Da simbolo di ricchezza, il maiale è diventato portavoce alimentare dei “valori occidentali” contro “l’invasione.” Ne abbiamo parlato con Wolf Bukowski, autore de La santa crociata del porco.

Da simbolo di ricchezza e abbondanza ad alimento laico e repubblicano, il maiale e suoi derivati si fanno oggi simbolo alimentare portavoce dei “valori occidentali,” in una santa crociata che poco spazio lascia alla libertà e alla democrazia.

E allora la paura «dell’invasione», «dell’islamizzazione dell’Occidente», o anche solo della sconfitta alle elezioni fanno sì che il porco alimenti l’islamofobia più becera, dietro alla quale si nasconde il volto pulito di chi si ingozza di pane e fame altrui.

È questo il tema de La santa crociata del porco, il nuovo libro di Wolf Bukowski, dato recentemente alle stampe per Edizioni Alegre. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Com’è nata l’idea di questo libro e perché l’hai intitolato La santa crociata del porco?

Il libro nasce dal racconto di alcuni amici di Castelnuovo Rangone, comune in provincia di Modena, dove tutta l’economia ruota intorno al maiale. Questo è il luogo dove siamo al massimo della retorica sul cibo emiliano, sulla carne, sulla ricchezza legata al maiale. È un luogo però anche pieno di contraddizioni, non ultima quella di avere la statua di un maiale davanti alla chiesa e quella di San Francesco davanti a un impianto di macellazione.

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La crociata fa riferimento a quella lanciata su Facebook dallo chef grillino Filippo Degasperi all’indomani di un pacifico sit-in di protesta di alcuni richiedenti asilo in un centro di accoglienza di Marco, una frazione di Rovereto, contro il fatto che non c’erano porzioni di pollo per tutti. Il cuoco aveva scritto che la soluzione per lui era che tutti da quel giorno in poi mangiassero carne di maiale a colazione, pranzo e cena, altrimenti sarebbero potuti ritornare a casa loro.

Questa crociata è santa perché dietro il mangiare maiale dell’Occidente cristiano, passami la brutta espressione, c’è una storia religiosa che noi disconosciamo e chiamiamo semplicemente “laicità,” in nome della quale qualcuno vorrebbe imporre il maiale anche ad altri.

Com’è stata la ricerca delle fonti, hai avuto difficoltà particolari a trovare le notizie di cui parli?

No, perché buona parte delle cose che racconto sono spiattellate da fonti giornalistiche. È il lavoro in profondità che non viene fatto. Alcune sono fake news, come quella della protesta dei genitori musulmani contro un dondolo a forma di maiale nel giardino di un asilo a Rovereto. Sarebbe nata da lì da parte dei media tradizionali, giornali e non social media, la fake news di una protesta dei genitori musulmani dei bambini che non volevano il dondolo, cosa che non è mai esistita. Questa fake news è stata poi riconosciuta da alcuni giornali e alcuni siti come tale, ma non si va mai a vedere qual è la dinamica di informazione, di banalizzazione del substrato razzista su cui cresce e ci si limita solo a denunciare che è falsa – ma non è solo falsa, ha anche un contenuto profondo che contamina tutto il nostro discorso pubblico.

Il libro si ricollega a tematiche che ti sono molto care: il cibo, l’agribusiness, il tentativo di una certa parte del mercato di far passare i propri prodotti come buoni, puliti e giusti. Tematiche che hai già affrontato in La danza delle mozzarelle (Edizioni Alegre, 2015). C’è qualcosa di diverso questa volta nel modo in cui il capitalismo si intreccia al cibo?

No, anzi, ho voluto intitolare due capitoletti centrali La danza delle mozzarelle kosher e La danza delle mozzarelle halal proprio perché ho ritrovato nel modo in cui si parla e si vende il cibo conforme alle normative religiose qualcosa di molto simile al modo in cui si vende il Made in Italy o il modello Eataly, Slow food eccetera di cui ho parlato nell’altro libro. Quindi ho voluto un po’ autocitarmi per evidenziare questa similitudine, questo ritorno di un modo di dividere da una parte il cibo conforme a qualcosa, e che si propone come socialmente più adatto alla classe emergente in corso di arricchimento, e dall’altra il cibo per tutti, quello peggiore che si propone a chi non ha abbastanza soldi.

