La tragedia annunciata della strage di Capaci

“Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che cercano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi.”

È quanto dichiara Giovanni Falcone in un’intervista rilasciata il 10 luglio 1989, diciannove giorni dopo il fallito attentato all’Addaura, quello in seguito al quale il giudice di Palermo dirà di sé: “Sono un cadavere che cammina”.

A 25 anni dalla Strage di Capaci gli inquirenti concordano nel dire che le “menti raffinatissime” e i “centri occulti di potere” cui si riferiva Falcone fossero le frange deviate dei servizi segreti.

In quel momento infatti, tra gli uffici dell’intelligence e agli alti piani della Polizia italiana, soprattutto quella siciliana, si sta combattendo una guerra. Un grande numero di alte cariche istituzionali e militari da sempre abituate a trattare con i criminali cercano di estirpare una minoranza che si oppone alla consueta connivenza tra lo Stato e la mafia.

È la cosiddetta “anomalia Palermitana,” un pugno di uomini onesti in un sistema profondamente corrotto.

Della tragica serie di eventi che metterà fine a questa anomalia vi fu un primo segnale d’avvertimento il 4 marzo del 1992, quando l’agente segreto Elio Ciolini, dal carcere di Firenze dov’è detenuto, chiese di poter mandare una lettera all’allora giudice istruttore di Bologna, Leonardo Grassi.

Arrestato nel 1991 per aver tentato di depistare le indagini sulla strage di Bologna, in quell’occasione Ciolini aveva risposto alle domande del magistrato bolognese Aldo Gentile con un assurdo concentrato di menzogne, cui però aveva aggiunto degli inediti elementi di verità, al solo scopo di rendersi credibile e ottenere una riduzione di pena, senza far incriminare nessuno dei loschi figuri con cui aveva a che fare. Rilasciato e poi incarcerato di nuovo con l’accusa di falsa testimonianza, nel marzo del ’92 tenta nuovamente di procacciarsi la libertà con la promessa di avere delle altre informazioni scottanti da rivelare.

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Elio Ciolini consegna al giudice Grassi una missiva portatrice di profezie oscure, un delirio di retorica e complottismo che però — secondo alcuni storici e giornalisti — presenterebbe grande affinità con gli eventi effettivamente verificatisi tra la primavera e l’estate di quello stesso anno.

L’ex-007 dice di aver partecipato ad una riunione di esponenti eversivi della destra europea avvenuta a Zagabria (nell’allora Yugoslavia), mirata a fissare i binari dello sviluppo di un nuovo ordine politico, nel quale sarebbero dovuti confluire personaggi che all’epoca facevano affari d’oro col grande traffico degli stupefacenti. Secondo Ciolini, lo strumento con cui tale rete di trafficanti avrebbe tentato la scalata al potere sarebbe stato una “nuova strategia della tensione” da attuarsi nel periodo marzo-luglio del ’92: una serie di “esplosioni dinamitarde” a danno di “persone comuni” e con il “sequestro ed eventuale omicidio (ndr. Virgolettato nell’originale) di un esponente politico PSI, PCI, DC”, nonché del “futuro Presidente della Repubblica”.

Sembrano le farneticazioni di un pazzo, ma quando solo otto giorni dopo, il 12 marzo, l’europarlamentare della Democrazia Cristiana Salvo Lima viene assassinato da Cosa Nostra, Grassi inoltra immediatamente la lettera al Ministero dell’Interno. Lo stesso Falcone rimase molto turbato da quel delitto.

“Adesso può succedere di tutto,” disse il magistrato durante una cena ai colleghi Ayala e Borsellino, convinto che la vicenda segnasse la “rottura di un equilibrio” tra Cosa Nostra e i suoi referenti politici.

Era infatti il primo atto di quella strategia della tensione che, come predetto da Ciolini, iniziò a marzo e culminò proprio nel luglio del ’92 con la strage di via D’Amelio, per poi proseguire fino al ’93 con le bombe di Firenze, Roma e Milano. Gli inquirenti hanno una spiegazione anche per il virgolettato “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica: sarà un altro attentato, la strage di Capaci, a far cadere la testa del candidato allora favorito nella corsa al Quirinale, Giulio Andreotti; al suo posto sarà eletto Oscar Luigi Scalfaro.

Passano sei giorni dalla morte di Lima e Ciolini scrive di nuovo al giudice Grassi, rivendica il suo vaticinio e aggiunge che il prossimo a morire sarà un esponente di spicco del PSI.

