Il film finisce, io penso “è una bomba”; il mio amico, seduto accanto, con una teatralità non poco indecente sbrocca: “mi ha fatto letteralmente cagare.”

La cornice è la seguente: madre! di Aronofsky è stato presentato al festival del cinema di Venezia, lì è stato fischiato per poi prendersi una F su CinemaScore (il che equivale a una roba tipo i primi film di Matthew McConaughey). Per quanto mi riguarda, dal momento che il regista di cui parliamo non è l’ultimo dei coglioni, ho pensato che fosse necessario guardarlo, recensirlo e poi, eventualmente, venire malamente smentito rispetto alle aspettative (che erano piuttosto alte).

Il film finisce, io penso “è una bomba”; il mio amico, seduto accanto, con una teatralità non poco indecente sbrocca: “mi ha fatto letteralmente cagare.” Direi che sono ottimi presupposti da cui partire. Una cosa prima di tutto, al di là delle possibili e deliranti interpretazioni che si possono dare — e che sono state date — è che non è horror, non è un thriller, non è niente. È semplicemente assurdo. Quindi unico.

“Questa è solo scenografia”

Con Aronofsky, che piaccia o meno, ci troviamo sempre di fronte a un binomio: ordine concreto e astrazione, immaginazione. In mother! più che in altri lavori — basti pensare al flop di Noah tre anni fa — il regista americano ci scaraventa in faccia il delirio psicologico dei suoi conturbati (e conturbanti) personaggi. La sceneggiatura, scritta in cinque giorni e poi limata in corso d’opera, tratteggia la vicenda di una coppia che vive in una casa “oltre il mondo”. Una casa isolata da tutto, in mezzo al nulla. Lei è più giovane di lui, di almeno vent’anni; lui è un poeta in crisi creativa.

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Fin dal primo minuto si intuisce il sacro, la simbologia (anche troppo esplicita in certi risvolti): la casa è incantata, ha un cuore pulsante. Lei si occupa della casa con tutta se stessa perché ama Lui, il poeta. C’è una differenza di significato, sottile e profonda allo stesso tempo, nella lingua inglese, per dire “casa”: house (che si riferisce all’edificio) e home (che sottolinea la componente più intima, ciò che la casa rappresenta, ovvero calore, conforto ecc.). In mother! è subito evidente questa distinzione e i due piani in cui Lei si muove: c’è una House che lei mette a posto e una Home che non vede. Quindi non è la casa che si sgretola e necessita di una riverniciata: è la vita che va in pezzi, gli egoismi che lacerano la coppia, l’edonismo del Poeta che fa a brandelli l’ultimo baleno di amore.

“Tu non mi hai mai amato, amavi solo il mio amore per te”

Lo snodo narrativo, ed estetico, arriva nel momento in cui, all’improvviso, uno sconosciuto fa capolino nella casa. Un personaggio surreale, un fantastico Ed Harris tabagista che tossisce. Si aggiunge la moglie di lui, poi i loro figli. In breve tempo — è difficile definire quanto, dato che la temporalità è del tutto assente, tutto avviene nella casa (e la casa andrebbe considerata come un evento determinato preciso) — in breve tempo, appunto, il cuore di mother! viene sconvolto dal petulante chiacchiericcio della gente, dal loro clamore, dalla loro incapacità di rispettare gli averi della casa, i lavandini, i mobili, qualsiasi oggetto della dimora (per non dire la della casa stessa). E qui si affaccia una delle linee interpretative proposte dallo stesso regista: gli uomini che fanno a cazzotti con l’ambiente, senza rispetto, senza ritegno, senza dare ascolto alla madre terra. La Casa come Terra, Lei come coscienza della natura.

“Che ci facciamo tutti qui, no?”

motheronlineverticalteaser-0Lei viene lentamente sostituita dal mondo. Il mondo, la gente, la frenesia della quotidianità, il nostro tempo presente si insinua nel loro “paradiso.” Il suo compito (di Lei) è aleatorio, fuori luogo, presuntuoso e privo di significato, così come il chiacchiericcio del mondo. Non è la casa a dover essere riparata, ma il cuore. Lei è una schizzata maniaca ossessivo-compulsiva. Lui un perverso pieno di sé. Un Kurtz invasato senza fine. mother! è la fotografia delle conseguenze della radicalizzazione di Arte e Amore, di che cosa Arte e Amore siano nella loro più intima essenza.

“Una voce grida ancora per farsi sentire, è la voce dell’umanità.”

Ma, al di là delle possibili e svariate ermeneutiche formulabili — e sono tante — c’è una componente ancora più importante: l’uso del montaggio e della telecamera. Noi siamo in Lei, viviamo nella sua innocenza e nel suo dolore, respiriamo le sue ansie, il suo dolore e la sua ignoranza di fronte ad accadimenti del mondo che a volte fatichiamo a comprendere; o la cui comprensione ci è preclusa.


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Aronofsky, tra fischi e applausi, derisioni e sbigottimento, riprende la lezione di Ėjzenštejn: ciò che conta, alla fine, è il montaggio, la frenesia, la capacità di scomporre e ricomporre immagini per dare forma a ciò che sta oltre il concetto, dietro la razionalità. mother! può non piacere, lo si può odiare; per altro verso, invece, è possibile rimanere incantati davanti a questa presuntuosa opera che è puro manierismo, barocchismo intellettuale ed estetico. Per il cinema di oggi, comunque, è meglio così. È meglio creare una frattura e sapere che ciò che ho visto è unico, anche nella negatività.

“Io sono chi sono, tu eri la casa”
“Dove mi stai portando?”
“Al principio”


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