in copertina, foto di Elena D’Ali. Nell’articolo, foto: Giada Arioldi

Giovedì scorso siamo stati al Filagosto Festival e abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Giovanni Imparato, in arte Colombre. Abbiamo parlato del suo ultimo album, Pulviscolo, di cosa rappresentino per lui la musica e l’estate, che in fondo significa anche fine della scuola e compiti per le vacanze. 

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Riascoltando Pulviscolo ho pensato che il tuo non mi sembra per niente un album estivo. Mi sembra un disco autunnale o primaverile, cosa ne pensi?

Non sempre un album coincide con la stagione secondo me, piuttosto dipende dall’orario in cui lo ascolti, io amo l’estate ad esempio.

Forse anche per i temi, i toni, per la scelta delle parole. Parli di amori finiti, di “blatte,” questa però è la stagione di Despacito, delle scappatelle, della gioia controvoglia. Tu che rapporto hai con l’estate?

L’estate è una stagione che amo particolarmente, soprattutto giugno e luglio. Agosto anche, però la fine di agosto non mi convince mai perché dove abito, a Senigallia, c’è una fiera che segna proprio la fine dell’estate, quindi quando arriva quella vuol dire che è finita la festa. Però riguardo ai temi del disco capisco quello che stai dicendo, nel senso, hai trovato dei temi se vuoi più riflessivi, qualcosa che ti porta molto lontano… da Despacito. Che poi magari il testo di Despacito è tristissimo eh. Non si sa, io non lo conosco quindi non posso dirlo. Però sono cose vere, non so come dire. Esiste un momento preciso per fare le cose, quello che più mi interessava era fare una musica che riflettesse il mio stato d’animo e comunicasse in primis per me, per mettere un punto con me stesso. Perché per me è stata una sfida parlare così, cantare queste cose.

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foto: Giada Arioldi

Parlando di canzoni, in Deserto il tema è quello del fallimento personale e della diversità tra gli individui. Mi piacerebbe che approfondissi…

Beh diversità no, in realtà c’è una cosa molto positiva in quella canzone. Alla fine ci si rivolge a questa persona dicendogli di tenere stretta la propria diversità, di non avere paura… E quindi?

Te lo chiedo perché, in generale, non si sente parlare spesso di fallimento nelle canzoni, è un po’ un tabù, la parola d’ordine è il successo. Il rap in questo senso è un esempio lampante.

In quel caso mi premeva dire che il fallimento c’è, c’è stato e ci sarà sempre perché alla fine sono cose umane. Il fallimento è anche il fallimento di un rapporto che tu hai con una persona che magari per te era molto importante, però a un certo punto capisci che il rapporto è finito oppure magari prende altre pieghe, e anche quello è un piccolo fallimento personale. Un grande fallimento personale, se vuoi, ma un piccolo fallimento nei confronti del macrosistema. Però si, la riflessione di quel testo è non arrendersi alle cose che possono girare un po’ male. E quindi, se sbagli dovrai ancora sbagliare tanto.

Il tuo modo di fare musica mi sembra dolce, placido, totalmente naturale. Quel “fottetevi voi e l’universo” in Sveglia io l’ho interpretato proprio come un tentativo di rivendicare una propria individualità, una libertà artistica. Mi sbaglio?

Hai indovinato, perché quella canzone non ha una venatura teen. Cioè non sono mica i Sex Pistols, è più un rapportarsi con se stessi, un parlarsi. Lì si parla magari dei giorni in cui non hai voglia di alzarti e una parte di te, quando non ti vuoi alzare, ti dice “dai muoviti”, mentre la parte più negativa dice “fottetevi non voglio vedere nessuno!” e invece poi in realtà c’è da alzarsi perché alla fine sognare ti porta comunque a un modo di affrontare le cose. Quindi era proprio un gioco e un discorso con me stesso.