Viene allora ascoltato dai carabinieri del ROS, ai quali scrive un appunto estremamente telegrafico, e a tratti incomprensibile, che però contiene rivelazioni ancora più esplosive e dettagliate di quelle rilasciate due settimane prima:

“Strategia della tensione marzo-luglio 92
Matrice masso-politico-Mafia =Siderno Group Montreal – Cosa Nostra-Catania-Roma (DC – ANDREOTTI) –ANDREOTTI-via-D’ACQUISTO-LIMA.
Sissan-Accordo futuro governo Croato (TUJDEMANN) massone per – protezione laboratori Eroina – transito cocaina – cambio – Ristrutturazione economia croata e riconoscimento Repubblica Croata – Investimento previsto 1000 milioni $… [segue parte non leggibile].
Sissan-Accordo fra gruppi estremisti per politica di destra in Europa commerciale – Austria-Germania-Francia-Italia-Spagna-Portogallo-Grecia.
[…] commercializzazione eroina-cocaina via [parola illeggibile] Sicilia-Yugoslavia (prov eroina Turchia).
Commercializzazione – Sicilia Yugo – trasporto sottomarino Prov Urss (mini) pers croato.
Protezione Dc via Mr D’ACQUISTO e LIMA – previsto futuro Presidenza ANDREOTTI.
Dc domanda voti alla Cupola per nuove elezioni.
Corrente Dc sinistra no d’accordo con voti Cupola.
ANDREOTTI, secondo gli sviluppi della politica di sinistra e di destra, poco [incomprensibile] reticente.
Si giustifica, LIMA, per pressione a Andreotti.
È prevista anche, con l’accordo PSI, Repubblica Presidenziale ANDREOTTI.
Cupole – Pressione a ANDREOTTI nuovi sviluppi, indirizzo politico, leghe ecc, mette la situazione della mafia, in Sicilia in difficoltà.

Strategia
Creare intimidazione nei confronti di quei soggetti e Istituzioni stato (forze di polizia ecc.) affinché non abbiano la volontà di farlo e distogliere l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore a quello della mafia.”

L’episodio della strage di Bologna insegna che le dichiarazioni di Elio Ciolini vanno prese con cautela, poichè consistono in un mix di bugie cui vengono aggiunti pezzi di verità. Ciò nonostante gli investigatori sottolineano anche questa volta delle corrispondenze tra le divinazioni dell’ex-007 e gli avvenimenti del 1992.

Innanzitutto, l’alto esponente del PSI poteva essere Claudio Martelli, che all’epoca intratteneva strettissimi rapporti con Falcone, tanto che qualcuno potrebbe aver deciso di spostare il mirino direttamente sul magistrato e ottenere due piccioni con una fava: danneggiare gli ambienti vicini a Martelli e fermare le indagini sugli appalti in Sicilia.

L’uccisione di Salvo Lima può essere effettivamente considerata come una pressione su Andreotti, le bombe del ’93 sarebbero state il “pericolo diverso e maggiore a quello della mafia,” mentre per quanto riguarda il traffico di droga tra la Sicilia e i paesi dell’est Europa, alcune prove emersero già a partire dal 1994, durante l’inchiesta sulle cosiddette “navi dei veleni.

In quell’occasione la procura di Reggio Calabria produsse una gigantesca mole di documenti in cui si delineava l’esistenza di un commercio illegale di armi, droga e rifiuti gestito da imprenditori e faccendieri senza scrupoli vicini ai vertici di vari partiti europei. Sono gli uomini che Ciolini indica col termine “massoni”: grandi trafficanti che per portare a termine i loro affari hanno bisogno di copertura politica e della logistica delle organizzazioni criminali. Verso la fine degli anni ’80 il giornalista Mauro Rostagno indagava proprio su un traffico d’armi analogo e sembra che il reporter siciliano fosse riuscito a filmare un trasferimento di armamenti a bordo dei velivoli militari italiani destinati alla Somalia.

A compiere tale operazione sarebbero stati gli agenti dell’unità “Scorpione,” la divisione trapanese dell’organizzazione Gladio, i cui campi di addestramento distavano pochi chilometri dalla sede della Saman — la comunità terapeutica in cui prestava servizio lo stesso giornalista.

A sostegno di quest’ipotesi vi è il fatto che la base Scorpione era sotto la direzione del maresciallo Vincenzo Li Causi, lo stesso che, secondo un pentito della Gladio, avrebbe fornito documentazione riservata ad Ilaria Alpi, la giornalista uccisa a Mogadiscio mentre stava investigando sul traffico di armi e rifiuti speciali fra l’Italia e la Somalia.

Sorprendentemente, pochi mesi prima di essere assassinato da Cosa Nostra, Rostagno cercò di mettersi in contatto proprio con Giovanni Falcone, che lo ricevette a colloquio nella primavera del 1988.  Dei testimoni riferiscono che negli ultimi mesi di vita il reporter portava sempre con sé una videocassetta su cui aveva appiccicato un’etichetta con scritto “Non toccare. Mauro” e che dopo la sua morte non fu mai più ritrovata.

