Breve storia triste del voto di preferenza

Un po’ tutte le forze politiche hanno avuto gioco facile a sfruttare populisticamente il tema delle preferenze, diventate presto capro espiatorio di tutti i mali della politica italiana.

L’iniziativa “Parlamento pulito” si può considerare a buon diritto uno degli atti fondativi del Movimento 5 Stelle. Partita come semplice campagna di opinione nel lontano 2005 e trasformata in proposta di legge di iniziativa popolare due anni più tardi, in concomitanza con il primo V-Day, “Parlamento pulito” contava solo tre articoli, che prevedevano: l’ineleggibilità in Parlamento dei condannati in via definitiva; il limite di due mandati per i parlamentari; la re-introduzione del voto di preferenza alle elezioni politiche.

In quegli anni, era sostanzialmente questo l’unico programma della forza popolare ancora informe che si stava coagulando attorno al blog di Beppe Grillo, e che nel 2009 sarebbe nata ufficialmente come Movimento 5 Stelle. Preistoria: c’era il governo Prodi, la crisi economica ancora non si faceva sentire, e il problema più grosso della politica italiana era Berlusconi con le sue leggi ad personam.

In quel periodo, la forza politica in Parlamento più vicina al “grillismo” era l’Italia dei Valori di Di Pietro, in prima linea nella crociata contro “la casta” dei politici corrotti: era l’epoca d’oro degli editoriali di Travaglio in prima serata da Santoro, in cui non si faceva altro che parlare di privilegi, vitalizi, rimborsi elettorali, ruberie, e dei servizi delle Iene in cui si chiedeva ai parlamentari fuori da Montecitorio quale fosse la data della presa della Bastiglia. Il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi e i prodromi del tracollo economico imminente avevano finito per creare un’atmosfera da nuova Tangentopoli.

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La legge elettorale di allora, il cosiddetto “Porcellum,” era uno degli argomenti di polemica più frequenti, specialmente per la sua caratteristica più odiosa: le liste bloccate, ossia l’impossibilità di esprimere un voto di preferenza.

La campagna trasversale contro la creatura nata nel 2005 dall’ingegno di Calderoli finì per disegnare nell’immaginario collettivo una sorta di età dell’oro precedente, in cui i cittadini potevano votare direttamente i propri rappresentanti e tutto andava bene. Inutile dire che non fosse proprio così. Come qualche voce flebile provava a sottolineare di tanto in tanto, in Italia era stato a lungo in vigore un sistema elettorale basato sulle preferenze, ed era già stato sostanzialmente demolito dai referendum del 1991 e del 1993, promossi dai radicali con l’appoggio di alcuni settori del PDS e della DC.

Approvati a larga maggioranza, que referendum non avevano uno scopo diverso da quello che si prefiggeva “Parlamento pulito” quindici anni dopo: distruggere la “partitocrazia” dalle sue fondamenta. Che però, nel 1993, erano proprio il voto di preferenza plurima e il sistema proporzionale: la scelta personale del proprio parlamentare di riferimento era infatti uno dei pilastri su cui si basava la cosiddetta Prima Repubblica, accusato fin dal dopoguerra di favorire corruzione e pratiche clientelari.

La legge elettorale che uscì da quella stagione politica convulsa, il famoso “Mattarellum,” prevedeva un sistema misto, per il 75% maggioritario con collegi uninominali (quindi sì, la crocetta si faceva su un nome, ma ciascun partito presentava un solo candidato) e per il 25% proporzionale con liste bloccate.

L’innovazione principale della legge Calderoli, quindi, non era tanto nell’assenza del voto di preferenza, quanto nell’estensione del meccanismo delle liste bloccate alla totalità dei seggi, assegnati con un criterio apparentemente proporzionale ma “corretto” da un premio di maggioranza senza quorum, che permetteva alla coalizione vincente di ottenere anche doppio dei seggi rispetto alla percentuale di voti ottenuti. Insomma, una legge fatta un po’ così.

Proprio il premio di maggioranza abnorme ha costituito la ragione principale della sua incostituzionalità, mentre le liste bloccate sono state contestate dalla Consulta non perché bloccate in sé, ma perché troppo lunghe — tali quindi da non garantire “l’effettiva conoscibilità dei candidati” da parte degli elettori.

Anche il referendum abrogativo del 2009 mirava a correggere la sovra-rappresentanza del premio di maggioranza senza toccare la questione delle preferenze. Il referendum naufragò per l’affluenza di appena il 25% degli elettori — a riprova che è sempre molto difficile trascinare le folle su questioni tecniche come i meccanismi che regolano la ripartizione dei seggi nei sistemi elettorali.

