È stato un anno difficile, apparentemente, per Mark Zuckerberg. Il fondatore di Facebook da ottobre scorso a oggi ha dovuto, per la prima volta, fare i conti con le conseguenze della propria creazione.

Sabato, alla sera dello Yom Kippur, il fondatore del social network piú grande del mondo scriveva:

“È il giorno piú sacro dell’anno per gli Ebrei, quando si riflette sull’anno trascorso e si chiede perdono per i nostri errori. A tutti coloro a cui ho fatto del male quest’anno, chiedo perdono e cercherò di fare meglio. Per tutti i modi con cui il mio lavoro è stato usato per dividere le persone invece di unirle, chiedo perdono e lavorerò per fare di meglio.“

Si tratta di una dichiarazione radicalmente diversa da quanto ci si potrebbe aspettare da Zuckerberg, in precedenza noto ateo, e che fino a pochi mesi fa negava ogni responsabilità per la diffusione di retorica razzista e di notizie false su internet.

Nel corso di quest’anno non solo Zuckerberg ma anche noi come società abbiamo imparato molto su come funziona la propaganda nel XXI secolo, al punto che sono in molti a chiedersi se una tradizionale campagna elettorale abbia ancora senso.

Abbiamo prima compreso quanto fosse profonda l’influenza dei social network in un dibattito politico altamente polarizzato, il ruolo vicinissimo di Facebook nell’aver facilitato la vittoria di Donald Trump — al punto da far sospettare una collusione — e quindi come il problema non fosse limitato a Facebook affatto, ma coinvolgesse, e profondamente, anche Twitter e Google. Il continuo rifiuto da parte di queste aziende di intervenire con maggiore aggressività ci costringerà a valutarle con occhi diversi, in futuro.


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Mentre come società si consumava questo stillicidio, un dibattito e un’indagine che è ancora lungi dall’essere conclusa, Mark Zuckerberg ha girato tutti gli Stati Uniti, in un tour “della cittadinanza” che è difficile vedere come qualcosa di diverso da un primo tentativo di porre le fondamenta per una ipotetica campagna elettorale presidenziale.

Da questo viaggio se non Zuckerberg sicuramente la sua comunicazione è profondamente cambiata —  ad oggi è l’unico leader della Silicon Valley ad aver preso dichiaratamente le distanze non solo dal linguaggio xenofobo e violento del partito repubblicano, ma anche dal partito democratico.


“Trump dice che Facebook lo odia. I liberal dicono che abbiamo aiutato Trump. Entrambe le parti sono infastidite da idee e contenuto che non gli piace. È quello che succede quando si gestisce una piattaforma per tutte le idee.”

Dopo un anno di scandali, e malgrado l’apparente collaborazione dell’azienda con il Congresso durante le indagini sull’ingerenza russa, riconoscersi come superiori al dibattito tra le due parti ha una serie di utili ritorni per Zuckerberg: gli permette di non apparire “bruciato” da un evento che invece ha indelebilmente compromesso l’immagine della propria azienda, e spiana la strada per una candidatura come “terza parte” in uno scenario in cui uno dei due partiti del sistema statunitense sia collassato — o entrambi. Ma c’è un altro linguaggio che tradizionalmente si pone come irrevocabilmente su un piano superiore a quello della politica: quello della religione.

Zuckerberg, che in un anno è passato da essere pubblicamente ateo a dichiarare di “aver avuto un ripensamento” a riguardo, ad essere pubblicamente molto religioso, ha visitato dozzine di chiese e incontrato molti sacerdoti durante il proprio tour statunitense.

Non si tratta solo di immagine. È difficile descrivere Facebook: cresciuto oltre i limiti entro cui è lecito considerarlo “solo” un social network, ha piú utenti — piú persone — di un paese, di molti continenti. Come sottolinea correttamente Max Read su Select All, c’è un modo migliore per considerare l’autorità incontestata e incontestabile di Facebook: come un’antica divinità.

In questi giorni si è parlato piú di una volta dei confini tra religione e tecnologia, soprattutto circa l’intelligenza artificiale, e sono, principalmente, sciocchezze. Tuttavia è impossibile non notare il ritrovato spiritualismo nella comunicazione di Zuckerberg negli ultimi mesi. Due esempi lampanti sono il post pubblicato dopo gli eventi di Charlottesville, che può essere letto esattamente come un sermone, e quello con cui ha annunciato il suo viaggio, mesi fa.


Questi messaggi fanno il paio con la nuova “mission” di Facebook, “Bringing the World closer together” — un messaggio che sembra davvero quasi da culto. L’annuncio, ovviamente corredato da post e nota sul servizio, racconta di un nuovo focus su comunità ristrette, familiari, locali o per interessi, rispetto all’originario flusso di informazione di cui Zuckerberg è il vantato fondatore.

 

 

È evidente cosa Zuckerberg ha imparato dal proprio ritrovato spiritualismo: ha scoperto la forza della monocultura, e l’autorità dell’altare. L’investimento, da parte di Facebook, di creare nuove comunità, espansive ma che abbiano un “feeling” privato, è fondamentale per ritrovare una giovinezza presso una base d’utenti che è progressivamente sempre piú disincantata nei confronti del suo prodotto.

Infondere di spiritualismo la propria identità aziendale è una tecnica vecchia quanto la Silicon Valley, nella Silicon Valley. Il culto della personalità di Steve Jobs è forse il caso originale di questo tipo di forme di comunicazione, ma il parallelismo piú adatto è certamente con il mantra originale di Google, “Don’t be evil.”

Per quanto suoni buffo, ridicolo quasi, è una mission che ha senso ripetere, sottolinea John Lanchester per la London Review of Books: perché sono tantissime le aziende la cui “malvagità” è strettamente necessaria per garantire il loro funzionamento.

Prendere in buona fede le intenzioni di una multinazionale è tuttavia, per farla breve, da gonzi. O appunto: da fedeli.

Nel farsi capo spirituale della chiesa di Facebook, invece che “sindaco della comunità,” Zuckerberg cava così la propria azienda dall’impaccio di avere un posizione politica dichiarata, nemmeno sulle conseguenze devastanti del proprio servizio: perché no, ormai non si possono piú considerare abusi del sistema.

Ieri sera, mentre gli Stati Uniti piangevano per la sparatoria di massa piú violenta della loro Storia (la precedente era di due anni fa), Facebook apriva la propria sezione news con un post di Sputnik — testata di proprietà del governo russo — che diffondeva, di nuovo, una notizia infondata con un titolo civetta. La sezione notizie, un tempo curata da umani e giornalisti poi sostituiti da algoritmi, dovrebbe essere oggi sotto il controllo dello staff e dei nuovi algoritmi che Facebook ha allocato per il controllo delle bufale: che, ormai è chiaro a tutti, non funzionano. E forse, in realtà, a Zuckerberg va bene così.  

L’ambiguità morale delle religioni è un aspetto che i fedeli non affrontano, e spesso sistematicamente ignorano: ma non è possibile non analizzare la riscoperta spiritualità di un uomo dichiaratamente ateo come solo un altro strumento utilitaristico — e le religioni hanno una sola funzione utilitaristica: sono strumenti di controllo.


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