Cosa c’era in quel VHS? È possibile che Rostagno ne avesse mostrato il contenuto a Falcone?

L’unica certezza è che anche Falcone stava indagando sulla Gladio, di cui forse era già venuto a conoscenza nella primavera del 1989. Il giudice siciliano scrive infatti sul suo computer il 19 dicembre del 1990: “(ndr. Piero Giammanco, il procuratore capo di Palermo) Non ha più telefonato a Giudiceandrea (ndr. il procuratore capo di Roma) e così viene meno la possibilità di incontrare i colleghi romani che si occupano della Gladio”.

Alla luce di questi fatti si capisce in quale enorme groviglio di interessi economici, politici e militari si stesse avventurando Falcone, che nel suo libro dal titolo “Cose di Cosa Nostra” scrisse: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.”

Ma nel 1992 Elio Ciolini non è l’unico ad aver fatto profezie.

Un anticipazione arriva dal quotidiano la Repubblica, che in tre articoli pubblicati tra la primavera e l’estate del 1992 descrisse in termini ancora più nitidi e con un tempismo eccezionale la logica e i movimenti sotterranei che portarono all’inizio dello stragismo mafioso.

Il primo1, pubblicato il 19 marzo con il titolo “Un’ira per Lima?”, traccia con precisione impressionante gli interessi della mafia nel sostituirsi alle istituzioni e diventare essa stessa lo Stato, nel trasformare le regioni del sud e la Sicilia in una “Singapore del Mediterraneo”, ossia un crocevia di affari commerciali sdoganati da qualsiasi forma di regolamento: il paradiso dei grandi trafficanti profetizzato da Ciolini.

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Lo stesso autore si riattiva il 21 maggio 1992, due giorni prima della Strage di Capaci, per lanciare un clamoroso segnale d’allarme:

C’è da temere, a questo punto, che qualcuno rispolveri la tentazione tipicamente nazionale al colpo grosso. Le strategie della tensione costituiscono in questo paese una metodologia d’uso corrente in certe congiunture di blocco politico. Quando venne meno “la solidarietà nazionale” ed il sistema apparve anche allora bloccato, ci ritrovammo davanti il rapimento di Moro e la strage della sua scorta. Non vorremmo che ci riprovassero: non certo per farci trovare un Andreotti a gestire ancora l’immobilismo del sistema (visto che i tempi sono mutati e Andreotti è politicamente deceduto) ma magari uno Spadolini o uno Scalfaro quirinalizzati.

E ancora il giorno successivo:

Manca ancora, perché passi in modo indolore questa candidatura del “partito trasversale”, qualcosa di drammaticamente straordinario. I partiti cioè, senza una strategia della tensione che piazzi un bel botto esterno come ai tempi di Moro — a giustificazione di un voto d’emergenza, non potrebbero accettare d’autodelegittimarsi.

Poco più di ventiquattro ore dopo avviene l’attentatuni, il “botto” tanto sventolato dell’anonimo cronista di Repubblica, che ne indovina anche le conseguenze. La morte di Falcone provoca la nomina di Scalfaro al Quirinale al posto di Andreotti e l’assassinio di Borsellino scatena una rivolta nella popolazione, che critica l’incapacità della politica nella lotta alla mafia.

Lo stragismo mafioso del ’93 e le condanne di Tangentopoli rendono definitivamente impresentabili i partiti della prima repubblica, spianando di fatto la strada a delle nuove coalizioni che saranno a loro volta infiltrate dalla mafia. Un partito sopra tutti si presenterà in una veste drammaticamente straordinaria, con un leader trasversalmente amato, capace di attrarre a sé i voti di elettori di diverso orientamento politico ed estrazione sociale.

Ma chi è il misterioso scrittore che sembra avere in mano il copione occulto della futura Italia?

I pezzi non sono firmati, ma per gli investigatori sono tutti opera dello stesso autore, che non sarebbe un giornalista, bensì un politico. C’è una buona probabilità che a scrivere quegli articoli sia stato stato il democristiano Vittorio Sbardella, detto Lo Squalo, vertice della corrente andreottiana capitolina – un pezzo grosso sulla scena politica dell’epoca.

Probabilmente uno di quei loschi figuri che “sapevano tutto,” ma che non hanno mai mosso un dito per salvare gli uomini dell’anomalia Palermitana da un triste destino.


The Submarine ha consultato selettivamente l’archivio storico online di Repubblica, ma nessuno dei tre articoli citati risulta presente nel database.

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