in copertina, foto di Giada Arioldi

Al Filagosto Festival, abbiamo incontrato la band pop rivelazione dell’anno, i Canova. Abbiamo parlato dell’album, degli Strokes e di come la vita sia tutto quello che c’è al di fuori del tour.

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Come va?

Matteo: direi bene.

Ho contato 56 date in 4 mesi. Praticamente un concerto ogni due giorni. Quando finiranno le date cosa farete?

Matteo: in realtà a settembre finirà questo tour estivo, ora siamo praticamente alla metà. Dopodiché verranno annunciate altre cose, però, diciamo, non è ancora finita la linfa di questo disco.

Nella vostra bio leggo: “Nottambuli, libertini, sinceri.” Quindi in Italia si può fare pop anche senza essere dichiaratamente romantici?

Matteo: direi di sì anche perché il pop, per come lo vediamo noi, non è mai stato sinonimo di amore. Non ha a che fare con i testi, è più collegato a un discorso di sound. Non c’è un collegamento tra pop e sentimentalismo.

Perché ci sono invece della band che del sentimentalismo ne fanno un manifesto.

Matteo: è vero, qui in Italia siamo stati rovinati dal cattivo pop che c’è stato negli ultimi quindici anni e quindi nella testa della gente il pop è automaticamente associato ad alcuni nomi, alcune radio, alcuni talent. Ma in realtà il pop non è nato così. C’è stato un errore storico secondo me che ha portato a rendere le cose peggiori di quello che sono.

Quindi quali sono i vostri riferimenti pop? A parte Tiziano Ferro, ovviamente…

Matteo: a parte Tiziano Ferro e Laura Pausini…  Beh, per noi il pop sono i Beatles, gli Oasis, i Coldplay, che ultimamente sono sfacciatamente pop, però anche altre band inglesi che ci sono sempre piaciute come i Kooks, i Vaccines… Non so se è utile definirlo il pop, abbiamo sempre ascoltato le canzoni degli anni ’60 e ’70.

Federico: alla fine il genere è fatto dalle canzoni. Cioè, quando c’è una forma canzone, almeno per noi che ascoltiamo questo tipo di musica, si tratta di pop. È ovvio che gli Oasis non sono una band pop come attitudine e per tipo di sonorità, però alla fine dentro ci senti i Beatles e varie influenze che vengono da quella matrice lì.

Matteo: più che altro a noi del pop non ce ne frega niente, a noi interessa la canzone. Noi siamo fan della canzone prima che del genere.

foto di Giada Arioldi

foto di Giada Arioldi

Volendo trovare dei collegamenti tra la vostra musica e quella di altri artisti mi viene in mente subito Cremonini, ma anche Calcutta (ad esempio in La festa – live, l’ultima traccia del disco). Mi sembra che dal punto di vista musicale siate più vicini al primo mentre del secondo condividiate il disincanto, la disillusione. Vi ci ritrovate?

Federico: non so, secondo me sono cose che abbiamo assimilato nel corso degli anni. Quando sono usciti i Lunapop avevamo dieci anni e loro sono stati una delle prime cose che abbiamo ascoltato. Ma lo stesso vale anche per artisti della nuova scena, tra i quali c’è Calcutta. Però alla fine quello che cerchiamo di fare è essere la band che siamo, cercando di farci influenzare positivamente da quello che abbiamo intorno. In quel senso ci ritroviamo. È una cosa che fa parte di noi, anche inconsciamente.

Nel disco citate i Doors e gli Strokes, come vi hanno influenzato questi due gruppi?

Matteo: allora, il riferimento ai Doors riguarda una ragazza che era fissata con i Doors, e io mi ritrovavo a casa sua con le magliette dei Doors e ‘sti vinili fissi che facevano da colonna sonora, diciamo, alla situazione (ridono)… Era molto piacevole. E poi meglio i Doors di, non so, altre cose. Invece con gli Strokes la cosa è molto più viscerale perché sono la mia band preferita. Gli Strokes riuscivano a unire delle melodie incredibili a un cazzo di sound allucinante, ed erano una band incredibile in cui tu sai perfettamente riconoscere i componenti. Nelle band vere tu sai chi sono i componenti, non è che si guarda solo il cantante. Quindi i Doors sono legati a un ricordo mentre gli Strokes sono qualcosa che ascoltiamo tuttora e abbiamo sempre seguito.

Forse il punto di contatto con gli Strokes si trova proprio in Vita Sociale che, in fondo, può suonare come un grido di disperazione, la manifestazione di un disagio generazionale. Cosa ne pensate?

