Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo, e tutti i giorni una foto nuova su Instagram, per scoprire il loro portfolio. Questa settimana abbiamo parlato con Daniele Pasci del suo progetto Non ti scordar di me: una riflessione sulla Sardegna, terra marginale ricca di tradizione e fortemente legata al suo paesaggio come radice identitaria della popolazione.


La Sardegna è la tua terra nativa, ma da diversi anni vivi a Bologna. È cambiato il tuo sguardo sull’isola nel tempo?

Penso di sì, credo sia anche normale. Quando si nasce e cresce in un luogo dove tutto è circoscritto, dove l’unico confine è il mare, si tende a non capire quel qualcosa di speciale con cui si ha a che fare quotidianamente.

Io me ne sono accorto dopo questo progetto. Ho passato i primi sei anni a Bologna in cui tornavo pochissimo in Sardegna. Sono passato da una volta all’anno a un mese sì e uno no negli ultimi due anni. Se viaggiare significa spostarsi e avere l’occasione di scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, allora ho capito che c’era tanto che potevo imparare su posti che sono poco distanti perfino da casa mia.

Come mai, a tal proposito, un progetto sui luoghi in cui sei cresciuto?

Non è stata una scelta campanilistica, anzi, alla lunga si è rivelata anche una pessima scelta a livello di budget. Alla fine del 2012 un caro amico mi disse che nel suo paese, Arborea, in provincia di Oristano, avevano intenzione di trivellare il sottosuolo alla ricerca di metano. Dietro a questa operazione c’era una società che da oltre cinquant’anni opera nel polo industriale di Sarroch, nel sud dell’isola. Per tutti i sardi, e non solo, Arborea significa latte e derivati, un’eccellenza dell’agroalimentare.

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Il tuo progetto si concentra dunque su questa dualità industria-tradizione?

Come gli abitanti di Arborea, mi sono chiesto: come ci si può fidare di questa azienda visti i precedenti a Sarroch? Negli ormai sessant’anni di operatività del polo industriale, ci sono state tantissime vicende legate all’inquinamento delle acque e dell’aria nella zona di Sarroch. La maggior parte sono state negate o ridimensionate come valori nella norma da parte della società che gestisce l’area industriale; rimangono comunque forti dubbi sulla bontà di tali operazioni.

Un’altra riflessione che ho fatto riguarda come potrebbe coesistere l’industria energetica con l’industria alimentare nella realtà isolana. Ho analizzato cosa provoca nelle persone l’amore per il proprio territorio al punto da dedicare giorno e notte nel cercare un modo per preservarlo. I problemi legati allo sviluppo dell’industria dell’energia spesso e purtroppo non sono legati solo all’ambiente: la disgregazione delle comunità per esempio è un fattore di cui si tiene poco conto.

Le tradizioni sopravvivono allora.

Le tradizioni, essendo tali, per fortuna resistono al progresso, non cambiano, al massimo si adeguano, ma rimangono una costante nella vita quotidiana delle persone. Arborea, per esempio, è stata costruita e fondata poco meno di un secolo fa, da veneti che arrivarono in Sardegna per bonificare le paludi dell’alto campidano. Ancora oggi, alla vigilia dell’Epifania, si celebra il Brusa la Vecia, festa pagana di origini contadine veneto-friulane. Si tratta di un rito propiziatorio dove, la notte della vigilia dell’Epifania, si dà fuoco a un fantoccio (Vecia) posto sopra una catasta di legna: la direzione delle ceneri trasportate dal vento indicano come sarà il nuovo anno.

Durante l’ultima processione di Sant’Efisio a Sarroch, al passaggio della statua davanti la raffineria, gli abitanti hanno chiesto in voto al santo di sconfiggere “la piaga moderna della disoccupazione.” Secondo la tradizione, nel 1656, la municipalità di Cagliari chiese in voto al Santo di liberare la città dalla peste; in cambio, ogni primo maggio, avrebbero portato la statua in pellegrinaggio fino a Nora, luogo del martirio del Santo.

Come sono cambiati i luoghi, le persone, il modo di vivere, se sono cambiati?

I luoghi non sono cambiati, la Regione ha bocciato il progetto di trivellazione perché troppo invasivo per il territorio, mettendo fine, dopo più di cinque anni, a questa storia. Le persone sono cambiate in meglio: ad Arborea è stata eletta sindaco una delle maggiori esponenti del comitato contro il progetto di estrazione, dimostrando che la comunità ha piena fiducia nel lavoro svolto negli anni per la salvaguardia del territorio e tenendo unita tutta la popolazione.

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Giovani e adulti come vivono queste trasformazioni del territorio?

Potrei banalmente dirti che gli adulti tendono a rassegnarsi e i giovani a fregarsene, ma fortunatamente non è così dappertutto.

La Sardegna è una terra di cui si parla poco, perchè secondo te?

Spesso mi ritorna in mente un “fumettone” di Makkox mandato in onda durante le giornate dell’alluvione che colpì il nord della Sardegna nel 2013. Nella vignetta si vedono un padre e il figlio, che osservano la Sardegna dal porto di Livorno, mentre nuvole grigie cariche di pioggia scaricano acqua sull’isola. Il bimbo allora, chiede al padre cosa sia quel posto proprio sotto il temporale, e il padre risponde: “Non ti preoccupare, poi aggiusta e non si vede più.

Non ti so spiegare perché nei grandi media si parli poco della Sardegna, ti posso assicurare però che ci sono tante persone che, al contrario, ne parlano. Quel poco che si vede compare quando c’è la notizia: poi aggiusta e non si vede più.

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Quali sono per te i valori di questa terra che, forse, ti ha portato ad affrontare questo progetto nonostante la tua lontananza fisica?

Il rispetto e l’umiltà, ma non ci sono dei valori che mi hanno spinto a priori ad affrontare questa tematica in Sardegna, ci sono tante storie simili in giro per l’Italia, da nord a sud. Le storie sono belle perchè ti appassionano. Per una coincidenza di situazioni avevo capito che poteva essere un progetto interessante anche per me stesso, quindi mi sono lasciato trascinare, nonostante la lontananza fisica.


Daniele Pasci nasce a Cagliari nel 1987. Dal 2006 vive a Bologna dove studia Informatica per il Management. Dal 2010 lavora come fotografo di still-life collaborando con marchi della moda e del design mondiali. Parallelamente si occupa di fotografia documentaria, dedicando il suo lavoro su progetti a lungo termine.

 

 

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