinare la mente pur essendo sobrio e senza droga io non mi drogo mai cazzo—

IL BILIARDINO

La stanchezza passa subito e in un attimo sono a bussare per sfidare il vincitore regnante. A questo punto potrei lanciarmi in una tanatopica e autocompiaciuta descrizione del macello dei miei avversari, dei brandelli delle loro carni da me divelti, delle loro povere lacrime mentre perdevano una partita a meglio dei tre dopo aver segnato quattro soli gol in totale. Ma non lo farò.

Magnolia love story

La prima volta che sono entrato al Magnolia ci sono andato perché sapevo che in quella serata c’era una ragazza con cui mi sentivo da un po’. Nulla di troppo serio, anzi. Ero quasi certo che mi stesse pisciando.

Il Magnolia distava circa un’ora e mezza dalla mia casa di provincia. Praticamente un’infinità per un concerto infrasettimanale. Arrivo, chiamo un mio amico, in realtà un amico in comune. Il ponte tra me e lei. Arrivano, saluto lui e lei ha già i suoi occhi incollati su di me. Che io non ci credevo fosse possibile. Ero talmente bloccato che per farsi baciare lei ha dovuto quasi prendermi a schiaffi.

Tornato a casa ho pensato “Però non male ‘sto Magnolia”.

La seconda volta invece ero con un amico e una sua amica. Stavamo andando ad un MiAmi di mille anni fa. Tornato a casa dissi al mio amico qualcosa tipo: “La prossima volta però puoi portare con te qualcuno di meno fastidioso?”

L’anno dopo, un altro MiAmi con quella persona fastidiosa di un anno prima — ma stavolta iniziavamo a costruire una storia bellissima.

Qualche anno dopo, quella stessa storia mi aveva buttato sotto un treno. Così un luglio ho preso la macchina e ho fatto quell’ora e mezza che separava me da un festival piovoso in solitaria al telefono con una persona che mi ha tirato fuori da sotto quel treno e che oggi mi tiene per mano ogni volta che al Magnolia ci entro.

Ci vuole fegato

Ci sono persone che sono bravissime a organizzarsi, e persone che progettano con precisione i propri costumi di Hallowe’en. E poi ci sono le persone che, pochi minuti prima di uscire realizzano che ad un Hallowe’en al Magnolia si va mascherati. Ricordo con abbastanza chiarezza il messaggio con cui mi si chiedeva da cosa mi sarei vestito io, e la corsa nell’armadio per cercare di capire cosa potevo fingere di avere preparato. Un breve censimento, scartato vecchi gadget che a cosa stavo pensando quando li avevo comprati, era: niente. Sul fondo dell’armadio un solo oggetto che — cosa ci faceva sul fondo dell’armadio? Non lo so — poteva essermi utile, una tela da acquerelli.

Cosa te ne fai di una tela da acquerelli? Beh se è il 2011 e siete dei nerd di politica americana, la risposta è chiara: erano iniziate solo due mesi prima le manifestazioni di Occupy Wall Street, e quale miglior costume che il peggior incubo del capitalismo affarista statunitense? Sì: potrebbe essere stata una delle idee peggiori della mia vita.

Momenti topici:

  • Non ricordo con cosa ho fatto l’asta del cartello
  • Non so perché sopra i miei vestiti — i miei vestiti normali — ho deciso di aggiungere un foulard rosso
  • I 20 secondi di scambio di sguardi col buttafuori del Magnolia che mi ferma perché ho un oggetto contundente, legge il cartello, e decide che mi fa entrare anche se sono cretino
  • Un sacco di chiacchiere con sconosciut* e almeno qualche follower su Twitter guadagnato — sul cartello c’era il mio handle di Twitter — perché se ci si traveste da hypebeast patetici del 2011, bisogna farlo fino in fondo

(Ci sono foto di questa disgrazia, ma sono state censurate)

Borse di tela, furti e incontri

Al Magnolia ci vai perché vai al Magnolia, quasi mai ci capiti per caso. Io ci sono sempre andata per i concerti, talmente tante volte che penso di averli visti tutti lì, nella saletta dentro d’inverno e nei palchi per il parco d’estate. La mia borsa di tela preferita l’ho presa lì, ha un viso di donna con i capelli lunghi al vento stampato sopra, un disegno di Toffolo. L’ho usata fino all’usura e l’ho rattoppata talmente tante volte che non ha quasi più nulla dell’originale, se non il volto, ora l’ho appesa a un chiodo nella mia stanza, come un quadro.

Una sera di qualche anno fa ci sono capitata per caso al Magnolia e, quella sera, mi hanno rubato il cellulare da sotto il naso mentre ballavo. Mi sono sentita stupida e per alleviare il senso di sconfitta ho iniziato prima a disperarmi con gli amici e poi a pretendere che il locale mi offrisse almeno un drink. Alla fine me l’hanno offerto per davvero il drink, e io l’ho diviso con un ragazzo appena conosciuto. Lui si annoiava per la musica e io mi lamentavo per il telefono. Mia madre ogni volta che parla di noi, mentre la prego di non farlo, ripete sempre la stessa frase con quel piglio da morale della favola: “Quella sera ha perso un telefono, ma ha guadagnato un amore!”

Amore che vieni, patente che vai

Prima volta al MiAmi e primo concerto dei Pop X. Quella sera mi sono goduto il gotha dell’indie italiano e ho bevuto più birra del necessario. Poi mi sono mosso verso quello che allora si chiamava Waxman Brothers Backyard. Arrivato a destinazione ero alticcio, sudato e trasandato. Mi sentivo sfatto ma felice. Era tardissimo, avrei dovuto essere sfinito e invece avevo energia da vendere. Di più, da svendere. Così, ricordo, mi sono aperto la strada tra i fan indemoniati sgomitando, intrufolandomi, conquistando faticosamente la prima fila a furia di calpestii di scarpe, spallate involontarie e conseguenti tentativi, anche questi pericolosi e del tutto accidentali, di far strabordare i drink e le birre altrui.

Il concerto dei Pop X era ormai iniziato. A trattenermi giù dal palco non c’erano le solite transenne ma i bicipiti di un paio di buttafuori emotivamente impreparati a dover affrontare l’entusiasmo straripante di quel venerdì sera, la gioia spensierata di centinaia di persone, la voglia di svago e scazzo costi quel che costi. Anche io ero impreparato. Mi trovavo a ridosso dei microfoni e, spinto dalle file dietro, oscillavo continuamente in avanti finendo tra le braccia del buttafuori. All’ennesima carica cedo, lo travolgo, vengo a mia volta travolto. Quando riemergo mi accorgo di aver lasciato a terra il portafoglio — oh cazzo! — Guardo in basso, lo vedo, mi tuffo. Riesco a ripescarlo, lo afferro velocemente insieme a una manciata di terra. C’è tutto. Provo a tirarmi su, barcollo, fallisco. Riprovo, guardo sopra di me e intravedo una mano. La afferro, mi faccio forza, riemergo. Scopro che la mano appartiene a una tizia stramba con una maglietta fosforescente e il piercing al naso. All’alba torno a casa con un numero di telefono in più e il sorriso da ebete stampato in faccia. E una patente in meno, ma questo lo scoprirò solo la sera successiva.


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— FIN —