Quando sono venuto a sentirti a Milano sono rimasto sorpreso dall’interpretazione energica che hai dato sul palco. Mi è sembrata una lettura del disco diversa, sorprendente, come se le canzoni avessero due anime.

Sì, due anime ci sono un po’ sempre nelle cose che faccio. C’è un lato magari più tranquillo, più dolce, ma poi in realtà quando faccio un concerto io sono della filosofia di dare tutto ciò che posso dare, quindi per me è una sorta di… Non ti dico liberazione catartica perché non è così,  non sono neanche l’unghia di Jim Morrison… Ma il punto della questione è che per me è importante che uno creda in quello che dice, altrimenti non lo farei. Chiaramente se mi trovo sul palco l’atmosfera e la situazione mi fanno sentire molto le parole del disco, perché sono parole nelle quali credo fermamente. Sono comunque cose recenti, importanti.

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foto: Giada Arioldi

Negli ultimi due anni abbiamo assistito a una riscoperta del cantautorato. Mi sembra che la tendenza generale sia quella di concentrarsi sulla rappresentazione del dettaglio, sullo sminuzzare la quotidianità in frammenti. In questo caso il tuo album mi sembra andare controcorrente. Come nasce un tuo testo?

Il discorso dell’andare controcorrente lo apprezzo molto, perché in realtà per me è sempre stato così, non mi piace seguire una strada già battuta, mi piace di più andare per i cavoli miei in un sentiero che non conosco e rompere magari i rovi, anche a costo di piccarmi, però comunque trovare una cosa nuova. Sì, è vero quello che dici che negli ultimi due anni c’è stata un’attenzione, un’esplosione del cantautorato…

Che è una cosa positiva secondo me…

Sì sì, certo, anche per me. Quando ho iniziato a scrivere canzoni eravamo veramente in pochi a cantare in italiano. Era il 2005, c’erano ad esempio Brunori, Dente o Vasco Brondi che avevano lanciato un po’ la palla per far vedere che certe cose potevano essere riprese anche dal passato. Chiaramente loro hanno aperto un varco e sono arrivati di più al pubblico per le loro tematiche, per il loro modo di comunicare. Poi dopo si è aperta una vera e propria voragine e, come un grande imbuto, anche le persone che circolavano sono state risucchiate dentro. Io comunque sono un fan della musica cantata nella propria lingua… Anche se non avrei difficoltà nemmeno ad ascoltare un gruppo danese.

A me piace andare per una strada tutta mia e non andare in una strada più facile che magari hanno percorso altri scrivendo dei testi di un certo tipo che, si sa, possono attrarre di più. Mi piace stare un po’ sull’orlo, e quindi di conseguenza i testi nascono quando ho qualcosa da dire, se no non lo faccio. Mi è capitato altre volte di avere una sorta di morale alla Tchaikovsky, o come Kafka che si alzava dal letto e scriveva almeno otto ore al giorno delle cose che poi magari voleva bruciare. Io in alcuni momenti spesso faccio anche così, perché comunque mi diverto. Però sui testi delle canzoni questa cosa non può succedere perché ti vengono se hai qualcosa da dire, se hai qualcosa di importante che vale la pena raccontare. Altrimenti stai fingendo, stai costruendo una fiction.

Sempre in Sveglia dici: “loro se ne fregano sempre, non gli importa niente, tantomeno di te”. “Loro” chi sono?

I supermercati! (ride)

Della scena rap invece che cosa ti incuriosisce?

