Da The Handmaid’s Tale House of Cards, l’industria culturale statunitense è costretta a cercare il nemico entro i propri confini.

L’8 novembre 2016 l’America ha fallito, l’elezione di Trump ha risvegliato con una doccia fredda un paese che da sempre – anche nei periodi più bui della sua politica – ha individuato il nemico negli altri. Oggi non è più così, la prima potenza mondiale deve guardare dentro i propri confini per trovare il pericolo che la minaccia — violenta, corrotta e priva di un’apertura morale e culturale verso l’altro. Negli ultimi mesi questa presa di coscienza ha invaso tutti i settori, dall’informazione alla politica, dalla tecnologia all’industria, cambiandone priorità e approcci. In quello che sembra un sogno lucido di daliniana memoria, neanche la fabbrica dei sogni americana rimane immune a questi mutamenti socio culturali.

Come si riflette quindi questo drastico cambiamento in uno dei più grandi poli creativi del mondo? Come cambia la narrativa su piccolo e grande schermo ora che l’America deve raccontare il proprio fallimento?

Dopo l’11 settembre, lo spostamento dell’entertainment verso orientamenti più guerrafondai e patriottici si era fatto evidente: la televisione pullulava di terroristi e il cinema raccontava le storie di eroici marines caduti per difendere la patria — anche i videogame spostavano la propria attenzione su fantomatici ultra-nazionalisti russi e terroristi islamici. La guerra si giocava in casa oltre che in Afghanistan e Iraq. Erano ormai lontani gli anni in cui film come The Warriors o 1997: Fuga da New York potevano raccontare la decadenza delle politiche sociali americane o il fallimento del suo conservatorismo in chiave allegorica. Il machismo americano doveva riprendere il controllo per ridare sicurezza a una nazione mutilata — ecco dunque l’ascesa di registi come Michael Bay pronti a incarnare con le proprie storie un modo in bianco e nero, in cui il bene prevale sempre sul male — e non c’è dubbio che il bene sia a stelle e strisce.

Immagine tratta dal fumetto satirico "Pogo" di Wal Kelly

Immagine tratta dal fumetto satirico “Pogo” di Walt Kelly

Oggi il trauma delle Torri Gemelle, sebbene sempre presente, risulta sbiadito e lascia il posto alle nuove paure dell’America di Trump. L’entertainment è dunque costretto ad abbracciare una narrativa in cui gli spettatori possano rispecchiarsi e trovare se non confronto, almeno un richiamo alla realtà in cui stanno vivendo.

L’esempio più evidente è fornito dalla serie tv The Handmaid’s Tale, distribuita ad aprile dal servizio di streaming Hulu e basata sul romanzo omonimo di Margaret Atwood. L’universo distopico in cui si svolgono le vicende è quello di un mondo in cui la sterilità ha piegato l’umanità, portando un regime estremista e misogino al comando degli Stati Uniti. La Atwood – e di conseguenza la serie – immagina un futuro (non troppo lontano) in cui la donna non ha più valore e volere, relegata a semplice involucro per la procreazione.

La scrittrice canadese aveva creato le ancelle nel 1985, ma oggi più che mai i dettagli della serie risuonano nell’attualità politica come un campanello d’allarme.

Anche un terreno sempre fertile per la propaganda di stato come i videogiochi si è ritrovato a dover affrontare il nuovo volto dell’America. Pochi giorni fa, la serie videoludica Far Cry ha annunciato con un trailer il quinto capitolo della saga: la trama si svilupperà su suolo statunitense, dove un gruppo di estremisti religiosi metterà a ferro e fuoco le cittadine del Nord America in nome della sicurezza del paese. In tutta risposta, il suprematismo bianco è subito intervenuto in difesa dell’immaginario cristiano, avviando una petizione su Change.org al grido virtuale di enough is enough Ubisoft  — tra le richieste, la modifica dei cattivi: “non è difficile a dire il vero, cambiate semplicemente i cattivi in qualcosa di più realistico. L’Islam sta dilagando in America, così come la violenza delle gang nelle periferie urbane,” specifica il testo della petizione.

Ma di realistico c’è solo la violenza dilagante dell’odio razziale, come ha dimostrato l’uccisione di due persone a Portland, intervenute per difendere una ragazza musulmana dagli insulti dell’omicida. “Voi lo chiamate terrorismo, io lo chiamo patriottismo,” ha urlato Jeremy Joseph Christian in corte prima di essere processato.

Infine, a essere presa di petto è la politica stessa, protagonista indiscussa del fallimento a stelle e strisce. Ecco dunque che la serie House of Cards – ormai ascesa a enciclopedia televisiva della politica americana – trasforma lentamente il personaggio di Frank Underwood in una versione fascinosa del neoeletto presidente Donald Trump.

“We don’t submit to terror, we make the terror”

L’entertainment americano ha deciso di non nascondere più il buco nero che sta divorando il paese, ma anzi ha continuato a fare quello che gli riesce meglio: trasformare la realtà in storie, con la speranza che, in un processo di osmosi, cambiando la narrativa poco alla volta si riesca a influenzare anche la realtà.


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