Quanto ti aspettavi e quanto sei rimasto sorpreso tu stesso dal materiale che hai raccolto?

Sono rimasto stupito nel ritrovare al fondo pressoché di tutte queste fake news un qualcosa che rimanda ai tagli dello stato sociale. Per esempio c’è la vicenda danese, quella che viene chiamata “la guerra delle polpette,” che si scatena tra il 2013 e il 2015: il voler anche qui imporre il maiale e dire invece che i musulmani vorrebbero loro imporre una dieta senza maiale. In realtà, i pochi elementi reali di questa storia sono tutti riconducibili ai tagli alla spesa pubblica: ai tagli alle mense pubbliche ad esempio.

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E la stessa cosa avviene a Rovereto nel 2016 dove la protesta che nasce in una mensa di un campo profughi viene invece sfruttata in maniera razzista: “Come si permettono questi di protestare?” Alla base ci sono probabilmente, anche se non ho trovato le prove, bandi al massimo ribasso. Quindi il taglio dello stato sociale in fondo, anche con il passaggio delle fake news, genera razzismo, divisione tra le persone che sono invece tutte quante colpite dai tagli.

 

A proposito di fake news: nel tuo libro fai riferimento a numerose storie che sembrano rispondere a degli obiettivi ben precisi, uno è quello che hai appena spiegato. Secondo alcuni studi tuttavia smentire le notizie è quasi inutile, soprattutto se l’informazione rettificata è difficile da giustificare o va contro le proprie convinzioni, le persone non la ricorderanno. Il tuo libro ne smentisce molte: vale comunque la pena farlo?

Sì. Secondo me c’è una forma di disprezzo, spesso segnato da una certa distanza sociale molto esibita, nei confronti dell’utente comune o di quello che legge le notizie in qualche modo finisce per crederci. E questo disprezzo ultimamente sta prendendo la forma retorica “è inutile spiegarlo, tanto queste persone…”, che convive invece con una incapacità di un pezzo della classe politica e di un bel pezzo degli intellettuali di dialogare con le esigenze reali delle persone. È una manchevolezza loro invece se non sanno più spiegarsi e non sanno parlare a questa parte della società. Non è colpa di chi ingenuamente o con meno strumenti crede a una notizia un po’ sballata.

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Nel tuo libro affermi che i consumatori vengono erroneamente colpevolizzati. Ad esempio, citi Giulia Innocenzi che perplessa si chiede come si possa comprare una borsetta alla boutique e il cibo al discount. Quanta libertà e quanto potere ha il consumatore di decidere dove e come fare la spesa?

Oggi sono andato per la prima volta in una Coop bolognese rinnovata da un paio d’anni e l’ho trovata trasformata in una sorta di Eataly. I prezzi ormai tendono verso l’alto, convergendo, anche nel tipo, verso quelli di Eataly. Non è un caso che contestualmente a questo tipo di trasformazione un po’ verso l’alto della Coop abbia luogo anche un nuovo fiorire dell’area discount, per lo meno in Italia, quantomeno al Nord. E questo significa che evidentemente si sta proponendo un mercato che da un lato è un po’ più genuino, un po’ più decente, un po’ più equo, se vuoi, nel pagamento della filiera, per chi può permetterselo. Per gli altri, invece, il mercato dell’area discount che è spietato nei confronti di tutti. Quindi diciamo che di fronte a questa divaricazione, che rispecchia la forbice dei redditi che si apre sempre di più, mi sembra che parlare di responsabilità del consumatore sia sempre più fallace.

