Foto di Piergiorgio Pescali

Berna, Bundesstadt della Svizzera, è una piccola cittadina di soli 140.000 abitanti adagiata tra le Alpi bernesi. Un piccolo fiume, l’Aar, abbraccia in una caratteristica e pronunciata ansa, il minuscolo centro storico, protetto dall’Unesco. I turisti che vi arrivano corrono a vedere i tre orsi rinchiusi nel Bärengraben, percorrono la Kramgasse soffermandosi a vedere lo Zyglogge che ad ogni ora rintocca azionando un gioco di figure che lascia quasi tutti delusi e la sera si assiepano sul Rosengarten per ammirare il tramonto.

Pochi sanno che a Berna Albert Einstein formulò la teoria della relatività ristretta, o che Paul Klee trascorse qui i suoi primi anni di vita e vi fece ritorno dopo essere stato espulso nel 1933 dalla Germania nazista. Ancora meno sanno che Berna ospitò Lenin e la moglie, Nedezhda Krupskaya, tra il 1914 e il 1916.

Proprio per questo legame con il leader della Rivoluzione russa, due dei principali musei cittadini – il Centro Paul Klee e il Kunstmuseum – hanno dedicato una mostra in occasione del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre intitolata “La Rivoluzione è morta. Lunga vita alla Rivoluzione!”.

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Una mostra divisa in due che ripercorre la storia artistica dell’intellighenzia russa e sovietica e il ruolo esercitato dall’arte nel preparare il terreno ai “dieci giorni che sconvolsero il mondo.”

Il modo migliore per visitare l’esposizione è seguirne l’ordine cronologico, cominciando dall’avveniristico Centro Paul Klee, progettato da Renzo Piano.

Le avanguardie russe del primo Novecento, rappresentate dal Suprematismo di Kazimir Malevich, e dal Costruttivismo di Vladimir Tatlin e Alexander Rodchenko, con i loro lavori astrattisti hanno liberato l’immaginazione (Herbert Marcuse riprenderà poi questo periodo coniando la frase “l’immaginazione al potere” che tanto piacque agli studenti del Sessantotto). L’anchilosata società zarista si trovava ora di fronte ad un nuovo modo di vedere il mondo. I costruttivisti, con la loro incrollabile fede nella scienza, nel progresso e nella tecnologia, rivolsero ai rivoluzionari bolscevichi le loro attenzioni e la fiducia per la costruzione di un futuro migliore. E, almeno fino agli anni Trenta, le attenzioni e il rispetto furono reciproci: la nuova arte era infatti espressione di una realtà slegata dai codici puramente descrittivi borghesi e capitalisti.

Il fascino rivoluzionario contribuì a far sì che l’influenza artistica invertisse il suo corso: il flusso delle nuove scuole non correva più da ovest a est, ma da est a ovest. Suprematismo e – con maggior vigore – Costruttivismo vennero presi ad esempio per nuove espressioni artistiche in Occidente, trovando il loro compimento nell’arte De Stijl e nel Bauhaus, sino alle avanguardie latino americane e nei minimalisti.

Il terremoto costruttivista venne interrotto in Unione Sovietica da Stalin negli anni Trenta. L’immaginazione, se da una parte poteva portare all’inventiva, dall’altra aveva un pericoloso potenziale di anarchia che rischiava di minare le ancora fragili fondamenta del nuovo stato sovietico.

Nel 1934 il Partito Comunista indicò una serie di punti a cui gli artisti dovevano attenersi scrupolosamente per esprimere la loro vena. L’astrattismo, troppo difficile da comprendere dalle masse, molte delle quali ancora culturalmente arretrate e illetterate, venne bandito e al suo posto venne creato il Realismo socialista.

Un percorso, quello dell’arte come metodo di istruzione, ben conosciuto nelle chiese cristiane del medioevo con le Biblia pauperum, che l’Unione degli Artisti Sovietici mutuò in campo socialista.

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È da queste nuove direttive che la mostra “La Rivoluzione è morta. Lunga vita alla Rivoluzione!” si sposta — dall’avanguardia del Centro Paul Klee al più classico Kunstmuseum bernese.

Qui si ritrovano i famosi poster di propaganda sovietica dalle forme stilizzate e dai colori sgargianti che tanto successo hanno avuto tra i collezionisti di memorabilia e tra i nostalgici.

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I nuovi codici artistici limitarono pesantemente la libertà d’azione dell’arte sovietica, ma, d’altro canto, ebbero il grosso pregio di far comprendere soggetto e significato a tutti. L’arte ridivenne popolare e non più appannaggio di una ristretta élite intellettuale.

L’esigenza di unità necessaria per costruire un nuovo stato industrializzato e progredito, bandì ogni forma di dissenso interno che si ripercosse anche nell’arte. I poster di Alexander Deineka e, con maggior viscidità, di Alexander Gerasimov (particolarmente attento a ritrarre i leader del Partito) vennero presi ad esempio dalla società artistica sovietica e non solo.

Nella Germania dell’Est (DDR) il Realismo socialista trovò una nuova vena, affrontando con una straordinaria visione critica le contraddizioni all’interno della società, mentre in quella dell’Ovest si affermò una corrente maoista che approfondiva il collegamento tra arte e realtà sino a contraddire gli stessi dogmi ideologici del socialismo.

Questa realtà “alternativa” cominciò ad insinuarsi anche nell’Unione Sovietica di Brežnev all’inizio degli anni Settanta, confluendo nella Sots-Art di Vitalij Komar e Alexander Melamid. Era, la Sots-Art, la rivisitazione in chiave socialista della Pop-Art statunitense (Sots era la contrazione del termine Sotsrealism, da Socialist Realism).

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Così come la Pop-Art prendeva spunto da icone occidentali per criticare il consumismo, così la Sots-Art traeva la propria ispirazione da elementi socialisti per commentarli visivamente in modo coraggiosamente sarcastico e umoristico. La Stos-Art fu la porta attraverso la quale, dopo il crollo dell’URSS, altri artisti espressero il disappunto del popolo quando ci si accorse che il capitalismo non avrebbe portato quella ventata di pace, benessere e libertà che ci si aspettava.

È proprio questo il senso di “What the Homeland Begins With,” il poster dipinto da Vladimir Dubossarsky e Alexander Vinogradov nel 2006 e che è stato significativamente scelto per illustrare la locandina della mostra

“La Rivoluzione è morta. Lunga vita alla Rivoluzione!”.


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