Nel contesto di un’Unione europea in cui tutto è un’emergenza, è difficile pensare a un punto di partenza diverso per affrontare la crisi economica che non sia aprire una discussione sui diritti dei lavoratori di tutto il continente.

Insieme a interventi riguardo alla sicurezza sul lavoro e del posto di lavoro, ambiti in cui in questi anni — in particolare in Italia e in Francia — si è effettivamente lavorato in senso opposto, un’emergenza è particolarmente evidente per chi esce dall’Università o continua le proprie disavventure nell’“accesso al mondo del lavoro”: sono gli stage non retribuiti, o che prevedono pagamenti completamente substandard per gli incarichi svolti.

La EU Public Interest Clinic, una collaborazione tra la facoltà di legge dell’Università di New York e la HEC di Parigi, ha pubblicato un documento che elenca puntualmente il problema — che va affrontato non solo a livello politico ma con radicali investimenti economici possibili solo attraverso un radicale cambio di clima a livello comunitario.

Il problema non è di facile soluzione, ma una semplice guida da parte dall’Unione potrebbe perlomeno indicare a una generazione intera che la percezione dell’esistenza del problema esiste, cosa che non è assolutamente chiara al momento.

Il documento nasce dalla richiesta di collaborazione da parte dell’European Youth Forum verso la EU Public Interest Clinic, dopo la risposta da sordo del governo belga di fronte a una protesta formale di massa sul problema degli stage non pagati. In Belgio solo uno stage su cinque è retribuito.

La combinazione della normalizzazione dello stage non pagato come step “intermedio” tra educazione e lavoro vero — nel senso, quello pagato — con la crescente disparità tra domanda e offerta rende effettivamente impossibile per i giovani trovare una posizione senza un curriculum fitto e variegato.

Questo costituisce un’ulteriore barriera nella carriera dei giovani, impedendo anche il piú debole funzionamento di meccanismi di ascensore sociale. Dopo la formazione universitaria, sempre piú costosa e sempre meno seguita ma strettamente necessaria per svolgere qualsiasi lavoro nel terziario e nel quaternario, si pretende dai giovani lavoratori un ulteriore sacrificio economico che per molti è, a tutti gli effetti, uno scoglio insuperabile.

Al di fuori dei rari stage in cui si insegna veramente una professione, e a parte quelli retribuiti onestamente — da qualche parte ci sono anche loro, basta essere fortunati — la scusa di inquadrare lavoro sotto forma di stage è anche e soprattutto una misura che pone il lavoratore in una situazione di precarietà tale da essere fuori dal mercato. Gli stage sono utilizzati anche come forte strumento discriminatorio, con una “maggioranza importante” di donne in ruoli non retribuiti e svilenti. (cfr. p. 16)

Secondo alcuni studi dell’Unione Europea, gli stage che effettivamente insegnano qualcosa sono meno del 50% (p. 23) e non costituiscono ruoli di “praticantato” ma semplicemente sostituiscono con figure non retribuite lavori di livello base nell’organico: si tratta di un abuso che permette ad aziende economicamente capaci di retribuire dipendenti di risparmiarsi spese inutili come lo stipendio dei propri dipendenti.

La EU Public Interest Clinic e l’European Youth Forum sottolineano che la Carta sociale europea, all’articolo 4, riconosce “il diritto dei lavoratori ad una remunerazione sufficiente a garantire una vita dignitosa per loro e le loro famiglie.” Se è possibile contestare che questo articolo sia infranto da tantissimi posti di lavori pagati, ma pochissimo, l’infrazione da parte dei lavori di base convertiti in stage non retribuiti è evidente.


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Il cavillo per cui il documento è stato respinto in Belgio è assurdo: gli stagisti sono al di fuori del mercato lavorativo, e quindi, non essendo lavoratori, non hanno — gli ormai pochi — diritti.

Il problema non è soltanto dei singoli e non dovrebbe interessare soltanto, per così dire, l’area progressista. In un blocco sempre più schiacciato da consumi congelati e costantemente sull’orlo della deflazione — in particolare nell’Europa mediterranea — l’eterno rimando della normalizzazione lavorativa è un danno sostanziale all’economia dei paesi dell’Unione, che si privano di consumatori preferendo favorire a ogni occasione politiche a favore di benestanti e grandi aziende. La lotta all’età adulta, più o meno cosciente, degli attuali percorsi accademici e di ingresso sul lavoro, alla formazione di nuclei familiari, alla creazione non solo di nuovi consumatori ma di attori indipendenti nella società ha scavato un canyon tra l’Europa sempre più povera e ingrigita e un suo futuro che non solo rifiuta ma che vuole vedere privato di ogni dignità.


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