mappe di Elena Buzzo

Ancora oggi, a Milano esistono molte vie che celebrano le conquiste coloniali in Africa — e l’espansionismo in Istria — del secolo scorso.

Un gran numero di vie, tracciate soprattutto durante il ventennio fascista, ha ancora un nome dedicato a quello che veniva considerato l’Impero Italiano: tutte zone in cui gli italiani si sono resi protagonisti di violenze, razzismo, crimini ingiustificabili. Nel dopoguerra, come si può osservare da questa tabella, molte vie con nomi d’ispirazione fascista sono state ribattezzate. Queste, no.

Perché, dopo la guerra, si decise di ribattezzare Piazza Fiume in Piazza della Repubblica mentre via Zuara, via privata Benadir e piazzale Istria sono stati preservati?

La toponomastica di una città — in parole povere: il modo in cui si chiamano i posti — è legata in modo strettissimo al colore politico della città che la amministra. Se in un paesino è al governo un nostalgico della Milano da bere, quando ci sarà da tracciare una nuova via sarà tentato di battezzarla via Bettino Craxi. Se è un vecchio democristiano, la intitolerà a Fanfani. Se il paesino è Bibione, la chiamerà come un corpo celeste a caso.

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Uno dei periodi di maggiore crescita della città di Milano è stato a cavallo tra le due guerre, sotto il regime fascista. Mentre negli anni venti Milano entrava comodamente nel perimetro di quella che oggi è la circonvallazione, con solo poche macchie di urbanizzazione oltre questo limite, allo scoppio della guerra si era già espansa fino a raggiungere una forma approssimabile a quella di oggi — inglobando tra l’altro una serie di comuni del circondario come Lambrate, Greco, Affori, Baggio e altri.

Visto un simile boom edilizio, non sorprende che i fascisti abbiano voluto lasciare un’impronta ideologica sul nuovo impianto urbano. Tanto per cominciare, vennero ribattezzate molte vie del comune operaio di Greco, che aveva dato nomi portentosi alle proprie arterie: via del Libero Pensiero, via dei Popoli Uniti, via delle Lotte Civili (sì, alcuni nomi hanno resistito e sono rimasti quelli). Poi, soprattutto, chi era al potere decise che le nuove vie sarebbero state destinate — ad esempio — a celebrare le mirabolanti conquiste coloniali in Africa di quegli anni, o ribattezzando quelle vecchie in tal senso.

Molti di questi nomi coloniali si sono conservati fino ad oggi.

map1In città, sono soprattutto tre le zone ad essere ancora segnte da questa marca ideologica. La prima è intorno alla stazione M2 di Cimiano, tra via Palmanova e via Padova. In questa zona, l’arteria principale è via Derna, percorsa tra l’altro dall’autobus 53 per Lambrate. Derna oggi è una città in Cirenaica ed è stata la principale roccaforte dell’ISIS in Libia. Attorno ad essa troviamo la via privata Assab, il primo porto dell’Eritrea a entrare in possesso degli italiani Intorno al 1870, e la via privata Benadir, la regione della Somalia In cui si trova la capitale Mogadiscio. Oltre a varie altre.

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Un altro grande conglomerato di vie coloniali si trova lungo la Circonvallazione. Forse questo è il più noto di tutti i conglomerati di arterie coloniali — senza dubbio il più trafficato, in quanto abbraccia un’arteria di grandissima percorrenza. Arrivando da Sud, in macchina o con la filovia, si arriva in viale Misurata, la città natale del colonnello Gheddafi. E si sbocca in piazza Tripoli, la capitale della Libia. Attorno alla grande piazza ci sono molte vie che richiamano luoghi somali, eritrei e libici.

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Infine c’è il caso leggermente diverso — ma comunque di matrice fascistoide — delle vie dedicate ai luoghi dell’Istria e della Dalmazia: possedimenti italiani tra le due guerre, da secoli al centro di un annoso revanscismo. Via Veglia, piazza Istria, via Lussinpiccolo — il capoluogo di Lussino, un’isola del golfo del Quarnaro dove oggi si va a passare estati alcoliche e che un tempo è stata protagonista di astî dannunziani.

Si potrebbe obiettare: queste vie sono testimonianza di un passato che comunque fa parte della storia del paese, e conservare i loro nomi è un modo per conservare la memoria storica di un trascorso di cui essere consapevoli. Questo ragionamento potrebbe forse valere se il colonialismo e le politiche razziste in Istria e Dalmazia fossero argomenti già radicati nella coscienza collettiva del paese, e quelle vie fossero qualcosa di paragonabile a un monumento, un modo per ricordare le vittime del colonialismo italiano.

Non è così: i nomi di quelle vie sono ereditati in blocco dal ventennio e dall’ideologia fascista, e nessuno si è mai davvero preoccupato di cambiarli o pensare se potessero mai essere lesivi per qualcuno. Anche perché in effetti, nell’immediato dopoguerra, c’era altro a cui pensare.

Ora, invece, è arrivato il momento di farlo.


Le vie coloniali non sono un fenomeno esclusivo di Milano. Se abitate o siete a conoscenza di qualche posto come via Addis Abeba, piazza Somalia o che abbia qualsiasi connotazione di questo tipo, fatecelo sapere scrivendo alla nostra pagina su Facebook. Raccoglieremo le vostre segnalazioni.

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