Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo e un suo progetto che sveliamo giorno dopo giorno sul nostro profilo Instagram. Questa settimana Marco Stellato ci porta all’interno del cantiere della fontana del Nettuno di Bologna. Una esplorazione ravvicinata di una della statue più note in Italia; un percorso inusuale, intimo, ricco di dettagli che ci permettono di rallentare la visione e perderci all’interno di un semplice cubo bianco. 

Il lavoro di Marco Stellato ci ha colpito per la sua semplicità, per l’eleganza formale, la resa finale interattiva. È un lavoro semplice, si tratta di una salita. Stellato ci accompagna in questa salita, inserisce dei gradini che non esistono nella realtà per farci fare un passo alla volta. Per eleganza formale intendiamo la presentazione, il formato quadrato, il rigore con cui ogni scatto è stato realizzato. La resa finale interattiva è data dalla posizione osservatore–statua mutevole. Sembra instaurarsi un dialogo tra l’osservatore e la statua. L’osservatore, nella sua realtà fisica, è Marco in persona, non ci possiamo sostituire a lui. È Marco, attraverso i punti di vista e la presentazione ascensionale, che si toglie per farci posto, per sostituirci nei suoi occhi, nel suo sguardo.


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dal sito di Mario Ceroli

dal sito di Mario Ceroli

Partiamo da un restauro precedente, del 1988: in quell’occasione la statua venne trasferita all’interno di una casa di legno ideata dall’artista Mario Ceroli, posta all’interno del cortile d’onore di Palazzo d’Accursio. Oggi il restauro avviene sotto un telo bianco, ma la statua è nella sua posizione originale in piazza del Nettuno. Qual è la tua impressione, da Bolognese ormai da qualche anno?

Questo è il primo restauro della fontana del Nettuno a cui riesco ad assistere personalmente, essendomi trasferito a Bologna nel 2008.

Non avendo esperienza diretta dei precedenti restauri, posso solo chiedermi se una situazione completamente differente, come quella del restauro del 1988, mi avrebbe spinto a fare delle foto simili. Probabilmente no, e se sì staremmo parlando di tutt’altro risultato. Quel restauro mi dà l’impressione di una grande spettacolarità, con il Nettuno “staccato” dal suo piedistallo e adagiato all’interno di una struttura che mi ricorda molto il teatro anatomico dell’Archiginnasio di Bologna. Come se il Nettuno fosse un paziente che deve essere curato. In una situazione del genere avrei avuto la sensazione di fotografare un’altra statua e non quella che i bolognesi, e tutti quelli che passano da Bologna, sono abituati a vedere.

Schizzi, dal sito di Mario Ceroli

Schizzi, dal sito di Mario Ceroli

Invece, come hai già specificato, l’attuale restauro è allestito all’interno di un cantiere anonimo, simile a molti altri: una struttura semplice che ne ingloba un’altra e con un telo bianco la nasconde alla vista dei non addetti ai lavori. Tuttavia, un semplice telo bianco e il fatto che la statua non si sia mossa dalla sua posizione originale hanno innescato in me un forte sentimento di attesa: cosa accade sotto quel telo? Come apparirà la fontana una volta terminati i lavori? Con questo mio progetto, non ancora concluso, ho cercato di muovermi proprio su questo confine tra l’ordinarietà, quasi banale e scontata, del cantiere e la forte sensazione di sospensione che suscita, senza avere la pretesa di risolverla né di dare risposte esatte e definitive.

L’anno scorso ho avuto l’occasione di vedere molto spesso la costruzione temporanea che avvolge la statua. Affascinato da questo cubo bianco non mi sono mai posto l’idea di poterci entrare. Cosa ti ha portato a volerci entrare?

Il restauro è iniziato nel giugno del 2016, negli stessi giorni in cui inaugurava The floating piers, la passerella galleggiante ideata dalla coppia di artisti Christo e Jeanne-Claude. Non sono riuscito a partecipare al rito collettivo della camminata sulle acque del lago d’Iseo ma mi piaceva pensare che quella gabbia potesse essere considerata anche essa un’opera di land art del famoso duo artistico. Un impacchettamento eseguito ad opera d’arte. Questo solo per dire che per quasi un anno ho osservato la gabbia scoprendoci ogni volta una forma molto attraente e significativa in se. Mi piaceva fotografare quel cubo come oggetto a se stante.