Non posso dirmi un grande cultore, anche se alcune cose le ho ascoltate in passato. Ad esempio adesso mi piace Ghali. L’ho visto suonare qualche giorno fa in un festival perché eravamo nella stessa line-up. Al di fuori dalla musica trap, che è ovvio sta andando per la maggiore, il punto della questione secondo me è il messaggio. Chi fa quel tipo di musica, parlata, ha un grande potere nei confronti del messaggio che trasmette. Ovvio che anche chi fa musica pop in senso lato ha un messaggio. Però ad esempio lui, Ghali, ha un pubblico molto trasversale ma fatto soprattutto da adolescenti, e vedere questo ragazzo che dal palco invece che scodinzolare il proprio catenone dice di tenersi strette le proprie amicizie, i propri genitori e la propria individualità, mi ha colpito perché è una cosa che penso anch’io. Vederlo fatto da un rapper è una cosa che ti permette di capire la trasversalità della musica, che secondo me è sempre legata al messaggio.

foto: Giada Arioldi

foto: Giada Arioldi

Ho letto che, oltre a suonare, insegni. Poco tempo fa abbiamo intervistato Murubutu, anche lui professore. Mi chiedevo: nel tuo caso come si conciliano le due attività? È l’insegnamento ad arricchire la tua vena artistica oppure è suonare che aggiunge qualcosa al tuo modo di insegnare?

Ti premetto che sono un insegnante nel senso che ho fatto delle supplenze, non ho un ruolo fisso: sono l’ultima ruota del carro che viene chiamata all’ultimo quando a scuola sono disperati. Ho avuto la fortuna l’anno scorso di fare un’esperienza sostituendo una professoressa per un anno intero, ed era il momento in cui stavo scrivendo e non ero in tour. È stata un’esperienza molto importante.

Secondo me la storia è sempre una. Non esistono scissioni, nel senso io sono quello che sei tu, oggi fai una cosa e domani non sarà uguale, tipo il fiume che scorre di Eraclito. Ovviamente quando sono in classe metto sul piatto anche la mia esperienza da musicista e quindi se muore David Bowie io entro in classe e metto a un volume estremo Heroes. Oppure, un giorno ero in una scuola superiore e dovevo spiegare Petrarca e dovevo trovare un modo per “esporre la merce”, non so come dire. Così li ho fatti rappare. Ho preso il computer, ho aperto Ableton, ho messo un beat e mi sono messo a suonare la tastiera con un synth attaccato alle casse nell’impianto dell’aula e ho fatto una gara di freestyle, però con i testi di Petrarca e i ragazzi erano fuori di testa e alla fine l’hanno studiato tutti.

Quando suono magari la parte dell’insegnamento c’è di meno, perché non pretendo di insegnare niente a nessuno. Però, in realtà, nel disco questa cosa è entrata tantissimo. Ho scritto questi testi perché avevo capito grazie a quest’esperienza che non potevo più nascondermi. A volte quando scrivi hai paura che lo senta qualcuno che non deve sentirlo e quindi giochi con le parole, invece di andare dritto al dunque. Invece questa esperienza mi ha fatto capire che non puoi girare intorno alle cose importanti, perché ai ragazzini non puoi raccontare cazzate.

Ma quindi hai dato anche i compiti per le vacanze?

No sono stato esentato da questa cosa, poi non mi avrebbero confermato l’anno dopo… Anche se, adesso che mi ci fai pensare, proprio mi sono scordato. Infatti una mia ex collega me l’aveva chiesto… Ma perché io non avevo idea che bisognasse dare i compiti. Io sono arrivato alla fine, c’erano gli esami di terza media e l’ultimo giorno di scuola ai miei studenti di seconda ho fatto raccogliere una ciliegia dall’albero che c’era a scuola. Abbiamo mangiato la ciliegia, loro erano tutti contenti e per me era quello il compito.

A noi che libro consiglieresti di leggere?

La pietra lunare di Tommaso Landolfi.

E un album da scoprire o riscoprire quest’estate?

L’unico disco che hanno fatto i Little Joy, che sono un gruppo super e hanno fatto un solo disco qualche anno fa. È un album molto contaminato perché ci suonano il batterista degli Strokes, Rodrigo Amarante che è un chitarrista brasiliano molto bravo e Binki Shapiro alla voce. Hanno fatto questo disco e si sente tantissimo la naturalezza e la voglia di giocare. Le canzoni sono, manco a dirtelo, bellissime.

— FIN —

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