La credibilità di Juncker e le sue parole sono, in questo momento, un problema politico serio che in primo luogo il gruppo dei Popolari Europei dovrebbe affrontare.

Martedì mattina a Strasburgo l’aula dell’Europarlamento è pressoché deserta. Il Primo Ministro maltese Joseph Muscat espone la relazione di fine mandato da Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, riservando ampio spazio alla questione migratoria e a quanto deliberato nel corso degli ultimi sei mesi dal Consiglio a questo proposito. Niente che non fosse già noto anche ai pochi presenti, per forza di cose al corrente dei movimenti del Consiglio, l’altro organo legislativo dell’Unione Europea.

Dopo di lui, di fronte all’emiciclo spoglio, prende la parola Jean–Claude Juncker, che, a sorpresa, inveisce stizzito contro la platea: “Il Parlamento è totalmente ridicolo!”. Lo dice una volta in francese, lo ripete in inglese.

“Siete ridicoli. Se avessimo avuto qui Angela Merkel o Emmanuel Macron, avremmo avuto l’Aula piena. Il Parlamento non è serio. Non parteciperò più a questo genere di dibattiti!”

Inutili i richiami del Presidente dell’Europarlamento Tajani, che lo intima a moderare i toni, ricordandogli che “è il Parlamento a vigilare sulla Commissione,” e in particolare è il Presidente a rispondere al Parlamento, e non il contrario, strappando gli applausi dei colleghi.

L’annosa – e fastidiosa – questione dell’assenteismo durante i lavori in aula sembra riproporsi su scala sovranazionale, dopo aver fatto la gioia del grillismo e dei giornalisti a livello nazionale. Che infatti già si fregano le mani, pronti a raccontare di come in Europa si boicotti il tema delle migrazioni e di come il malcostume italico tocchi pure Bruxelles.

Il perché dell’assenza in massa dei deputati nel giorno della plenaria di chiusura del semestre di presidenza maltese è facilmente ricostruibile. Come nel caso scoppiato a marzo in Italia, a seguito della diffusione delle foto di Montecitorio vuoto nel corso della discussione generale della legge sul biotestamento, ci sono delle ragioni tecniche di fondo, che riguardano i meccanismi interni alle istituzioni, che giustificano o quantomeno forniscono ragioni sufficienti dell’assenza dei deputati.

Ragioni che spesso si dimentica di spiegare, fomentando e sfruttando indebitamente l’indignazione dei cittadini, minandone la fiducia, già precaria, nei confronti dell’apparato istituzionale.

Ma se ai cittadini si può accordare in una certa misura il beneficio dell’ignoranza, Juncker certamente non ne può godere. Era sicuramente a conoscenza del fatto che per la mattinata di martedì erano previste da calendario anche altre riunioni. Era consapevole che in quel momento ciascun europarlamentare poteva essere potenzialmente impegnato in incontri diversi e più importanti, persino con suoi colleghi commissari. Più importanti, perché le relazioni di fine mandato sono momenti prettamente simbolici e formali, in cui il Presidente del Consiglio dell’Unione riassume genericamente il suo operato, che è per altro già da sei mesi sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori.

Certo, mediaticamente e simbolicamente riferire di fronte a un’aula vuota può sembrare ridicolo, l’impressione che lascia del Parlamento Europeo è amara per chi non ne è addentro, ma è la prassi, quando si deve dare priorità ai lavori e all’agenda. Tanto in Europa quanto nei Parlamenti nazionali, il grosso dell’elaborazione si svolge infatti fuori dalle Camere, nelle commissioni e nei gruppi, e si dà il caso che martedì fosse giorno di lavori.

Tutto questo Jean–Claude Juncker dovrebbe saperlo, come dovrebbe sapere che, a fronte di una crisi sempre meno migratoria e sempre più istituzionale, spaccare l’apparato UE, per giunta con una provocazione demagogica, è una pessima idea. Scusarsi ex post non è sufficiente.

