Le popolazioni indigene non devono esser considerate come il fanalino di coda della popolazione mondiale: al contrario, hanno molti modi per contribuire allo sviluppo sostenibile.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene venne adottata dall’Assemblea Generale nel lontano 13 settembre del 2007. Da quel giorno la stessa Dichiarazione è divenuta pietra miliare posta alla base della cooperazione tra i popoli indigeni stessi e gli stati membri ospitanti. Essa stabilisce un quadro universale di standard minimi per la loro sopravvivenza e dignità, adattando in maniera contingente tutte le pre-esistenti libertà fondamentali.

Con la giornata di oggi ricorre ufficialmente il decimo anniversario di questa dichiarazione, intestataria dei progressi che si sono (e non si sono) raggiunti nei primi dieci anni di vita. Il divario esistente tra il riconoscimento ufficiale delle popolazioni indigene e l’applicazione di norme sul territorio che siano realmente utili a queste minoranze è ancora troppo ampio.

Le minoranze continuano a provare sulla loro pelle l’esclusione, la segregazione e l’emarginazione sociale dalle grandi sfide di questo secolo. Le riforme costituzionali al riguardo sono viste come un passo indispensabile per assicurare riconoscimento, inclusione e integrazione di queste piccole realtà nei panorami nazionali e internazionali. Dall’adozione della Dichiarazione, diversi paesi – in particolare nella regione latinoamericana – hanno intrapreso iniziative per riconoscere l’identità e il diritto di Popoli indigeni (compresi Costa Rica, Ecuador, Messico, Nicaragua e Bolivia). Altri, come il Kenya, hanno deciso di riconoscere solo alcuni gruppi identificati dal governo locale come “popolazioni indigene”.

Sostieni il nostro crowdfunding

Nonostante ciò, l’adozione della dichiarazione ha motivato diversi enti delle Nazioni Unite e svariate organizzazioni intergovernative a rivedere il proprio lavoro con le popolazioni indigene, al fine di sviluppare nuove strategie e politiche di integrazione. Molti stanno attuando progetti e iniziative specifiche volte a rafforzare i diritti di queste popolazioni per allineare le loro priorità con quelle dello sviluppo del paese in cui risiedono. Importanti successi sono stati raggiunti dopo l’attuazione della Dichiarazione delle Nazioni, soprattutto a livello globale. Nel 2014, alla prima Conferenza mondiale sulle popolazioni indigene, gli Stati membri hanno ribadito il loro appoggio alla Dichiarazione, impegnandosi al più presto a prendere decisioni legislative e politiche oltre che a mettere in atto misure amministrative a livello nazionale per raggiungere i fini della Dichiarazione.

Parlare di popolazioni indigene: tra Asia e Pacifico

Popolazioni indigene nel mondo

Popolazioni indigene nel mondo

Quando si parla di popolazioni indigene, solitamente si fa riferimento a due macro aree in cui sono maggiormente presenti tali minoranze:

Asia: due terzi delle popolazioni indigene vivono in Asia – territorio che di suo ospita più di 2000 lingue. Molte di queste popolazioni non hanno affinità col concetto di “riconoscimento” (identitario, culturale, legislativo) e le loro situazioni versano in condizioni di esclusione ed emarginazione soprattutto politica (ne è una prova il fatto che lo stesso termine “popolazioni indigene” non venga incorporato nelle leggi nazionali e costituzionali).

Ma la situazione, per quanto tragica, fa ben sperare: la prima legge al riguardo è stata adottata nelle Filippine (1997), seguita dal Nepal che ha elencato ben 59 diverse nazionalità indigene (con propria lingua, tradizioni, abitudini e identità culturali) sparse sul proprio territorio.

Tra i problemi principali che colpiscono queste popolazioni ci sono quelli riguardanti le terre e le risorse naturali (che spingono governi e grandi industrie a mettere in atto spostamenti forzati delle suddette popolazioni), mancanza di garanzie di istruzione e salute da parte dei governi nazionali (basti dare un’occhiata ai tassi di alfabetizzazione e alle aspettative di vita di queste popolazioni) nonché totale assenza di integrazione culturale (che porta ad una predilezione di grandi infrastrutture a discapito dei territori di insediamento di queste popolazioni), nonostante l’importante contributo che queste minoranze potrebbero dare all’intera regione grazie alla loro profonda conoscenza delle terre, foreste e risorse naturali che li circondano.

