Femminista, pacifista, artista naïve quanto virulenta attivista, Yoko Ono è un’icona fondamentale, quest’anno piú che mai.

Il suo nome è diventato sinonimo di guastafeste, ad essere estremamente gentili. Vittima di uno dei peggiori esempi di sessismo e razzismo espresso dal fandom della musica pop occidentale, Yoko Ono è accusata di un insieme di colpe piú o meno variegate ma che si agitano tutte sulle stessa frequenza: avrebbe rovinato la musica di John Lennon, avrebbe fatto sciogliere i Beatles, sarebbe, sostanzialmente, una stronza.

Nessuna di queste accuse è in nessun modo fondata. L’azione piú aggressiva di Ono nei confronti dei Beatles è stata rubare un digestive a George Harrison.

Invece, una persona che Ono la conosceva molto bene, John Lennon, l’ha definita correttamente “l’artista sconosciuta piú famosa del mondo: tutti la conoscono di nome, ma nessuno sa quello che fa.”

Forse per questo, soprattutto, Ono è odiata: esposta alla fama riflessa dei Beatles, non è stata capita. Ma non perché la sua arte sia eccessivamente esoterica o intellettualoide: perché gran parte si presenta in uno stato post-dadaista di oggettiva incomprensibilità, è arte che lascia confusi, non un bel quadro, non una bella canzone pop.

Femminista, pacifista, artista naïve quanto virulenta attivista, Yoko Ono negli anni Sessanta e Settanta stava facendo l’arte del futuro — un’arte che oggi parla al nostro mondo molto di piú di “Good Day Sunshine” o di “Tell Me What You See.”

La chiave di volta per non capire, ma avventurarsi nell’arte di Ono è Grapefruit.

Un libro d’artista, contenente non immagini, non poesie ma istruzioni, Grapefruit è un lavoro seminale dell’arte concettuale dei primi anni Sessanta. Diretto frutto degli anni spesi con il gruppo neo–Dadaista Fluxus, Grapefruit è una raccolta di “event score.”

È difficile spiegare intuitivamente cosa sia un event score, per cui prima leggiamone insieme un paio.

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Un event score è, in qualche modo, lo script per un’opera di performance. In un crescente non-sense impressionistico, Yoko Ono crea immagini, sentimenti, descrive un mondo onirico.

Leggere Grapefruit è un’esperienza che come la mappa per un posto fasullo descritta qui sopra, aiuta a seguire l’opera dell’artista.

Ono non temeva mettere inverare i propri frammenti onirici, come testimonia una sua altra opera, Cut Piece. In Cut Piece, Ono in persona si inginocchia davanti al pubblico in una bel completo di pantaloni e giacca, si inginocchia davanti ad una forbice, e tutto il pubblico può passare a tagliare un pezzo del suo vestito. La performance si conclude quando Ono decide, liberamente.

Decretare non solo il corpo dell’artista ma anche il suo ruolo nello spazio — e nel tempo — come opera d’arte, era un’idea radicale, rivoluzionaria.

L’opera, nata come un commento sul ruolo dell’arte, ma anche sulla posizione della donna — un commento particolarmente on point da parte di una giovane donna giapponese negli anni Sessanta — è diventato negli anni un commento su se stesso e sulla celebrità, mentre il personaggio di Ono si faceva sempre piú divisivo.

Mentre Ono continuava a ridefinire il ruolo dell’artista e della donna nell’arte, la fama di “rovinatrice dei Beatles” non le si stacca mai di dosso. Esemplare su tutti l’articolo dai toni razzisti pubblicato su Esquire nel numero di dicembre del 1970: “John Rennon’s Excrusive Gloupie,” accompagnato da una caricatura di Davide Levine.

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Ono — negli anni userà sempre meno di frequente il nome completo — continua indefessa il proprio lavoro non malgrado ma certamente invigorita dalla costante criminalizzazione.

Nel 1973 pubblica Approximately Infinite Universe, un disco dove la ricerca pura di avanguardismo lascia posto a melodie piú pop, dando spazio all’artista di disegnare il proprio manifesto femminista. Con un’attitudine punk e una chiamata politica irresistibile, Approximately Infinite Universe è forse il lavoro piú accessibile di Yoko Ono, ed è un fantastico punto di partenza per capirla come attivista.

“Per essere artisti ci vuole un gran coraggio,” ha detto al Guardian due anni fa. Dagli anni Settanta in poi Ono è diventata una attivista a tutti gli effetti, espandendosi ben oltre il pacifismo che condivideva con Lennon verso i diritti di genere prima, poi il controllo delle armi, la lotta al razzismo, il fracking.

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Secondo Ono, di fronte ad una politica sempre più retrograda, il progresso può passare solo attraverso l’arte, perché solo gli artisti possono permettersi vera, totale libertà di pensiero, oggi.

“L’arte deve costruire un’industria della pace che sia più grande di quella della guerra.”

Ono, famosa a livello mondiale ma mai mainstream, rappresenta perfettamente l’incrocio tra attivismo e arte che mai come in questi mesi sarà necessario per costruire delle fondamenta comuni tra tutte le persone che si oppongono alla sempre più rapida deriva a destra della conversazione pubblica. Per smettere di criticarsi, per fare davvero un fronte comune, per dare alla pace “una possibilità,” senza mai perdere di vista il motivo per cui si combatte.


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