La risposta alle critiche contro la legge anti-crittografia del primo ministro australiano Malcolm Turnbull è sintomo dell’inadeguatezza tecnica della politica internazionale alla realtà del XXI secolo.

Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull è una figura difficile da incasellare, visto dall’altra parte del mondo. È tra i piú moderati rappresentanti del partito liberale australiano — sostenendo posizioni rivoluzionarie come che il cambiamento climatico sia una cosa vera, e sostenendo diritti esosi come il matrimonio per tutti e l’aborto.

Malgrado gli ultimi due governi liberali siano di coalizione, non si sono risparmiati in politiche che in Europa considereremmo tra la destra e l’estrema destra, dalle condizioni subumane per i migranti costretti nel campo di concentramento di Nauru agli interminabili piagnistei contro i giornali e i media, tutti “troppo di sinistra.”

Sebbene meno radicale del suo predecessore, sempre liberale, Abbott, anche Turnbull ama approfittare della diffusa agitazione per gli attentati rivendicati dallo Stato Islamico per allargare l’influenza dello stato nelle comunicazioni e nella vita dei cittadini.

Cercando di dare prospettiva alla situazione emergenziale: negli ultimi tre anni il numero di morti riconducibili a radicalizzazione islamista in Australia è di —

tre persone.

Ma i numeri non interessano molto a Turnbull. Il governo australiano è infatti all’opera per redigere una nuova legge che costringerebbe gestori di messaggistica criptata — Facebook per WhatsApp, Apple per iMessage — a condividere le chiavi di crittografia con lo stato, in modo da permettere alle forze dell’ordine di avere accesso immediato alle comunicazioni di tutto il paese, e, virtualmente, di tutto il mondo.

Ad un question time un giornalista di tecnologia evidentemente anche lui “troppo di sinistra” ha fatto notare che il risultato della legge sarà semplicemente di negare ai cittadini la propria privacy perché è impossibile impedire a criminali e terroristi di utilizzare piattaforme criptate che non rispettino la legge, o creare del tutto la propria.

Turnbull ha risposto: “Beh, le leggi dell’Australia hanno la meglio, in Australia, glielo posso assicurare. Le leggi della matematica sono lodevoli, certo, ma solo le leggi dell’Australia si applicano in Australia.” “Non sono un crittografo,” ha continuato Turnbull, e certo non ingannava nessuno, “Ma queste aziende devono collaborare con noi, devono affrontare le proprie responsabilità.”

Bandire usi legali della crittografia è una follia che abbiamo sentito spesso — era la posizione dell’allora candidato Donald Trump durante il braccio di ferro tra Apple e FBI, ed è la pretesa indomita di Theresa May di fronte ai ripetuti casi di violenza nel Regno Unito: lasciateci leggere le chiacchierate con il vostro amante, vi promettiamo che ridurrà il terrorismo.

Oltre al garantire la privacy delle proprie conversazioni, la crittografia è quello che rende sicuro — oseremmo dire, possibile — una parte sostanziale di quello che si fa su internet, ad esempio: lo shopping.

Non solo: senza crittografia è semplicemente impossibile pensare di poter digitalizzare in maniera sicura i processi di voto, le informazioni cliniche e sanitarie dei pazienti. Rifiutare la crittografia non è particolarmente diverso dal fare battaglie legali contro l’uso di schermi in telefoni e computer.

Il risultato della proposta del governo Turnbull, così come quella di Theresa May, implica che tutte le comunicazioni dei cittadini della nazione — e conseguentemente, del mondo — possano essere intercettate e spiate da criminali e voyeur. Implica che non possano esistere software open source, su cui si affidano settori interi, dall’energetico al bancario. Implica strettissima collaborazione con i gestori di piattaforme proprietarie — Apple, Google, Microsoft, per fare micromanagement di quali app possano essere distribuite sui loro negozi online.

È uno scenario apocalittico che ha il solo pregio di apparire praticamente impossibile da attuare — ma come ci hanno insegnato gli ultimi due anni, la follia dell’Occidente conosce pochi limiti.

No, il problema sottostante è un altro. Semplicemente, non è piú accettabile essere guidati da una classe politica che non ha nessuna competenza in ambito informatico.

Non è piú possibile governare un paese senza i fondamentali di come funzioni internet — internet non è piú una tecnologia che arricchisce la nostra vita con diversivi e intrattenimenti, è un sostrato dell’esistenza di tutti i cittadini e della società stessa. Dall’abuso di lobbismo in atto negli Stati Uniti per abbattere la Net Neutrality alle leggi polpettone italiane, dall’agenda digitale europea dettata da case discografiche di cui è interessante solo studiare il processo di fossilizzazione alla lotta contro la crittografia, internet, il digitale, “il cyber” per citare Donald Trump, è una parte troppo vasta per la vita di ognuno perché un politico possa rappresentare qualcuno senza sapere di cosa stia parlando in materia.

— FIN —

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