Durante la notte bianca dell’arte che ogni anno viene organizzata in concomitanza con Artefiera, in compagnia di due amici mi sono trovato ad entrare, quasi per caso, all’interno del cantiere che per l’occasione era liberamente visitabile. Mi sembrava di essere in uno di quei laboratori che si vedono nei film di fantascienza: all’improvviso la statua del Nettuno, che pure avevo osservato così tante volte prima di allora, era diventata una navicella aliena appena atterrata sulla Terra, un oggetto che non avevo mai visto prima. Nonostante la situazione fosse molto caotica, con un grande via vai di persone e le luci artificiali che illuminavano in maniera discontinua e incoerente la scena, pensai subito di voler tornare a fotografare l’interno del cantiere, per cercare di fissare quella condizione di alterità che un semplice cubo bianco stava trasmettendo ad un’opera d’arte, che pure ha una sua ben precisa identità.

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Come sei riuscito a entrare?

Quella sera stessa, ho chiesto agli addetti il contatto dell’associazione che organizza, durante tutto l’anno, le visite guidate al restauro. Ho quindi chiesto il permesso per poter tornare a fotografare con il cavalletto, a dire il vero senza nessuna particolare aspettativa. Mi sono ritrovato più volte a chiedere permessi simili e nel migliore dei casi non ho ricevuto risposta.

Stavolta, invece, dopo un po’ di tempo è arrivato un OK inaspettato. L’unica esplicita condizione postami era quella di rimanere all’interno dell’area dedicata ai visitatori, senza poter entrare nella zona in cui lavorano i restauratori. Per quello che avevo in mente di fare andava benissimo così e anzi sono stato io a chiedere di poter fotografare solo in loro assenza: sia perché tendo a escludere spesso la presenza umana dall’inquadratura, sia per non disturbare in alcun modo il loro lavoro.

Cosa vuol dire essere a tu per tu con una statua? Qual è stata la tua sensazione?

Fotografare delle statue presenta degli aspetti positivi, in primis il fatto di essere modelli che si lasciano ritrarre silenziosamente. In questo “al Żigànt” non ha fatto eccezione. Ma una statua ti costringe a muoverti, a camminarle intorno per trovare la posizione giusta. In un certo senso, è lei che ti fa mettere in posa. E le possibilità sono infinite.

Fino a quando il Nettuno non è stato ingabbiato, ho sempre trovato difficile rappresentarlo in maniera efficace, pur essendo inserito in un contesto urbano con cui dialoga benissimo; mi ero convinto che fosse un’opera, da questo punto di vista, “infotografabile”. Un’opera visibile nella sua interezza ma al tempo stesso distante, con la quale non c’era modo di entrare in contatto.

La gabbia ha reso possibile questo contatto, risolvendo al tempo stesso una serie di problemi. Quello di dove posizionarmi, ad esempio. All’interno del cantiere, lo spazio destinato ai visitatori è limitato ed è disegnato dalla stretta passerella che gira intorno alla statua. Uno spazio che offre scarsa libertà di movimento e in questo modo sono stato quasi obbligato nella scelta di dove mettermi rispetto alla statua, ma sentivo che quella era la giusta distanza tra me e il Nettuno.

La forma della gabbia mi ha suggerito anche il formato delle fotografie: mi è subito sembrato naturale descrivere un volume cubico con un formato quadrato e non con un formato rettangolare. Infine, più che con una statua ho avuto a che fare con parti di statua, dal momento che il corpo del Nettuno è “sezionato” dai ponteggi del cantiere. Anche in questo caso la gabbia ha orientato il mio sguardo, concentrandolo su queste inquadrature spontanee che ho assecondato il più possibile.

Lo spazio del cantiere, quindi, ha un peso all’interno delle fotografie tanto quanto il Nettuno e mi interessava che nessuno dei due prevalesse sull’altro. È grazie alla presenza del cantiere che questa statua si è fatta riprendere in maniera semplice e diretta come mai mi aveva consentito prima.

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Che genere fotografia è questa? Ti chiedo scusa per la brutalità con cui è posta la domanda.

È una domanda sulla quale si potrebbe ragionare all’infinito. Potrei risponderti con un secco “non lo so,” ma questo sì che sarebbe brutale, anche se molto vicino alla verità e cioè che faccio molta fatica con le categorie in genere, e in fotografia in modo particolare. Devo però riconoscere che spesso sono utili e possono aiutare a trovare una direzione più precisa, a circoscrivere il campo d’azione.

Questa potrebbe essere una fotografia di ritratto, di natura morta, di documentazione sullo stato di conservazione dell’opera, o tutte queste cose insieme. Forse è solo il racconto non finito di una condizione temporanea che spero ciascuno possa completare con altri significati e interpretazioni, come a proiettarli su quel telo bianco da cui è nato tutto.


Marco Stellato nasce a Napoli nel 1986 e vive a Salerno fino al 2008, anno del suo trasferimento a Bologna, dove si laurea in fisica teorica. Attualmente, vive e lavora a Bologna.

Parallelamente porta avanti la sua attività di fotografo, interessandosi soprattutto alla fotografia di architettura e di paesaggio.

— FIN —