Nessun naufragio ha più suscitato nell’opinione pubblica un’empatia paragonabile a quella per i morti della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

Un’imbarcazione con a bordo più di cento profughi si è ribaltata venerdì mattina al largo delle coste africane, nelle acque territoriali libiche. Secondo il portavoce della guardia costiera di Tripoli, Ayoub Kacem, “almeno sette sopravvissuti” sono stati salvati dalle forze libiche. Sembra che, prima di affrontare, il barcone sia andato alla deriva per un’intera settimana — nonostante la relativa vicinanza alle coste africane. I sopravvissuti, a quanto pare, hanno trascorso tre interi giorni in mare dopo l’affondamento del relitto, avvenuto probabilmente domenica.

Molte testate italiane, ad esempio la Repubblica, fanno notare che si tratta del primo naufragio avvenuto dopo i nuovi accordi tra il governo italiano e quello di Tripoli per ridurre il numero delle partenze. O meglio — è il primo naufragio registrato. Queste vittime vanno ad aggiungersi a tutte quelle che, negli ultimi venticinque anni, hanno perso la vita provando ad attraversare il mar Mediterraneo.

Come si legge su Fortress Europe, il blog di Gabriele Del Grande, dal 1988 al 2016 sono morte più di 27.000 persone nel tentativo di raggiungere l’Europa. Un’ecatombe. Che però viene sempre più spesso ignorata.

La risonanza mediatica i tragedie come questa, infatti, è largamente arbitraria e dettata dagli organi di informazione europei — a loro volta influenzati dalla situazione politica continentale o italiana in quel momento e dall’umore dell’opinione pubblica, entrambe circostanze estremamente variabili. In questa fase, il lato da cui viene affrontato il tema migranti nel discorso pubblico oscilla tra ius soli, che la pressione razzista della destra sta riuscendo a ostacolare, e l’agiografia al ministro-poliziotto Minniti. C’è una grossa probabilità che abbiate chiuso questo articolo o che vi stiate domandando se sia il caso di farlo, visto che di naufragi vi sembra di aver letto e detto fin troppo.

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Via Missing Migrants

Non è sempre stato così. Basti pensare al lutto sincero che si diffuse in tutto il paese all’indomani della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, in cui un barcone naufragò al largo dell’isola italiana uccidendo 368 persone. In quell’occasione, per molti giorni le prime pagine dei giornali furono dedicate alla rappresentazione del dolore e delle storie di chi era a bordo di quella nave, con una sensibilità verso la loro sofferenza e il loro viaggio che, pur non essendo particolarmente profonda né ragionata, appare lontanissima dai toni di oggi. In quell’occasione, inoltre, Papa Francesco visitò l’isola, contribuendo all’umanizzazione delle vittime e stimolando il governo a intervenire per evitare ulteriori naufragi.

La principale conseguenza di quel dramma fu la partenza, solo due settimane dopo, dell’operazione Mare Nostrum condotta dalla Marina italiana: il piano di soccorso in mare che, in tutto il periodo delle migrazioni lungo la rotta mediterranea, è stato più efficace nel salvare vite umane. Quell’operazione, però, venne dismessa solo un anno dopo, riportando il numero di morti in mare ad aumentare, ufficialmente per i suoi costi eccessivi (9 milioni di euro l’anno), sostenuti unicamente dall’Italia. Ma l’operazione stava anche diventando ingombrante davanti a un’opinione pubblica sempre più vittima della retorica xenofoba.

La “Porta di Lampedusa” di Domenico Paladino, 2008

La “Porta di Lampedusa” di Domenico Paladino, 2008

Le operazioni varate successivamente, coordinate dall’agenzia Frontex, non hanno mai avuto la stessa efficacia — sia per il minor numero di mezzi, sia per la maggiore distanza dalle acque territoriali libiche in cui sono stati impiegati. Per questo, fino all’estate appena trascorsa, per la maggior parte i salvataggi nel Mediterraneo sono stati fatti dalle navi delle Ong, in coordinamento con la guardia costiera italiana.

