Benvenuti a Eco 

la rassegna stampa settimanale dedicata a energia, ambiente, ecologia e sostenibilità.

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In questa puntata: gli Stati Uniti sono fuori dagli accordi di Parigi, ma niente panico — le forze del mercato spingono in un’altra direzione. Poi: la fine del petrolio, e come sempre la mappa della settimana.

1. Fuori dal Paris Agreement…

Come Trump aveva annunciato già in precedenza, gli Stati Uniti usciranno ufficialmente dal Paris Agreement. Ma possono? Tempo fa, era intervenuto il Presidente della Commissione Europea Junker, specificando che il Paris Agreement ha valore vincolante, dunque non può essere abbandonato prima del 2020. In realtà, alcuni enti di divulgazione climatica già l’anno scorso avevano segnalato che Trump potrà semplicemente ignorare l’accordo. I leader politici di quasi tutto il mondo non l’hanno presa bene, soprattutto quelli i cui paesi sono già minacciati dalle conseguenze del cambiamento climatico.

2. …E adesso che succede?

Niente panico. Se è vero che l’Accordo di Parigi è stato il più grande sforzo collettivo globale contro le emissioni di CO2, e ora gli Stati Uniti sono uno dei tre soli Stati a non farne parte (insieme a Siria e Nicaragua), è anche vero che le forze del mercato giocano un ruolo ben più importante nel muovere la domanda di energia mondiale. Stati come New York e la California non abbandoneranno nessuno degli impegni presi nel 2016, e i prezzi di impianti eolici e fotovoltaici non smetteranno di diminuire. Ecco perché corporations influenti come Facebook, Apple e Nike continueranno a munirsi di impianti ad energia pulita. Anche la Energy Unit di Berkshire Hathaway di Warren Buffett rimarrà in maniera convinta sul mercato delle rinnovabili “dentro o fuori dal Patto di Parigi”. Alcune majors del petrolio come ExxonMobil e ConocoPhilipps, inoltre, avrebbero cercato di convincere il Presidente Trump a restare al tavolo di Parigi; questo avrebbe mantenuto l’influenza americana sulla domanda energetica mondiale.

3. La fine del petrolio potrebbe essere più vicina del previsto

Le principali compagnie petrolifere e i più importanti esportatori di petrolioㅡtutti i paesi OPECㅡritengono che la domanda di greggio continuerà ad aumentare nei prossimi decenni; queste previsioni sono avvalorate da quelle dell’International Energy Agency (IEA), secondo cui il picco della domanda non verrà raggiunto prima del 2040. Se queste previsioni fossero errate? Il dubbio è legittimo, poiché nessuna proiezione può tenere conto di improvvisi cambiamenti legislativi e tecnologici tali da alterare profondamente gli attuali equilibri. Per fare un esempio: Bloomberg  nota come il 60% del petrolio estratto sia  utilizzato dal settore dei trasporti, che tra veicoli elettrici e continui miglioramente dell’efficienza energetica potrebbe mutare profondamente nel giro di poco tempo. Negli ultimi anni, inoltre, gli investimenti verso fonte rinnovabili stanno crescendo esponenzialmenteㅡsu Eco ne abbiamo scritto più volteㅡcosì come le regolamentazioni ambientali. Aver sbagliato i calcoli costerebbe alle aziende petrolifere e ai paesi esportatori di petrolio miliardi di dollari, oltre ad aprire scenari totalmente inediti.

4. Gli azionisti di Exxon si preoccupano

A testimonianza di come parecchie aziende petrolifere inizino a percepire il cambiamento che sta avvenendo nel mondo dell’energia, pochi giorni fa la maggioranzaㅡper la precisione il 62%ㅡdegli azionisti di Exxon Mobil ha votato in favore di una risoluzione (non vincolante) che richiede al board della compagnia maggiore chiarezza riguardo gli effetti che il cambiamento climaticoㅡin particolare le regolamentazioni che lo dovrebbero limitare, che con il passare degli anni aumentanoㅡcomporta per il business di Exxon. La risoluzione, in particolare, richiede che vengano condotti stress test più specifici sugli effetti che nuove leggi e miglioramenti tecnologici potranno avere sugli asset della compagnia.

5. I danesi non sono amici dell’ambiente

Cosa? Non era la Danimarca il Paese-modello in cui tutti andavano in bici e l’energia eolica era all’avanguardia? Forse. Ma quando si tratta di far quadrare i conti statali, anche un governo environmentally friendly come quello danese non esita a penalizzare le iniziative “verdi”. La questione riguarda le automobili elettriche. Fino al 2016,  le cosiddette EVs erano state esenti da una tassa di importazione del 180% che colpiva i veicoli a combustione tradizionale. Ora però sta iniziando ad avere effetto la decisione del premier Rasmussen (liberale) di rendere più concorrenziale il mercato delle autovetture, condannando alla tassazione anche quelle elettriche. La conseguenza è stata un calo delle vendite del 80% rispetto ai primi mesi del 2016, facendo risultare la Danimarca l’unico mercato europeo in declino, mentre la media europea si attesta intorno al +30% nello stesso periodo. Cosa motivava quindi i danesi? Una corretta mentalità a favore dell’ambiente o una mera questione di soldi?

6. #MapOfTheWeek

Legambiente ha costruito una mappa degli eventi climatici intensi che hanno danneggiato i comuni del nostro paese nella storia recente. L’analisi, basata su un dossier, ha lo scopo di mettere al corrente la popolazione dei rischi legati al cambiamento climatico e spiegare quali meccanismi di mitigazione e adattamento sia possibile implementare per proteggersi. Tra gli elementi mappati compaiono trombe d’aria, temperature estreme, frane, ma i principali sono le piogge intense e le esondazioniㅡa questo proposito segnaliamo come esista già una mappa del rischio idrogeologico in Italia, ovvero quella del progetto governativo Italiasicura.


Eco è a cura di Giovanni Scomparin, Nicolò Florenzio e Tommaso Sansone.

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