Matteo: generazionale non lo so. Più che altro in quel momento lì, quando stavamo facendo le canzoni, non pensavamo che sarebbero state ascoltate da qualcuno, questa è la verità. Noi pensavamo che sarebbe stata una sorta di regalo che dopo tanti anni facevamo a noi stessi, perché comunque avevamo delle canzoni che quadravano tra di loro. Eravamo riusciti a farle suonare come avevamo sempre voluto ma non pensavamo che ci sarebbe stato un orecchio, quindi in realtà se la musica sia generazionale o meno lo può dire l’ascoltatore. Però di sicuro non sono state scritte in quel senso.

Soundcheck. Foto di Elena D’Alì

Soundcheck. Foto di Elena D’Alì


Ma chi sono i Canova?
Guarda il video dal Woodoo Fest


Manzarek lo conosciamo tutti, o meglio dovremmo conoscerlo tutti. La stessa cosa si può dire di Maradona. Aziz invece chi è?

Matteo: Aziz è il classico venditore ambulante che ti sta addosso con gli accendini e le rose. Solo che lì ci prendevamo un po’ per il culo in realtà, perché è una canzone talmente facile… Cioè forse è quella più pop nel senso che intendevamo prima, cioè di quello più dichiarato anche a livello testuale, e infatti penso sia uno dei brani che abbandoneremo al prossimo disco. (ride)

Alla fine lì ci prendevamo per il culo perché il testo era talmente sfacciato che è come se ci fossimo immersi nel romanticismo di quello che ti vende le rose che alla fine, se ci pensi, non ti rompe mai davvero i coglioni. Pensa a quanti ricordi si porta a casa ogni sera. Vede coppie che litigano, coppie che limonano, coppie che si stanno conoscendo. Quindi c’è questo elemento romantico… Comunque non abbiamo mai pensato troppo ai titoli. Infatti l’avremmo dovuto cambiare se fossimo stati più lungimiranti.

“Avete ragione tutti” è uscito il 21 ottobre 2016. In questi mesi avete suonato dappertutto e il tour è ancora in aggiornamento. Adesso è quasi arrivato il tempo dei bilanci. Secondo voi qual è stata la forza di questo disco?

Matteo: forse è stata incontrare un pubblico. Perché comunque quando ti butti sul “mercato” — che poi non esiste un mercato — ci tenti e devi essere fortunato a beccare il periodo giusto. Cioè, per dire, io non so se oggi una giovane band metal italiana riuscirebbe a trovare un pubblico. Infatti questo tipo di disco se fosse uscito quattro o cinque anni fa molto probabilmente non avrebbe trovato un pubblico pronto ad assimilarlo. Forse siamo stati fortunati ad essere inseriti in quel mondo che oggi chiamano indie o nuovo pop. Però non era intenzionale.

Forse oggi gli ascoltatori sono più allenati.

Matteo: sono stati indirizzati, forse.

Federico: c’è un po’ più di attenzione, se vuoi, più curiosità. Però secondo me questa cosa è vera ma è anche vero che di dischi ne escono tanti, anche di questo genere, ogni anno. È un insieme di cose. Io, tra i punti di forza, ci metto anche le canzoni del disco. Secondo me, anche se da dentro non riesco a dare un giudizio oggettivo delle cose, evidentemente hanno fatto breccia e questo sicuramente conta.

foto di Giada Arioldi

foto di Giada Arioldi

Del prossimo album invece cosa ci dite? C’è già qualcosa in ballo?  

Matteo: sarà l’opposto. Sarà metal. (ride) No, non lo so. Adesso quando torneremo alla vita normale, perché comunque questa è una cosa montata, irreale, ci penseremo. A parte gli scherzi, siamo in giro dal 5 gennaio e facendo questo tipo di vita non hai veramente la percezione delle cose. Non sai se piove, se c’è il sole, se c’è traffico o non c’è traffico, dove siamo, dove andremo. Quindi non si sa. Quando finirà tutto torneremo a fare quello che facevamo prima, ricominceremo a scrivere canzoni sperando però di non scrivere di questo periodo perché comunque questo, quello del tour, è un tipo di vita che non è la tua in realtà, almeno per quanto riguarda noi.

Quindi vi prenderete una pausa?

Matteo: sì, assolutamente. Vorremmo prenderci veramente un annetto di vita. Nella vita scrivi, non scrivi, però almeno vivi. Non ha senso secondo me fare, come fanno molte band, il secondo disco sul tour. Che gliene frega alla gente se parli delle tipe, non è vita quella lì… Cioè, di sicuro avremmo un sacco di cose da scrivere in quel campo. Però le canzoni devono avere un po’ più di ciccia che le stronzate da sedicenne.


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