Abbiamo chiesto a un catalano nato in Italia di spiegarci le ragioni del voto indipendentista di Barcellona. Questo è quello che ci ha detto.


In questi ultimi 10 giorni, a fronte della massiccia operazione della guardia civil, si è finalmente iniziato a parlare della questione catalana in Europa. Purtroppo la percezione di questo fenomeno è mediata dalle testate spagnole e vista non in maniera imparziale dall’estero.

Bisogna sfatare molti miti e soprattutto parlare della storia di un movimento vecchio quanto l’Europa stessa, per questo vi spiego perchè, da catalano cresciuto in Italia, voterei per l’indipendenza.

Il giorno 11 settembre è in giorno di festa nazionale in Catalogna, giorno che è stato introdotto per ricordare la caduta di Barcellona durante la guerra di successione per mano di Felipe V nel 1714 e la successiva abolizione delle istituzioni catalane nel 1716. Dal 1980 questa data è simbolo dell’identità catalana e di un popolo che non ha mai dimenticato la propria eredità culturale.

Altro periodo saliente della storia catalana si ha durante la guerra civile, quando il territorio catalano si oppone come ultimo baluardo repubblicano contro l’esercito fascista del Generale Francisco Franco. Come ben sappiamo finì a favore di Franco e iniziarono 40 anni di dittatura durante la quale il catalano venne vietato in ogni ambiente pubblico e mantenuto in vita semplicemente dai canali informali. Durante questo periodo di ferreo anticatalanismo, venne fucilato il secondo presidente della Generalitat Catalana Lluis Companys, divenuto un eroe di tutta la regione.

Il movimento indipendentista moderno è rinato dopo anni di torpore durante il governo di Pujol, aiutato dai socialisti di Zapatero che hanno cercato di far scorrere gli anni senza alterare troppo le dinamiche tra le due fazioni.

Il 20 luglio 2006 venne approvato con maggioranza assoluta alla camera dei deputati spagnola un testo, frutto di tre anni di negoziazioni, chiamato Estatut de Catalogna, nel quale dovevano essere contenute le richieste e le libertà che il popolo catalano avanzava attraverso i suoi rappresentanti da anni: nonostante le modifiche apportate per poter essere vagliata dal parlamento, è stata vista come una vittoria sia dai politici che dai cittadini catalani, che avevano approvato il testo con un referendum consultivo vinto al 74%.

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Finché, nel novembre dello stesso anno, l’allora segretario del Partido Popular Mariano Rajoy non portò 4 milioni di firme raccolte online per presentare ricorso contro il neo approvato Estatut. Quest’azione venne seguita nel 2010 da una sentenza del tribunale costituzionale, che in quell’occasione interferiva per la prima volta su una legge già ratificata dal Parlamento, che di fatto riduceva molto i poteri e le libertà politiche ed economiche della generalità catalana. Il tribunale costituzionale in quel periodo era composto da quattro giudici rimasti in carica oltre il loro mandato, eletti durante il governo di Aznar (Presidente del consiglio predecessore di Zapatero, sempre del Partito Popolare), e due assenti su dodici elementi: non proprio imparziale. Questo attacco deliberato alla combattuta soluzione, frutto di anni di trattative, non venne preso bene dalla Catalogna. Tutte le testate della regione e alcune spagnole pubblicarono un editoriale intitolato “la dignità catalana” che non venne pubblicato all’estero. Nel 2011 venne eletto Mariano Rajoy che da allora è capo del governo, che dal 2012 a oggi ha usato il tribunale costituzionale come arma per menomare sempre di più l’autonomia catalana, spingendo di fatto la politica locale a puntare sull’indipendentismo come difesa da un governo sempre più aggressivo e  meno collaborante, che a ogni possibile intoppo si è avvalso di strutture sovrastatali per minare la possibile svolta indipendentista catalana.

Questo non ha fatto altro che alimentare il sentimento separatista da parte di tutte le classi sociali della regione.

Altro mito da sfatare: la questione tributaria. È vero la Catalogna è una delle regioni più benestanti della Spagna, ma esattamente a pari livello con la Comunidad de Madrid e ha subito la crisi come il resto della Spagna con dei picchi oltre il 23% di disoccupazione, quindi non si pensi che la Catalogna si tramuterebbe in una nuova Svizzera se riuscisse il processo separatista. La crisi c’è e la si sta affrontando comunque, con o senza Spagna al seguito.

Uno dei punti cardine, che ha mosso le forze politiche più legate al centrodestra catalano, è la possibilità di amministrare le proprie risorse e gestire la tassazione dei propri cittadini. Punto che potrebbe far pensare ad avarizia e leghismo imperante, ma basti tornare al 2011 per vedere che le borse di studio assegnate sono in percentuale minori rispetto al resto della Spagna, la sanità è ottima ma perennemente in deficit, le infrastrutture costano molto più all’utente e lo stato sociale è stato tagliato pensando che le famiglie meno abbienti in Catalogna non esistano. I piani di investimento per la costruzione di nuove infrastrutture preparati dal governo spagnolo sono minori in rapporto alla popolazione della regione e vengono messi in atto in Catalogna sempre in ritardo rispetto alle altre comunità, esempio eclatante l’alta velocità: tra Sevilla e Madrid venne inaugurata nel 1992 mentre la tratta Barcellona-Madrid venne inaugurata nel 2008 con più di dieci anni di ritardo sul progettoPersonalmente non ho mai vissuto la questione attraverso il sentimento “Roma ladrona”, ma come una necessità di essere trattati dal governo spagnolo al pari delle altre regioni. Dato che ciò non è avvenuto che si riparta dal poter amministrare le proprie risorse.

Considerando anche come Rajoy ha risposto sempre alle richieste del Governo Catalano e dei suoi cittadini ora mi sembra il minimo pensare a uno strappo più violento, il tempo del dialogo c’è stato e purtroppo è finito. Il movimento indipendentista è un movimento largamente trasversale. I partiti pro indipendenza spaziano dalla sinistra comunista, più legata ai valori di autodeterminazione e di rappresentanza diretta, al centrodestra conservatore, che si è mosso prevalentemente puntando sull’autonomia economia. Inoltre, contrariamente ai pareri che ho sentito all’estero, l’indipendentismo catalano non si è mai dichiarato né dimostrato antieuropeista, xenofobo o violento; la Catalogna è una regione progressista e aperta oggi più che mai.

Complice l’estate, l’attentato e le intimidazioni della stampa estera e spagnola il fervore era sfumato e si intravedeva la possibilità che il referendum non ottenesse il risultato sperato dal governo catalano.

Ora Madrid ha commesso l’errore ultimo: quello di mostrarsi vulnerabile e spaventata da questa iniziativa, pur sempre operando nei limiti della legge e impedendo un processo dichiarato illegale, ha usato la guardia civil (vista in Catalogna ancora come lo strumento di repressione usato da Franco) per bloccare i seggi e arrestare i responsabili con metodi che ricordano lo squadrismo fascista. Tutto questo è stato prontamente usato dal governo catalano per fomentare la voglia di esprimersi e ci sono riusciti, in questo momento gli stessi alunni stanno occupando le loro scuole per permettere il voto. Se oggi si dovesse votare vincerebbe il sì.

Non so cosa succederà, ma se potessi votare voterei per lasciare la Spagna, per entrare nell’Unione Europea ed esserne parte senza intermediari e senza la presenza asfissiante di un governo centrale conservatore sempre più sordo alle richieste delle sue regioni.

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