L’Italia è sulla buona strada secondo la direttiva europea 20-20-20, ma risulta ancora molto indietro se si guarda a una strategia di lungo periodo.


A cura di Free2Change

Gran parte dei giornali e degli esperti del settore hanno salutato con giubilo la recente notizia che ha cambiato la storia della produzione elettrica italiana: domenica 21 maggio 2017 l’87% della domanda energetica del Bel Paese è stata coperta dalle rinnovabili (eolico, solare e idroelettrico), le tecnologie di generazione carbon-free, e questa cifra rappresenta un record all-time, secondo Terna.

Viene da chiedersi, a questo punto, se serva ancora parlare di lotta al cambiamento climatico, accordi di Parigi e transizione energetica: l’Italia è paladina dell’ambiente, maestra di innovazione tecnologica e quanti si sono occupati di questo tema finora possono tirare un sospiro di sollievo e andare in vacanza, sicuri che la Nazione abbia fatto il suo dovere e il mondo sia salvo. Oppure no.

L’ondata di ottimismo è comprensibile e in parte condivisibile, dato che le rivoluzioni sono spesso alimentate da episodi simbolici. Ma non conviene mai fidarsi di un singolo dato, senza valutarne la significatività in base al contesto da cui è stato estrapolato.

Vale la pena, in particolare, di tornare su tre dettagli della notizia.

Domenica: un giorno innocente e festivo, Dominica dies, ‘giorno del Signore’. Nei giorni festivi la produzione industriale — e quindi la domanda energetica del settore — si azzera e il carico complessivo cala anche del 50% rispetto ai giorni feriali (ecco perché nel fine settimana l’elettricità costa meno)

21 maggio: cosa vi viene in mente? La primavera inoltrata, le giornate che si allungano, il clima ideale — non troppo caldo, né troppo freddo. I consumi residenziali (riscaldamento e condizionatori) sono dunque al minimo, mentre lo scioglimento delle nevi riempie le riserve idroelettriche delle Alpi.

Idroelettrico: l’ultima parola magica. L’Italia è un paese di santi, poeti, navigatori e centrali idroelettriche. Fino agli anni 60 queste rappresentavano la prima fonte di generazione elettrica nazionale, poi hanno quasi smesso di crescere in numero e potenza installata, ma tutt’oggi forniscono più del 15% dell’energia di cui abbiamo bisogno ogni anno — più di eolico e solare insieme. Peccato che questa fonte pulita e quasi gratis (i costi, sostenuti perlopiù nella prima metà del secolo scorso, sono ormai affondati) abbia dei limiti intrinseci di espansione legati alla disponibilità della risorsa: sono finiti i bacini sfruttabili.

Rielaborazione da dati Terna

Rielaborazione da dati Terna

Tutto questo per dire che abbiamo stabilito il record di rinnovabili nel giorno più insignificante del mese più insignificante per i consumi energetici, con un bell’aiuto dalle turbine Pelton trasportate con fatica alle pendici di qualche massiccio alpino dai nostri nonni, 80 anni fa: ci piace vincere facile. Questa notizia e la dimostrazione che i dati possono essere fuorvianti ci danno però l’occasione di riflettere seriamente sulla posizione dell’Italia nello sforzo per la mitigazione della crisi climatica, come l’ha definita di recente Al Gore (cambiamento è un termine che, a suo dire, esprime erroneamente l’idea di gradualità e naturalezza di questo fenomeno).

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L’Italia è sulla buona strada secondo la direttiva europea 20-20-20, è uno studente dal grande potenziale ma si limita al “compitino.” Il paragone con i primi della classe in Europa è impietoso: Danimarca ma soprattutto Germania, che da un modello heavy-carbon di stampo industriale ha saputo reinventarsi patria dell’innovazione green e punto di riferimento per eolico e fotovoltaico (ma davvero dobbiamo prendere lezioni di generazione solare dai tedeschi?).

La Strategia Energetica Nazionale presentata dal titolare del Ministero dello Sviluppo Economico Calenda proprio nel maggio dei record, tuttavia, si è concentrata sui temi della sicurezza energetica (l’Italia produce il 50% della sua elettricità bruciando gas naturale, e la realizzazione dei gasdotti Galsi e TAP — sì, quello degli ulivi — consentirà di minimizzare i rischi, in caso Putin decida di chiudere i rubinetti russi) e competitività dei costi (i prezzi dell’energia in Italia sono tra i più alti d’Europa), ma non c’è stata chiarezza sui piani di sviluppo per le rinnovabili, tranne che per un aspetto: turbine a tre pale e pannelli in silicio dovranno cavarsela da soli perché è finita l’epoca degli incentivi, e probabilmente non torneranno più — neanche per l’efficientamento degli edifici.

Fonte: GSE

Fonte: GSE

Completano il quadro le installazioni di fotovoltaico in Italia in netto calo (si veda sopra, in particolare la potenza installata, che è legata alla produzione annua), così come la generazione da rinnovabili nel periodo gennaio-maggio degli ultimi 4 anni, trainata a fondo dalla caduta di un vecchio alleato — l’idroelettrico — sceso ai minimi dal 2007 (indovinate il perché? Bravi, c’entra il riscaldamento globale).

Risultato? Un’Italia rimandata a settembre con l’aiutino, allineata con gli obiettivi europei a breve termine soprattutto per ragioni storiche e abbondanza di risorse naturali, ma ancora indietro se si guarda al lungo periodo. Bisognerà impegnarsi più a fondo per raggiungere i primi della classe, evitando — magari — che il nostro patrimonio naturalistico si trasformi in sabbia.


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