L’inefficacia delle misure atte a marginare il cosiddetto overfishing ha presentato una serie di problematiche, soprattutto dal punto di vista pratico.


A cura di Free2Change

Dovendo indicare il principale colpevole del collasso degli stock ittici in tutto il mondo, sarebbe certamente la pesca intensiva industriale. È quello che emerge dal recentissimo report della FAO The Small Scale Fisheries Guidelines, redatto per favorire la pesca artigianale nei paesi in via di sviluppo. Questi ultimi, che spesso vedono nel settore primario – e quindi nella pesca – una fondamentale fonte di sostentamento, e soffrono particolarmente la pressione dei grandi pescherecci industriali.

Da anni gli abitanti delle coste africane si devono accontentare di ciò che rimane dal passaggio degli enormi strascichi dei vascelli asiatici, che zigzagano sul confine delle acque internazionali, approfittando della debolezza delle istituzioni locali.

Gli aggiornamenti del report della FAO non rappresentano una novità; già nel 2015, il Global Biodiversity Outlook, promosso dall’ONU, nel capitolo a proposito della gestione sostenibile del pescato assegnava un punteggio “0” ai progressi per il raggiungimento di questo obiettivo entro il 2020.
L’inefficacia delle misure atte a marginare il cosiddetto overfishing ha presentato una serie di problematiche, soprattutto dal punto di vista pratico. L’uso di restrizioni alle dimensioni delle maglie delle reti si è rivelato uno strumento parziale, le imposizioni di limiti al pescato inutili senza una stima della quantità di pesci realmente presenti. Inoltre, nessuna di queste misure protegge le specie che vengono prelevate per errore, che mediamente rappresentano almeno il 25 del pescato (dato disponibile per il Mediterraneo).


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L’impatto economico dell’overfishing legato all’ignoranza sui meccanismi di conservazione degli stock di pesci non va sottovalutato. È noto agli addetti ai lavori il caso dell’anchoveta del Perù, sulla quale l’economia di Lima avevano investito ingenti risorse per via di annate fortunate, che ha portato al collasso dell’ecosistema – e dell’industria ittica – attorno alla metà degli anni ’70.

È stata proprio l’ignoranza riguardo al ciclo di vita dei pesci, alle loro abitudini e ai loro movimenti a spingere verso nuovi strumenti di regolazione della pesca, basati su un approccio ecosistemico: quello di individuare le zone e le condizioni preferenziali per le diverse fasi di vita del singolo pesce. Ciò permetterebbe di limitare la pesca al di fuori delle nurseries, aree dove vivono gli avannotti, economicamente inutili ma fondamentali per la sopravvivenza di quegli animali. Per quanto possa sembrare strano, fino ad ora ciò è stato possibile solo per gli esemplari costieri, e molto meno per le specie che vivono al largo, che per molti versi ci sono ancora ignote.

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È questa la strategia seguita dal progetto europeo SafeNet, cui partecipano, fra gli altri, anche il Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano. Lo scopo del progetto consiste nel proporre alla Commissione Europea delle strategie di gestione del pescato che permettano al contempo la redditività dell’attività e la conservazione della specie: obiettivi, sul lungo termine, tutt’altro che opposti, poiché i profitti futuri dipendono dallo stato di salute dell’ecosistema odierno.

Ciò che è pochi metri sotto al pelo dell’acqua ci è nascosto, ma non possiamo permettere che la nostra cecità sia un alibi per agire come se il mare fosse un credito infinito. È necessario immergersi con un sottomarino, constatare le proprie possibilità e i propri limiti, pensare, e solo dopo – forse – gettare la rete.

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