Mortalità infantile in Asia

Mortalità infantile in Asia (dati ONU)

Area del Pacifico: Ospita una vasta gamma di popolazioni indigene (il 19% delle oltre 5000 lingue stimate parlate al mondo si trovano in quest’area). I loro sistemi di credenza, l’aspetto spirituale ed esoterico e le loro leggi tradizionali sono i tre pilastri su cui si fondano le loro comunità (dal sistema sociale a quello politico passando per quello economico). Particolarità di quest’area è che, nel complesso, la somma di tutte le popolazioni indigene costituiscono la maggioranza della popolazione – che, però, sono state segregate dopo gli storici progressi di insediamento coloniale prima ed immigrazione dopo.

Sebbene abbiano contribuito solo per lo 0,03% all’emissione di gas serra corrente, gli islanders risultano essere i primi ad essere colpiti dal ritorno di fiamma di questi eventi: il loro approvvigionamento idrico, gli ecosistemi costali e forestali (causa acidificazione degli oceani e l’intensificarsi di fenomeni di piogge acide), l’intero settore della pesca, dell’agricoltura nonché la salute umana stessa risultano essere molto danneggiati.

Le popolazioni indigene nell’Agenda 2030

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è “un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – i Sustainable Development Goals (SDGs) – in un grande programma d’azione, per un totale di 169 traguardi. L’avvio ufficiale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei prossimi 15 anni: i Paesi, infatti, si sono impegnati a raggiungerli entro il 2030.

I popoli indigeni rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma allo stesso tempo il 15 per cento di quella più povera.

Vaccinazioni varie in Vietnam (dati ONU)

Vaccinazioni varie in Vietnam (dati ONU)

Riguardo ai loro progressi, continuano a verificarsi ritardi importanti su aspetti tanto sociali quanto economici. L’Agenda 2030 – come sottolinea al suo interno – ha sì diversi obiettivi da raggiungere, ma senza voler “lasciare nessuno indietro”. Le popolazioni indigene, però, non devono esser considerate come il fanalino di coda della popolazione mondiale, un peso alla comunità globale che grava sulle spalle dei paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo: queste popolazioni hanno molti modi per contribuire allo sviluppo sostenibile. La loro presenza e considerazione all’interno del panorama globale è da monito a quanto ancora bisogna fare per registrare progressi significativi sotto il profilo dei principi dell’universalità, dei diritti umani, dell’uguaglianza e della sostenibilità ambientale – ritenute da tutti i firmatari, in maniera trasversale, delle vere e proprie priorità, non solo per gli indigeni stessi.

Ogni singolo punto dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile è rilevante per i diritti e il benessere delle popolazioni indigene: ben 156 di questi sono strettamente legati alla sfera dei diritti umani; 73, invece, sono incentrati unicamente sui diritti delle popolazioni indigene (tra cui quelli relativi alla produzione agricola indigena in piccola scala e all’accesso paritario all’istruzione per bambini indigeni e non).

Per fare ciò sono stati inclusi indicatori di fondamentale importanza per le popolazioni indigene – come quelli inerenti alla dimensione collettiva dei diritti fondiari, al reddito degli agricoltori su piccola scala, all’accesso all’istruzione, alla non discriminazione. Si cerca di puntare ad una sostenibilità che sia “totale” e non solo parziale, o relativa alla sostenibilità dei PS e PVS: nelle varie riunioni alla base degli SDGs si è spesso parlato di quanto, per raggiungere gli obiettivi prefissati, molte volte ci sia bisogno di servirsi di territori già in precedenza occupati da popolazione indigene. A questo scopo è stata posta come garanzia la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle Popolazioni Indigene, onde evitare spiacevoli incovenienti.

La Dichiarazione, in tal caso – come affermato dall’Istituto Danese per i Diritti Umani –, “costituisce un quadro di norme minime per la sopravvivenza, la dignità, ed il rispetto dei diritti di tutti gli uomini”, oltre a fornire una base per il dialogo tra le popolazioni indigene e gli stati membri che le ospitano.

Richiesta a gran voce è che i piani messi a punti per lo sviluppo sostenibile siano permeati di ideologie culturalmente sensibili al fine di evitare di ledere i principi di autodeterminazione delle minoranze indigene – nonché i diritti collettivi in termini di terra, salute, istruzione, cultura e modi di vivere. Per quanto sia importante l’azione globale, ovviamente quella nazionale resta la strada principale da percorrere: a riguardo, secondo le Nazioni Unite, è di cruciale importanza che gli stati includano rappresentanti di popolazioni indigene nella loro pianificazioni, programmazioni e analisi di bilancio per il raggiungimento degli obiettivi e l’innalzamento degli indicatori utilizzati nell’esame del loro compimento.


Segui Gian Marco su Twitter

Per ricevere tutte le notizie da The Submarine, metti Mi piace su Facebook


Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. Potete sostenerci qui. Grazie ❤️

— FIN —

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi