Negli anni Novanta, l’America consumava mediamente mezzo chilo di avocado pro capite, nel 2006 il consumo è diventato di 1 chilo e mezzo, arrivando a 3 chili nel 2015.

L’avocado – grazie a programmi televisivi, toast accattivanti e account Instagram – rappresenta il trend gastronomico dell’ultima decade, e sebbene la febbre per questo frutto non sembri arrestarsi, la concezione dell’avocado non è sempre stata così positiva. A metà del secolo scorso l’avocado, conosciuto allora con il nomignolo “alligator pear” (letteralmente pera alligatore), non era un cibo che si trovava comunemente nelle case degli americani, per non parlare di quelle europee. Ci sono voluti anni di propaganda culinaria e lobbismo da parte delle aziende di settore per trasformare l’avocado da esotico e poco avvicinabile ingrediente, in quello che oggi viene definito, soprattutto dai suoi esportatori, “green gold.”

Complice del successo di questa particolare bacca è stata la scoperta da parte dei ricercatori delle qualità benefiche dei grassi monoinsaturi presenti nell’avocado, in grado di ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e aiutare a combattere le malattie cardiache. Cavalcando l’onda delle nuove diete di fine secolo, l’avocado diventa il simbolo del mangiar sano, promosso dai dietologi e sponsorizzato dagli chef — oggi basta rivolgersi a Google per capire che l’ottica con cui guardiamo agli avocado è drasticamente cambiato: frutto salutare, nutriente, accessibile economicamente ma non del tutto comune.

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Primi risultati di una ricerca su Google per la parola “avocado”

Sembra facile etichettare l’economia degli avocado come positiva per tutti: produttori, distributori e consumatori; purtroppo però l’altra faccia della medaglia è fatta da dispute politiche, deforestazione e criminalità organizzata.

Il più grande produttore mondiale di avocado è il Messico, con un raccolto annuo che raggiunge quasi i due milioni di tonnellate — in prospettiva, la Repubblica Dominicana, secondo produttore in ordine di grandezza, ne coltiva poco meno di un milione. La domanda proveniente dagli Stati Uniti è la principale causa dell’aumento delle coltivazioni in Messico, il cui clima favorisce la crescita e diffusione. Lo stato con il maggior numero di piantagioni è il Michoacán, situato nella parte centrale del paese e bagnato dalle onde dell’Oceano Pacifico.immagine-2

L’aumento delle esportazioni locali ha spinto i coltivatori del Michoacán a infrangere le leggi contro la deforestazione, occupando progressivamente zone già occupate da altri tipi di vegetazione. In questa particolare regione del Messico infatti, gli alberi di avocado si scontrano con le foreste di pini e abeti, poiché entrambi crescono con lo stesso clima e alla stessa altitudine. I contadini messicani – che negli anni si sono affidati alla coltivazione di avocado come unico mezzo di sostentamento – oggi piantano gli alberi della bacca sotto il tetto della foresta, per poi abbattere gli alberi in eccesso e far arrivare la luce solare alla base. Questa pratica ha causato la scomparsa annuale di circa 700 acri a partire dal 2000, con una leggera diminuzione negli ultimi anni, grazie all’intensificarsi dei controlli governativi.

“Anche quando non stanno visibilmente abbattendo la foresta, ci sono piante di avocado che stanno crescendo ai suoi piedi, e prima o poi i pini verranno completamente tagliati,” dichiara Mario Tapia Vargas, ricercatore al Mexico’s National Institute for Forestry, Farming and Fisheries Research, al New York Post.

Poiché una pianta di avocado per essere coltivata richiede in media il doppio d’acqua rispetto alla maggior parte dei frutti, le risorse idriche si sono dimezzate, mettendo a rischio l’ecosistema della zona. Le autorità si sono mosse in difesa dei territori boschivi, intensificando i controlli, ma la produzione illegale di avocado nel Michoacán è gestita in gran parte dal cartello dei Caballeros Templarios, che oltre al controllo delle piantagioni illegali, ha espanso il dominio anche ai produttori regolari dello stato, attraverso estorsioni e minacce.

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I legami tra la produzione di avocado e la criminalità organizzata sono spesso taciuti dai media in favore del quieto vivere e del sano mangiare, ma nell’ultimo periodo gli stessi abitanti del Michoacán hanno iniziato a coordinarsi per contrastare le attività del cartello e riportare sicurezza nella regione. Su tutto regna la povertà e la coltivazione di avocado rimane una delle poche risorse per una vita dignitosa. “Più di tutto è una pressione economica, gli abitanti della zona hanno capito che piantare alberi di avocado è più redditizio rispetto al piantare mais o altri tipi di colture, o addirittura la foresta,” spiega Ignacio Vidales, ricercatore messicano specializzato nello studio degli avocado.

Ma le ambiguità produttive non si limitano al solo territorio messicano, anche in America l’avocado è al centro di un dibattito che coinvolge la California e le sue scarse fonti idriche. A partire dal 2012 lo stato federale del sud ha dovuto combattere contro una delle più lunghe crisi idriche del Ventunesimo secolo, che ha provocato fino al 2016 la morte di più di 100 milioni di alberi su tutto il suolo californiano.

In California viene prodotto un terzo delle verdure consumate nel paese e due terzi della frutta, tra queste una parte della produzione è dedicata agli avocado. Nel 2015 il New York Times pubblica un reportage intitolato “Il tuo contributo alla siccità californiana”, al cui interno veniva elencato il rapporto tra produzione di frutta e verdura e il quantitativo di acqua richiesto — al primo posto, con 15 litri, c’era l’avocado.

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È facile attribuire al frutto i piaceri e i benefici di una cucina postmoderna che appaga gli occhi (e i follower) oltre che il palato, senza sapere quali sono le condizioni grazie alle quali possiamo servirlo sulle nostre tavole. Ma dobbiamo iniziare a comprendere come – per molti aspetti della società contemporanea – a un “green gold” corrisponda un “blood avocados,” come a un aumento della produzione coincida spesso siccità e deforestazione.


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