Così, nella percezione comune, Porcellum ha finito per diventare sinonimo di “niente preferenze,” senza stare troppo a sottilizzare. Per questo nei tre articoli della proposta di legge “Parlamento pulito” non si fa nessun accenno al premio di maggioranza, né si delinea un modello elettorale da sostituire alla legge Calderoli, ma si chiede semplicemente la re-introduzione del voto di preferenza.

Un po’ tutte le forze politiche hanno avuto gioco facile a sfruttare populisticamente il tema delle preferenze, diventate presto capro espiatorio di tutti i mali della politica italiana. In questo modo è stato iper-semplificato il dibattito pubblico attorno a un problema sin troppo complesso, e si è prodotta la situazione paradossale per cui il Porcellum non piaceva più a nessuno – ma nessuno riusciva a mettersi d’accordo su come modificarlo.

Uno stallo a cui forse soltanto l’accordo che si va formalizzando in queste ore tra M5S, Pd e Forza Italia metterà fine una volta per tutte.

Nel frattempo, c’è stata la sfortunata avventura dell’Italicum, la legge iper-maggioritaria fatta approvare a colpi di maggioranza dal governo Renzi nel 2015, ma valida solo per la Camera — nella certezza, nutrita su non si sa quali basi, che al referendum del 4 dicembre avrebbero vinto i Sì e non ci si sarebbe dovuti preoccupare di fare una legge valida anche per il Senato — poi parzialmente demolita a sua volta da una sentenza di incostituzionalità, e quindi accantonata da tutti prima ancora di andare alla prova delle urne.

Anche l’Italicum era stato attaccato dalle opposizioni (cioè dal Movimento 5 Stelle) soprattutto per la mancanza del voto di preferenza, che avrebbe portato di nuovo all’elezione di un “Parlamento di nominati” — per evitare il quale, già per le politiche del 2013, sia il M5S sia il Pd avevano organizzato le cosiddette “parlamentarie.”

Saluti dalla Camera dei Lord

A maggio 2014, dopo qualche mese di consultazioni online, sul blog di Beppe Grillo si annunciava in gran pompa “la prima legge elettorale scritta dai cittadini,” che non solo prevedeva un ritorno al voto di preferenza ma anche l’istituto bizzarro — e probabilmente poco costituzionale — della “preferenza negativa”: per evitare gli abusi legati a clientelismo, voto di scambio e eccessiva personalizzazione delle campagne elettorali, si prevedeva la possibilità per gli elettori di esprimere un voto “di demerito,” che avrebbe diminuito di un decimo la quota voti del candidato “colpito.”

Non si sa che fine abbia fatto questa proposta — probabilmente finita nel dimenticatoio insieme a Parlamento pulito. Il M5S d’altra parte si era già dimostrato disposto a rinunciare all’istituto delle preferenze quando, dopo il referendum dello scorso dicembre, propose di tornare subito al voto estendendo l’Italicum — tanto odiato — anche al Senato.

L’accordo di questi giorni sul “modello tedesco” — che, come in molti hanno sottolineato, è abbastanza improprio definire così — segna un cambio di passo fondamentale: innanzitutto, mostra per la prima volta un Movimento 5 Stelle disposto a negoziare anche con l’arci-nemico Pd. Quanto al voto di preferenza, fa cadere definitivamente la maschera di ipocrisia per cui tutti sembravano favorevoli alla loro re-introduzione, senza che in realtà lo fosse nessuno. O forse no. Sotto il fuoco incrociato delle critiche di MDP e Sinistra Italiana, che denunciano la “connivenza” del M5S nell’affossare le preferenze e il voto disgiunto in Commissione affari costituzionali, il “negoziatore” Danilo Toninelli se l’è dovuta cavare con una dichiarazione un po’ imbarazzata: “In Germania non ci sono le preferenze. Nonostante ciò, stiamo provando ad inserirle. Se non ci dovessimo riuscire ricordatevi che il M5S fa le parlamentarie. Non come i partiti che ora ci attaccano ma che alla prova dei fatti nomineranno tutti i loro candidati dimenticandosi delle primarie.”

Insomma: se alla fine la legge elettorale che verrà fuori da queste trattative dovesse rivelarsi insoddisfacente per una delle parti in gioco, le preferenze saranno pronte a tornare lo specchietto per le allodole da agitare nella prossima stagione.

— FIN —