Bruxelles—All’alba di luglio, di fronte all’ennesima “crisi” dei migranti, l’Europa si scopre più divisa che mai, vicinissima alla rottura.

Nell’arco di cinque giorni la tensione tra le maggiori capitali europee è aumentata a dismisura, fino a contagiare le sedi istituzionali dell’UE. A dare inizio alle danze era stata l’Italia venerdì, minacciando — attraverso l’ambasciatore a Bruxelles — di bloccare l’accesso ai propri porti alle navi delle Ong straniere. Una mossa estrema, voluta dal governo e da subito considerata poco credibile, ma che ha sottolineato le crescenti difficoltà della Penisola, lasciata colpevolmente sola dagli altri Stati membri.

La scorsa domenica a Parigi si è tenuto un incontro di alto livello tra i ministri dell’interno di Francia, Germania e la stessa Italia, insieme al commissario europeo all’immigrazione Dimitris Avramopoulos per elaborare nuove misure comuni in materia d’immigrazione. Tra i punti principali della fragile intesa nata dall’incontro, c’è l’idea di introdurre regole più severe per le Ong che da tempo soccorrono in mare aperto i migranti che partono dalla Libia. Spetterà a Roma la stesura di un protocollo speciale in tal senso.

Dal vertice è invece emerso un nulla di fatto per una divisone concreta degli oneri, visto che sia Francia che Spagna hanno nelle ore successive rifiutato di far sbarcare i migranti nei propri porti. Come a dire: affari dell’Italia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha commentato con fare distaccato l’emergenza italiana (che in realtà è europea), invitando a “non confondere i richiedenti asilo con i migranti economici, che rappresentano l’80% di chi sbarca in Italia”. Una dichiarazione che non è servita a nascondere la mancanza di solidarietà da parte dei principali partner europei, su tutti Francia e Spagna, verso la Penisola.

“Che tre ministri europei partoriscano questo accordo come se il problema fosse la mancanza di regole per le Ong e non la mancanza di una vera politica europea sui flussi migratori è un’ipocrisia, un’offesa all’intelligenza delle persone,” ha commentato Marco Bertotto, rappresentante di Medici senza frontiere, sottolineando che senza il lavoro delle Ong ci sarebbero soltanto più morti, ma gli sbarchi continuerebbero.

Martedì è stato svelato il Piano d’Azione della Commissione europea, che contiene alcune misure concrete per venire incontro all’Italia e far fronte all’ennesima crisi migratoria. Di fatto, il piano di Bruxelles non prevede nulla di nuovo, ma punta sull’accelerazione da parte dell’Italia delle procedure già in atto. Per la Commissione, Roma deve aumentare “in tutta urgenza le capacità di detenzione” ad almeno tremila posti e portare “il periodo massimo di trattenimento in linea con il diritto Ue” (18 mesi), dice il documento, che chiede al governo italiano di registrare urgentemente tutti gli eritrei, gli unici che hanno diritto alla relocation in altri Stati membri. L’Italia deve inoltre “accelerare in modo significativo” le procedure per l’esame delle richieste d’asilo, così come quelle per i rimpatri dei migranti clandestini, anche con lo creazione di una lista nazionale di Paesi d’origine sicuri (in cui rispedire i migranti economici). Infine Bruxelles ha invitato Roma a scrivere insieme un codice di condotta per le Ong su come condurre attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo.

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Mentre la Commissione redigeva le sue proposte, tra cui ci sono anche quella di sbloccare un ulteriore sostegno finanziario alla Libia (in particolare alla sua Guardia costiera) e migliorare gli accordi di riammissione per accelerare i rimpatri, l’Austria mandava i carri armati al Brennero. Vienna è pronta a mobilitare 750 soldati, ha annunciato il ministro della difesa austriaco, infiammando d’un colpo le relazioni diplomatiche con l’Italia. A quel punto la Farnesina si è vista costretta a convocare l’ambasciatore austriaco a Roma, mentre il ministro dell’interno Marco Minniti ha parlato di “iniziativa ingiustificata e senza precedenti”.

A dire il vero atti di questo genere, a guardar bene, non sono nuovi nell’Europa dei muri e del filo spinato. Basta pensare alla decisione — rimasta impunita — del premier ungherese Viktor Orban di alzare un muro al confine con la Serbia per bloccare la cosiddetta rotta balcanica durante la scorsa estate. Bloccare i confini è diventata la strategia privilegiata degli Stati europei, in barba al rispetto di Schengen e della libera circolazione. È diventato il ritornello dell’estate l’europea, quando le condizioni favorevoli consentono maggiori partenze e la fragile impalcatura migratoria dell’UE, basata su controlli e restrizioni, crolla come un castello di carte davanti a un flusso impossibile da ostacolare solo con la forza. In questo luglio la tensione è tornata altissima, stavolta c’è davvero il rischio di una rottura.

Così si continua a parlare di “crisi” di fronte ad un flusso migratorio che è sì costante, ma anche gestibile se affrontato con un approccio comune. Da tempo la scontrosità dei Paesi membri in materia di politica migratoria europea affossa il raggiungimento di accordi utili, come quello sulla riforma del sistema di Dublino, da mesi bloccata al Consiglio dalle divergenze tra i governi.

Così si continua a parlare di “crisi” di fronte ad un flusso migratorio che è sì costante, ma anche gestibile se affrontato con un approccio comune.

In un clima tale, appare utopico che l’UE adotti una soluzione come quella suggerita dal ricercatore Mattia Toaldo sulla rivista Refugees Deeply, ovvero fermare i flussi illegali aprendo dei canali d’immigrazione legale. Per fare ciò basterebbe mettere in piedi un sistema per concedere visti per lavoro europei alle persone che ne fanno domanda direttamente nei paesi di origine. Un’idea che ancora una volta non trova spazio nei piani della Commissione, perché l’Europa preferisce restare una fortezza.


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