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Siamo di fronte alla più grave crisi dell’Unione dal 1992 a oggi – dalla firma del Trattato di Maastricht, le spinte centrifughe non sono mai state così forti.

Alla strutturale incapacità della Comunità di fornire risposte univoche di fronte agli scossoni della politica internazionale, manifesta nei momenti più drammatici della Storia mondiale recente, si sono aggiunti da una parte il drammatico precedente della Brexit, e dall’altra l’ingresso nella UE di Paesi non collaborativi, che stanno di fatto minando la compattezza ideale del blocco europeo, oltre che la sua continuità geografica con l’innalzamento di muri e barriere, diffondendo al suo interno una riottosità di fondo nei confronti del principio di solidarietà comunitaria.

Le parole sono importanti, tanto più in un momento simile, a maggior ragione se ci si chiama Jean–Claude Juncker e si rappresenta la Commissione Europea. Ancor più delle parole, sono importanti le persone che le pronunciano. Il panorama internazionale piange miseria in quanto a statisti di caratura e carattere e Juncker non rischia proprio di rientrare nella categoria. L’episodio di ieri conferma il sospetto ben fondato che l’ex premier lussemburghese non sia all’altezza del compito.

In un’altra epoca più felice, un quinquennio Juncker non avrebbe danneggiato troppo l’immagine dell’Unione, ma oggi alla presidenza della Commissione urgerebbe una personalità di spessore ben diverso. Figura chiave nel funzionamento della UE, il Presidente detta la linea strategica della Commissione, dunque del primo motore della politica europea, e ripartisce gli incarichi al suo interno. Inoltre dal 2007, con l’approvazione del Trattato di Lisbona, ha acquisito il potere di licenziare i commissari. Molto grossolanamente, lo si potrebbe definire come il Presidente d’Europa. E innanzitutto, ha la responsabilità di mantenere unita e salda la comunità europea, senza strappi e porte sbattute, rappresentandola dignitosamente.

Salutare l’arrivo di un premier, per quanto di evidenti tendenze autoritarie e xenofobe come l’ungherese Orbàn, con “The dictator is coming! Hello dictator!”, non rientra propriamente nel manuale del bon ton diplomatico, né tantomeno si addice una delle massime cariche della UE.

Nemmeno schiaffeggiarlo.
Pardon, schiaffeggiarli.

Il contributo di Juncker alla stesura della voce “Come non salutare un capo di Stato” è pregevole, e certo merita una menzione speciale anche nel capitolo “Come presenziare a un ricevimento col Santo Padre senza far imbestialire i polacchi”.

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Juncker tra Mogherini e Tajani al ricevimento con Papa Francesco. È l’Europarlamento che vigila sulla Commissione.

Le membra mollemente abbandonate di Juncker sulla poltroncina vaticana durante il discorso di Papa Francesco per i 60 anni dai Trattati di Roma non hanno intenerito l’euroscettica nazionalista Krystyna Pawłowicz, eurodeputata del PiS, il partito di governo in Polonia, che in una lettera di fuoco ha denunciato “il suo comportamento, che deriva dal suo alcolismo”, e che “discredita non solo lei personalmente, ma anche i cittadini degli Stati membri e li offende, visto il suo ruolo di rappresentanza nelle relazioni internazionali.” I problemi con l’alcol di Juncker sono noti da prima che il Partito Popolare Europeo decidesse di sostenere la sua candidatura — problemi che persino l’eccentrico Farage ha potuto cavalcare serenamente, pur di screditare l’Unione — così com’era già noto il lassismo delle politiche fiscali messe in campo dal suo governo, quando ancora era Presidente del Lussemburgo.

La credibilità di Juncker e le sue parole sono, in questo momento, un problema politico serio che in primo luogo il gruppo dei Popolari Europei dovrebbe affrontare, prima che diventi, da bersaglio facile degli euroscettici qual era, un loro portavoce inconsapevole.


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