È dal 2005 che gli appassionati di Star Trek aspettano di affezionarsi a un nuovo capitano della Federazione. Gli ascolti di Enterprise – l’ultima installazione televisiva del franchise – non erano andati così bene e si erano perse le speranze.

L’arrivo di J.J. Abrams nel 2009 con Star Trek e il suo reboot (che poi è un paradosso temporale, una buona idea per non buttare alle ortiche 43 anni di hype cresciuto intorno a una nave spaziale) ha fatto rinascere la speranza di un nuova serie TV. E Netflix ci ha accontentati con Star Trek Discovery (in uscita ogni lunedì).

Mettiamo avanti quello che non è propriamente roba da trekker e poi parliamo del perché invece ci sembra una serie promettente.

Se nel mondo della fantascienza si parla di pianeti desertici, strane creature aliene coperte di stracci e esploratori umani con pistole laser e occhialoni per la sabbia si risponde al volo Star Wars! Ed è proprio così che inizia il primo episodio diretto da Fuller e Kurtzman. Non sono mai stato della categoria “Star Wars o Star Trek?”, però apprezzo il fatto che i due franchise abbiano caratteristiche uniche e che si tengano a una certa distanza — la vicinanza della prima puntata allo stile della saga stellare mi ha fatto un po’ storcere il naso.

Appena saliamo sulla nave ci troviamo in un ambiente fatto di vetri, superfici riflettenti e le tanto discusse lense flare (quei lampi di luce che hanno accecato il pubblico nel primo film di Abrams e che poi ci siamo fortunatamente lasciati alle spalle). Ne potevamo fare a meno, ma immagino che alla nuova generazione di trekker faccia sentire un po’ a casa. Bene, buttati alle spalle sabbipodi e direzione della fotografia da pubblicità del cellulare, torniamo a Discovery.

La nave è la USS Shenzhou, che il capitano stesso afferma essere un po’ vecchiotta, ma niente in confronto alla prima USS Enterprise. Mi sarebbe piaciuto passare più tempo in plancia a conoscere l’equipaggio, ad abituarmi al gergo e ai toni degli ufficiali, prendere il mio posto vicino al capitano Georgiou — interpretato dalla bravissima Michelle Yeoh. Ma tutto avviene molto in fretta e non c’è tempo per fare salotto.

L’azione prende il sopravvento fin dai primi minuti, un lancio con tuta spaziale del primo ufficiale Michael Burnham – interpretato da Sonequa Martin-Green – diventa una questione di vita e di morte e dopo poco già ci troviamo con una Bat’leth in mano a combattere contro i Klingon.

Sul filo della lama arriva anche il tema che guiderà, probabilmente, l’intera serie: la guerra tra Federazione e Impero Klingon.

Proprio sui Klingon il trekker che è in me ha urlato di gioia: sì, non hanno l’aspetto classico (ma ci aveva già pensato Abrams con i suoi film); sì, ritorniamo alla vecchia e trita faida con la Federazione; questa volta però li vediamo complessi, completi e… parlano solo klingon. Non recitano solo il buon vecchio urlo di vittoria ka’pla, no. Parlano esclusivamente nella loro lingua, per tutto il tempo. Tranne quando si rivolgono ai membri della Federazione — e l’uso di una lingua creata dal glottoteta Marc Okrand proprio per Star Trek non può che rendere felice ogni singolo appassionato della serie.

Le motivazioni politiche che  spingono i Klingon a muovere guerra sono un po’ vaghe, ma ci sono e affondano nella mitologia e nella storia del popolo alieno — sotto la superficie si capisce che c’è un’idea culturale nel modo in cui costruiscono le proprie navi e nelle motivazioni che li portano a combattere.

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Ai Klingon si aggiungono le questioni etiche e morali tipiche di ogni nave federale che si rispetti mischiate a umorismo e qualche battuta. Sulla plancia si discutono o si intravedono temi identitari e di genere (capitano donna e asiatica, primo ufficiale donna e nera), si affronta la questione degli attacchi preventivi, scaramucce tra ufficiali, una razza aliena che ci racconta di come funziona la sua biologia e del perché ha un punto di vista diverso da chiunque altro e vulcaniani che se non mezzi sangue o in crisi da pon farr, quantomeno sono umani che hanno studiato su Vulcan tutta la vita.

Insomma, una plancia che riporta un po’ alla mitica Enterprise di Picar o alla Voyager di Janeway. Per ora quindi ci siamo goduti le prime due puntate, di cui l’ultima ci ha lasciati davvero con il fiato sospeso e con un’unica domanda in testa: se ne può avere ancora?

— FIN —

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