Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo e un suo progetto che sveliamo giorno dopo giorno sul nostro profilo Instagram. Questa settimana Francesco Spallacci ci racconta del suo progetto di nudo artistico, corpi resi sculture.

Ciao Francesco, sei un fotografo molto giovane: cos’è per te il mondo fotografico?

Il mondo fotografico è per me un mondo silenzioso, un luogo in cui ognuno di noi può ritrovare e osservare se stesso. Questo è quello che è capitato a me qualche anno fa.

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Come ci sei arrivato in questo mondo?

Il termine più adatto penso sia ritrovato, sono dell’idea che questo mondo sia sempre stato dentro di me e che ritrovarlo sia stata una delle cose più belle e importanti che mi siano capitate nella vita. Tra i 14 e i 15 anni ero ancora molto timido e sentivo il bisogno di mostrarmi al mondo esterno per come ero, la fotografia mi ha aiutato a conoscermi e a far conoscere alla gente la mia visione della realtà. Nacque tutto dall’esigenza di voler comunicare qualcosa di importante, qualcosa per cui valesse la pena vivere.


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Come ti sei avvicinato al nudo artistico, in particolare?

Nella prima metà del 2016 la mia fotografia è cambiata drasticamente lasciando dentro di me un vuoto, il quale mi ha permesso di fermarmi dando spazio alla sensibilità e all’intimità del mio essere, cercando quella fotografia o genere fotografico che potesse rappresentarmi e parlare di me. Il nudo quindi non è altro che un segno descrittivo, è un particolare della mia persona, è qualcosa che mi identifica e che mi distingue. Ho scelto il nudo anche perché mi ha permesso di entrare in perfetta sintonia con tutte quelle caratteristiche che rendono una persona unica, come il loro corpo, così simile ma allo stesso tempo così diverso da qualsiasi altro.

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Nei tuoi scatti una cosa che potrebbe passare in secondo piano è lo spazio: linee semplici, ma non si tratta mai di un fondale bianco.

Esattamente, lo spazio circostante è sempre differente. In ogni singola fotografia regna la semplicità al tempo stesso impreziosita dalla geometria e dalla pulizia, la quale viene accentuata dal bianco che unisce tutte le fotografie in un unico e riconoscibile format.

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La tua è una serie che ha una fine, pubblichi le foto indicandole con */20. Alcuni fotografi sentono i loro lavori mai conclusi, tu a priori ti senti di porre una linea di confine?

Intendo prima di tutto sottolineare che questa serie, o meglio dire progetto, è nato con l’intento di capire e trovare me stesso attraverso il mio amore per la fotografia.

Il mio intimo progetto “To Me”, sviluppatosi verso la fine del 2016 e tutt’ora in evoluzione, vuole indagare sulla mia personalità e i sentimenti nei confronti dell’arte fotografica mescolata a quella scultorea, cercando un nesso psicologico tra l’immagine finale ed il pensiero estetico concepito.

“To Me” andrà a concludersi il prossimo anno, più precisamente a giugno del 2018 con un evento in cui saranno esposte 20 fotografie. Con quest’ultimo lavoro non ho assolutamente intenzione di porre fine alla mia fotografia di nudo, voglio solo dire che ci sarà un’importante evoluzione.

Ci sono direzioni che vorresti far prendere al tuo lavoro, alla tua carriera, o preferisci lasciare che le cose vadano da sé?

Non ho ancora pensato seriamente a come il mio lavoro potrà evolversi in un futuro, sò solamente che amo il cambiamento, adoro poter alzarmi la mattina e non sapere cosa mi capiterà durante la giornata, vivere al meglio ogni giorno della propria vita rendendolo unico e irripetibile.

Un autore di riferimento che ti ha ispirato particolarmente?

Non sono solito guardare altri lavori o opere d’arte dalle quali prendere ispirazione per le mie fotografie, ritengo che poi si vada a cadere in qualcosa di “già visto” e di conseguenza cerco sempre di mantenere un determinato distacco. In campo fotografico voglio fare onore al grande e noto fotografo Edward Weston, in particolare ai suoi nudi.

Una ispirazione che viene invece da altre forme d’arte?

Sicuramente la musica è una delle mie principali fonti d’ispirazione e in contrasto a quest’ultima c’è il silenzio più assoluto. L’assenza di suoni e rumori ritengo sia la forma d’arte più profonda dalla quale attingere ispirazione, non solo per l’arte ma per la vita.


Francesco Spallacci nasce a Magenta nel 1997 e vive ad Abbiategrasso, un piccolo paese in provincia di Milano nel quale nel 2016 ottiene il diploma presso il liceo scientifico. Attualmente frequenta il secondo anno di università seguendo il corso di Graphic Design presso la NABA di Milano. Autodidatta dal 2012 pratica la sua fotografia in maniera continuamente evolutiva e narrativa dando spazio alla sua visione intima e personale della realtà.

— FIN —

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