A preoccupare gli scienziati, non è soltanto l’entità dei danni portati da un uragano forza 5, ma soprattutto il fatto che possa assumere una tale potenza in un intervallo di tempo così breve.

La tempesta tropicale Maria, che ieri appariva ai satelliti come tale, si è trasformata in un uragano di categoria 5 in meno di 24 ore, ed è il secondo nel 2017 ad avere assunto la massima intensità della scala Saffir-Simpson.

Tanto per dare l’idea di cosa sia capace di fare un uragano di forza 5, teoricamente:

In pratica, invece:

Mike Hudema / Twitter

Mike Hudema / Twitter

Queste sono le devastazioni causate dall’uragano Irma, anch’esso di forza 5, in Florida.

Maria non è ancora arrivato negli Stati Uniti e in queste ore sta distruggendo la Dominica, con cui è stato perso ogni contatto radio qualche ora fa. Notizie frammentarie sui social network riferiscono che i generatori elettrici dell’isola sarebbero già fuori uso, mentre la casa del primo ministro locale – che non era certo una baracca – avrebbe perso il tetto a causa dei venti spiranti oltre 260 chilometri orari.

Abbiamo perso tutto ciò che il denaro poteva comprare”, avrebbe commentato il premier, una volta fuori pericolo.

Nel 1979 la Dominica aveva già subito il passaggio di un uragano forza 4, e le conseguenze erano state catastrofiche. Cosa accadrà con un uragano forza 5?

A preoccupare gli scienziati, non è soltanto l’entità dei danni portati da un uragano forza 5, ma soprattutto il fatto che un tifone possa assumere una tale potenza in un intervallo di tempo così breve.

Questo è il dato più incredibile, che costringe tutta la filiera di monitoraggio, di allerta e di intervento, a tempi operativi veramente ristretti, che vanno a pesare sul sistema di logistica delle organizzazioni, con conseguenze non indifferenti sul coordinamento di tutte le operazioni.

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Anche se nessun paper nominativamente riguardante gli eventi estremi di quest’anno ha ancora passato la peer review, diversi meteorologi, climatologi e fisici dell’atmosfera hanno già indicato come la responsabilità dell’incredibile entità delle tempeste sia da imputare al cambiamento climatico.

Già nel caso dell’uragano Harvey, gli esperti avevano indicato come si trattasse di un evento straordinario, dal tempo di ritorno millenario, la cui frequenza di accadimento è stata sicuramente aumentata dal cambiamento climatico, come lo è stata la sua massa idrica, del 30%, secondo le prime stime numeriche.

Se l’acqua rovesciata da Harvey è stata misurata correttamente in circa 34.000 miliardi di litri, allora significa che il volume di precipitazione addizionale causato dal climate change è pari a 10.200 miliardi di litri  (più o meno 450 volte il volume d’acqua medio annuale presente nel lago di Como).

Anche l’UNFCCC non ha dubbi:

E ha colto l’occasione per ricordare a tutti che la soluzione del problema sta nella riduzione delle emissioni di gas climalteranti di origine antropica, ormai giunti all’esorbitante concentrazione di 410 ppm.

In particolare, il meccanismo principale attraverso cui il cambiamento climatico avrebbe influito sull’apporto idrico e sulla potenza dei recenti uragani sarebbe il riscaldamento dell’acqua superficiale dell’oceano Atlantico.

L’elevata quantità di vapore immediatamente disponibile nell’atmosfera dell’oceano Atlantico avrebbe alimentato i tifoni tropicali sia in termini di massa sia in termini di calore e quindi di energia, facendo crescere rapidamente l’estensione e l’intensità dell’evento atmosferico.

Si tratta di una tesi già sostenuta da svariati paper, e che rappresenta soltanto uno dei molteplici e devastanti effetti del cambiamento climatico.

Eppure, nella drammatica epoca di post-verità in cui viviamo, già possiamo immaginare come alcune parti politiche e alcuni media commenteranno all’indomani i danni causati da Maria: si parlerà di un evento straordinario, impossibile da amministrare senza danni, di cui non si può dire se sia stato causato dal cambiamento climatico e che fa parte della normale evoluzione del clima terrestre, oppure di un anno sfortunato che rappresenta l’eccezione.

A nulla sono valse le critiche mosse all’amministrazione Trump dal sindaco di Miami, anch’esso repubblicano, che ha commentato in questo modo il disastro causato da Irma in Florida: “Per chi dice che non ci sono prove del legame (tra gli uragani del 2017 e il cambiamento climatico), le prove stanno accadendo adesso!”

Il presidente tira dritto come se niente fosse, preferisce dare il contentino ai propri elettori illudendoli di poter fare la loro sicurezza approvando leggi xenofobe, piuttosto che investire i soldi dei contribuenti per la vera sicurezza: la protezione del territorio dai rischi naturali e la mitigazione del cambiamento climatico.

Ma questa politica scellerata ha un prezzo, ed è molto salato.

Per placare gli animi durante la sola emergenza provocata da Harvey, Trump ha dovuto firmare “per direttissima” un piano da 15 miliardi di dollari, mentre ancora non si contano i danni provocati da Irma e Jose, e mentre Maria e Lee devono ancora colpire.

Quanti soldi e quante vite sarebbero stati risparmiati se, da trent’anni ad oggi, quei soldi fossero stati spesi per ridurre la concentrazione di CO2 in atmosfera?

O meglio, quanti se ne sarebbero risparmiati in futuro, in previsione degli uragani come Maria, “di rapida evoluzione”, che colpiranno l’America e gli altri stati nei prossimi anni? Il bilancio è in perdita.

E allora, quanto ancora durerà il denaro destinato a curare ciò che si può prevenire? Anzi, gli Stati Uniti sono stati anche fortunati ad essere stati investiti dagli ultimi uragani mentre ancora l’agenzia federale per la gestione delle emergenze possiede i fondi necessari ad attuare i meccanismi di prevenzione e soccorso. Ma, dall’anno prossimo, dovranno cavarsela col budget dimezzato.


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