Eataly a São Paulo, Brasile / CC Sérgio J. Neto, Wikimedia Commons

Eataly a São Paulo, Brasile / CC Sérgio J. Neto, Wikimedia Commons

La questione sulla carne di maiale diventa più spinosa se si pensa che anche le norme alimentari ebraiche la vietano. Nel tuo libro citi una chiara battuta antisemita di Salvini legata a un panettone contenente pancetta durante una conferenza stampa della Camera. Pensi che con lo sdoganamento dell’islamofobia, anche la lotta all’antisemitismo stia diventando un po’ più all’acqua di rose nel nostro Paese?

Da un lato, a forza di avvezzarci alle uscite razziste anti-islamiche ci stiamo praticamente abituando ad ogni tipo di razzismo, e quindi questo consente e catalizza anche una rinascita dell’antisemitismo, che non era mai scomparso del tutto. Dall’altra parte, c’è anche un antisemitismo vero e proprio, che non si presenta come tale, ma che diventa per esempio un complottismo contro George Soros: Soros è un finanziere come altri e quindi un personaggio che approfitta della finanza come fanno tantissimi altri di qualunque religione o provenienza essi siano. Invece questo discorso perché si focalizza su di lui, con tutti i finanzieri e ricconi con cui potremmo prendercela? Perché Soros è ebreo, quindi esiste e persiste una forma di antisemitismo.

Nel tuo libro dài spazio alla teoria, abbracciata ad esempio da alcuni attivisti vegani, secondo la quale ci sarebbero dei collegamenti tra l’Olocausto e l’allevamento intensivo. Puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Ho trovato necessario farne menzione perché è un discorso molto forte, anche se può rischiare di farci capire male sia il discorso sui campi di sterminio, che quello sui macelli. Mi spiego meglio: il discorso sui campi di sterminio va legato a quella situazione e a quelle responsabilità storiche: a chi l’ha agevolato, chi non si è opposto efficacemente, chi ha deciso di chiudere gli occhi. Queste responsabilità storiche ci possono insegnare qualcosa anche sul presente, su chi sta agevolando oggi nuove forme di persecuzione, su chi sta chiudendo gli occhi, chi sta pensando che vada bene così.

I macelli sono un altro discorso, che in fondo è quello del fordismo e del capitalismo novecentesco: perché è dai macelli che Ford inventa la catena di montaggio, ed è a questa che secondo alcuni si sarebbero ispirati i nazisti. Ci sono delle tecnicalità che ricorrono nei due fenomeni perché entrambi hanno bisogno di gestire dei corpi e quindi ovviamente hanno degli elementi di contatto.  

Nel libro provo anche a trovare, forse con un volo un po’ pindarico, la continuità tra il macello e la società di oggi. Nelle nostre città la gestione dei corpi dei macelli e degli allevamenti intensivi assume una forma non letale ma piuttosto violenta: sempre più separazione, sempre più controllo dei flussi, sempre più tecnicalità nella gestione dell’umano.

Dopo la tragedia dell’olocausto e la sofferenza inflitta agli animali negli allevamenti intensivi, il libro termina con una nota positiva, c’è una speranza… Evitando lo spoiler, qual è la tua speranza?

La speranza è di un protagonismo nuovo di quelli che sono gli espropriati e una loro centralità nel cibo e nella società, nei modi di produrre e nei modi di consumare. Questa è l’unica speranza e io ho voluto un pochino metterla in parallelo con la straordinaria capacità dei maiali di rinselvatichirsi. Ho pensato che nonostante siamo gestiti in fondo spesso come animali d’allevamento, forse conserviamo la capacità di rinselvatichirci. Tradotto in termini umani, di ricominciare una lotta per riprenderci ciò che ci è stato sottratto dal capitalismo, il peggior modo di distribuire le ricchezze che sia mai emerso nella storia umana, nonché la forza che ci sta conducendo verso la catastrofe ambientale, proprio per la sua totale incapacità di distribuire in maniera sensata le ricchezze che il mondo ancora ci dona.


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