Tra il 4 e il 7 agosto, il Fat Fat Fat festival porta tra le colline marchigiane il meglio dell’elettronica italiana e internazionale — quell’elettronica “black,” con sonorità più ricercate e calde, che difficilmente trova spazio nei grandi festival.

Il festival, che vede come location la piazza centrale di Morrovalle per la sera del 4, e la Grancia di Sarrocciano — struttura del sedicesimo secolo dispersa nelle campagne di Corridonia — per le serate del 5 e del 6, vedrà alternarsi in consolle artisti del calibro di Moodyman, Funkineven, Awesome Tapes from Africa, Yussef Kamaal e Nightmares on Wax.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Sergio Marchionni, direttore artistico del festival.

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Come nasce l’idea di Fat Fat Fat?

Vuoi la versione ufficiale o quella vera? Nel 2014, con il gruppo di Harmonized — club nato nel 2012 a Civitanova Marche, spostato poi a Porto sant’Elpidio — abbiamo iniziato ad organizzare eventi estivi open air a Corridonia. Il primo anno abbiamo chiamato Apparat, poi, nel 2015, John Talabot e Ron Morelli. Il festival nasce come evoluzione di questa esperienza.

Le realtà, però — e questa è la versione reale — è che fat fat fat è nato molto per caso. Nel 2014 abbiamo organizzato una serata con Theo Parrish e, prima della fine, avevamo già deciso di richiamarlo il prima possibile. Tra una trattativa e l’altra la data è caduta a inizio agosto. L’idea di un festival, al tempo, non c’era ancora.

Trovata la location della Grancia abbiamo capito che, dati costi e permessi, avremmo dovuto per forza prolungare l’evento di almeno una giornata.

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La vostra line—up indica una scelta musicale ben precisa e ricercata, lontana dai festival di elettronica più “mainstream,” come mai questa scelta?

Abbiamo scelto di lavorare sul settore musicale che a noi si addice maggiormente. Nel club spaziamo da Theo Parrish alla techno di jeff mills, Vatican Shadow e Methods, passando anche per Clap Clap, ma lo zoccolo duro, la nostra vera scelta a livello artistico, è quello che Fat Fat Fat rappresenta a livello musicale, quel tipo di black music legata a Detroit e a Chicago, il funky, l’hip hop.

Siamo un gruppo molto unito a livello musicale, e la line up di questo festival è studiata sul settore. Vogliamo richiamare gli appassionati e offrire un evento in grado di convincere il pubblico a spostarsi fino a Corridonia.

Avete anche scelto delle location bellissime, ma piuttosto inusuali per un festival di elettronica.

La Grancia è geograficamente sotto il comune di Corridonia, ma la sua storia è strettamente legata a quella di Morrovalle in quanto, in passato, ospitava tutte le feste di paese. Noi veniamo tutti dalla zona di Morrovalle, quindi da ragazzini ci andavamo spesso. Con gli anni è stata utilizzata sempre meno, e oggi è in disuso. L’idea è nata proprio dalla volontà di dare nuova vita a quello che era un luogo di festa ma anche di condivisione.

Uno degli obiettivi del festival era proprio quello di portare la musica in luoghi che sancissero uno stretto contatto con il nostro territorio. Per questo abbiamo deciso che la prima serata di festival (con la line up meno folta e che prevede dei live) sarebbe stata ospitata nella piazza centrale di Morrovalle. è come dire che vogliamo portare la musica a casa nostra.

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Avete in programma altre attività o iniziative legate al territorio delle Marche?

Vogliamo proprio sottolineare la territorialità e l’interconnessione con la nostra terra in senso lato, che sia turismo, cibo, cultura,

Anche quest’anno, come nella scorsa edizione collaboreremo con il presidio Slow Food di Corridonia, inoltre organizzeremo una degustazione di vini marchigiani, provenienti da diverse cantine della zona.

Collaboriamo anche con Noi Marche, associazione di comuni della nostra zona, con cui porteremo avanti un discorso di promozione e difesa del territorio.

La vera novità di quest’anno è però la collaborazione con Intersos, grande onlus italiana che si occupa della gestione di progetti umanitari, che ha attivato a San Benedetto del Tronto “Ricostruiamo le persone”, un progetto di sostegno psicologico per le popolazioni colpite dal terremoto. Il progetto si rivolge in particolare ai minori, e prevede — oltre a sportelli psicologici — corsi di fotografia, laboratori di teatro e attività ludiche. Abbiamo deciso di contribuire all’opera lanciando una raccolta fondi e allestendo, all’interno del festival, delle esposizioni di fotografie e oggetti nati all’interno del progetto di Intersos.

Moltissime iniziative, per essere un festival con una sola edizione alle spalle. Quali erano le vostre aspettative l’anno scorso, e quali sono oggi?

La scorsa edizione — essendo la prima — è stata un po’ un terno al lotto. Ci sarebbe andato bene tutto, qualsiasi risultato sarebbe stato un metro per capire come muoverci in futuro. La risposta, in realtà, è stata molto positiva. Abbiamo sicuramente avuto più presenze del previsto (più di 3000 ingressi in due giorni), benché potessimo fare solo una stima ipotetica. L’interesse per il festival era molto forte, c’era molta curiosità. Post festival sono arrivate poi review importanti, anche dalla stampa di settore.

Quest’anno la line up è molto più profonda (24 artisti contro i 10 della prima edizione), abbiamo ottenuto permessi più lunghi, e abbiamo aggiunto un altro piccolo stage di ascolto per l’area relax — come ci era stato suggerito dal pubblico. Oggi le aspettative sono più alte e concrete. Speriamo di tenere botta e di ricevere un’ulteriore conferma positiva.


Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. Potete sostenerci qui. Grazie ❤️

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