Nel frattempo, le morti in mare sono state in qualche modo “normalizzate”: si è cominciato a sfruttare l’assuefazione dell’opinione pubblica alle notizie di tragedie e drammi lasciando che i nuovi drammi venissero affrontati con più distacco, come qualcosa di normale nella dinamica migratoria. Per nessuno dei grandi naufragi successivi alla fine dell’operazione Mare Nostrum si è registrata un’empatia anche solo avvicinabile a quella dimostrata dopo Lampedusa, ad esempio per quello terrificante del 18 aprile 2015, costato la vita a circa 800 persone.

Contemporaneamente, si è cominciato a rinfocolare e a rendere istituzionale un discorso di ostilità verso i soccorritori che fino ad allora era rimasto nei cassetti più cupi delle destre continentali. Nel corso dell’ultimo anno, con il ministero dell’Interno affidato a Marco Minniti, la colpevolizzazione delle Ong ha raggiunto toni persecutori e arbitrari che non sembravano possibili in un paese come il nostro fino a pochi anni fa.

“Non c’è stato un momento pacifico in cui la pressione è salita in questo modo, è stato un processo graduale. Hanno iniziato a farci controlli come prima non era mai successo, e infine sono arrivati a confiscare una nave, che è stato un brutto colpo,” ci ha spiegato A. Neugebauer, membro della Ong Seawatch, che negli ultimi anni ha prestato servizio anche sulla nave Iuventa di Jugend Rettet, sequestrata lo scorso agosto. “Prima del ministero di Minniti, inoltre, le minacce arrivavano soprattutto dall’Ue, non dalle forze italiane.”

Soltanto ieri, la richiesta di dissequestrare la Iuventa è stata respinta dal Tribunale del riesame, mentre l’inchiesta di Trapani si allarga ed emergono dettagli inquietanti sui membri della compagnia di sicurezza privata dalle cui accuse sono partite le indagini.

La campagna denigratoria contro le Ong è da inquadrare nel più ampio discorso politico di “aiutiamoli a casa loro,” sdoganato da Renzi e Minniti pochi mesi fa. Questa forma mentale è una degenerazione della vecchia retorica contro gli scafisti, così cara a tutti i governi italiani degli ultimi dieci anni: se le persone muoiono è colpa di chi le mette sui barconi! Non certo di chi non le soccorre anche se potrebbe farlo, lo Stato italiano o l’UE. Visto che questo discorso è chiaramente un paravento e arrestare qualche scafista contribuisce, nel migliore dei casi, ad aumentare il prezzo della traversata per gli sventurati che la devono intraprendere, si è passati a prendersela con chi svolge come può il compito di soccorso che dovrebbe essere dello Stato.

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Fanno parte dell’aiutiamoli-a-casa-loro anche la firma degli accordi tra l’Italia e i vari soggetti poco raccomandabili che compongono la realtà politica e militare libica per ridurre il numero delle partenze, come spiegato bene in questo articolo del Post dello scorso agosto. “Gli accordi non faranno altro che rendere le cose peggiori per i migranti,” dice Neugebauer. “Ad esempio, nel 2015 l’Italia faceva la cosa giusta ma non riceveva alcun sostegno dall’Europa. L’effetto di politiche come il non registrare chi arrivava o non prendere impronte digitali gli sono valse le minacce di costruire barriere lungo i confini. Però, all’epoca, c’era supporto per le Ong.”

“Il risultato di queste pressioni è che ora ci sono meno navi soccorso. Settimana scorsa abbiamo avuto una richiesta di aiuto ma la nostra nave era troppo a Nord per arrivarci.”

Il lavoro delle Ong è stato reso di fatto impossibile — tra campagne di stampa, inchieste giudiziarie, e gli spari della guardia costiera libica — e il naufragio di venerdì è una diretta conseguenza del venir meno di un sistema di soccorso che per anni ha sopperito alle mancanze dell’Italia e dell’Unione Europea. A vigilare sulle acque al largo della Libia è rimasta praticamente solo la guardia costiera di Tripoli, addestrata e rifornita dall’Italia: talmente bene da aver lasciato una nave in avaria a vagare per una settimana, dando una morte orribile a un centinaio di persone, prima di soccorrerla.


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