Fotografare gli spazi comuni, a Milano, fra pubblico e privato

in copertina foto di Martina Fabris

Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia e fotogiornalismo. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo, e un progetto che sveliamo giorno dopo giorno su Instagram.

Per questo mese, un’edizione speciale: tutti i giorni ospiteremo un progetto tratto dal corso di Fotografia per l’Architettura presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano.

Negli ultimi tre anni il corso ha avuto oltre 500 studenti. Ognuno di loro ha sviluppato un lavoro individuale sulla città di Milano.

L’obiettivo del corso è formare un discorso unico tra fotografia e architettura, da un punto di vista umano — distruggendo i generi, per capire come la fotografia può aiutare il mondo. Il progetto ha sicuramente rappresentato una sfida anche per la provenienza degli studenti: più del 70% viene al Politecnico di Milano dall’estero e anche tra gli italiani pochi sono quelli sempre vissuti a Milano: è la città, vista per la prima volta da occhi nuovi.

Dal 2015, a tenere il corso è Giovanni Hänninen che ha risposto alle nostre domande.

Anno Accademico 2015-2016:
Spazi comuni a Milano fra pubblico e privato

Il tema per l’anno 2015-2016 del corso di fotografia per l’architettura erano gli spazi comuni a Milano. Cosa avete chiesto agli studenti in questo anno?

A Milano, gli spazi comuni pubblici, seppur esistenti, sono meno diffusi che in altre città italiane. Peculiarità milanese è, invece, una diversificata quantità di luoghi d’incontro, destinati allo svolgimento di varie attività, all’interno di spazi privati, aperti al pubblico nonostante l’accesso sia a volte limitato da fattori quali: orari, appartenenza a un gruppo, un’attività molto specialistica.

Fabio Alampi, Processo continuo

Fabio Alampi, Processo continuo

Pensando allo spazio pubblico in Italia viene in mente subito la piazza. Ma quante piazze a Milano sono veramente utilizzate come luogo di incontro e di vita? Milano è una città che non si mostra, una città che va scoperta. Agli studenti ho mostrato il centro di Milano da una visione satellitare: è piena di giardini, invisibili dalla strada.

Da bambino passavo almeno tre mesi all’anno a Helsinki, dove sono nato. La mia casa non era per me solo l’appartamento di mia nonna. Avevo “spazi” in tutta la città, luoghi che sentivo miei e che, pubblici o privati, rappresentavano la naturale estensione del mia camera. Abbiamo chiesto agli studenti di esplorare la città e riportarci fotograficamente i luoghi che loro vivono e sentono come casa.

Costanza Galli, Tra le quinte

Costanza Galli, Tra le quinte

Per quelli che sono i vostri ricordi, gli studenti fanno riferimento a luoghi e situazioni note o la fotografia e un tema ben specifico da voi fornito gli serve  è  servito per esplorare e conoscere meglio la città?

Come nel caso del progetto dell’anno precedente, anche il tema di quest’anno ha un’indirizzo specifico pur lasciando ampio spazio all’interpretazione personale. La ricerca del luogo da parte degli studenti è di vario tipo, c’è chi fa riferimento alle proprie esperienze personali, trattando luoghi che vive o ha vissuto,  chi si dedica invece a una ricerca più approfondita, andando a scoprire luoghi a lui sconosciuti o chi partendo dalla scelta di luoghi noti, cerca di indagarne le dinamiche attraverso la propria individualità. In ognuno di questi casi, l’approccio fotografico in fase di realizzazione del progetto, con i suoi tempi e la diversa percezione dei luoghi rispetto all’esperienza quotidiana, ha sicuramente contribuito, come confermato dagli studenti, a una  lettura e comprensione più approfondita dei luoghi e delle relative implicazioni umane, sociali e architettoniche.

Andrea Gruber, The outer public space

Andrea Gruber, The outer public space

Quale approccio hanno utilizzato gli studenti, sia a livello tecnico, metodologico che progettuale?

Le esercitazioni tecniche svolte durante l’anno sono propedeutiche al progetto finale. Agli studenti è stato chiesto fin da subito di lavorare con dei vincoli assegnati. Per la parte prettamente fotografica si è lavorato sulla ricerca e l’utilizzo di un punto di un vista definito. In questo senso l’uso di un’ottica grandangolare fissa (a chi aveva un’ottica zoom abbiamo semplicemente chiesto di bloccala con dello scotch!) e la produzione di un numero limitato di immagini sono il punto di partenza su cui gli studenti cominciano a lavorare. Per il progetto il vincolo era di carattere locale. Il lavoro va prodotto, all’interno del tema dell’anno, su un luogo definito scelto dallo studente. A queste restrizioni si somma nella presentazione del lavoro la presenza di un layout standard, flessibile nella disposizione delle immagini, ma con un numero predefinito di pagine dedicate alla storia.

Abbiamo molto sottolineato la necessità di lavorare in uno “spazio di ricerca vincolato” (per utilizzare una notazione più vicina al mondo della matematica). Il mondo, soprattutto quello del lavoro, pone innumerevoli vincoli alla realizzazione delle proprie idee. Credo che sia utile, anche in ambito fotografico, riuscire a imparare a realizzare il proprio progetto rispettando i vincoli dati. Apparentemente potrebbe sembrare che la presenza di questi vincoli possa portare alla realizzazione di un prodotto standard e uniforme. Ma il risultato ci dimostra il contrario: ciascuno studente ha saputo utilizzare al meglio questi strumenti, utili in fase di progettazione, conservando una assoluta autonomia di visione.

Marta Iole Procaccio, Edificio mondo

Marta Iole Procaccio, Edificio mondo

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