C’è chi crede che Dio sia il primo motore di tutto ciò che accade nell’universo. Ma se ci fosse qualcun altro, più saggio, più capace, persino più onnisciente?

Il nuovo graphic novel di Maicol & Mirco è intitolato proprio al più dei più: Il papà di Dio. Il volume è uscito a gennaio per Bao — più di novecento pagine di tavole, una sorta di bibbia per atei e agnostici. Ne abbiamo parlato con chi l’ha scritto durante la presentazione in Santeria Paladini, a Milano, sabato scorso.

Il papà di Dio parla di un dio minore, un po’ inetto, solo e annoiato: la sua spinta creativa è direttamente proporzionale alla sua solitudine. Il risultato è che, complice Satana, finisce per diffondere nel suo mondo (il nostro) sempre nuovi flagelli. La sua personalità emerge appieno proprio quando subisce a sua volta il giudizio divino — che, nel suo caso, significa quello del papà.

dio“Per parlare di un personaggio non puoi fare a meno di parlare di chi lo ha creato,” ci spiegano Maicol e Mirco. “Se anche ti prendi il tempo di ripercorrerne la storia dalla nascita alla morte, non sarà comunque completo. Non saprai chi era. Ogni storia è aperta, e lo stesso vale per i personaggi: ci sono cose che potrebbero fare, cose che invece hanno già fatto, c’è un presente e un passato per tutti. Il papà di Dio serviva quindi a dare a Dio un’umanità, a completare il personaggio. Ma è servito anche a smuovere le acque, ad affrontare quella domanda che prima o poi si fanno tutti: se esista qualcuno che ha creato il creatore.”

Questa domanda fondamentale sulle origini è antica quanto l’uomo, che è diverso dagli animali proprio perché è in grado di creare a sua volta. Nel fumetto, Dio ha dei limiti lampanti. E per chi legge questa storia familiare così umana, è subito chiaro che se Dio-figlio ha tutte queste difficoltà da qualcuno deve pur averle ereditate.

“L’uomo ha sempre creato dio a sua immagine e somiglianza, quello che noi percepiamo di questa entità superiore è sempre filtrato dalla nostra umanità, non possiamo fare a meno di vederlo in qualche modo simile a noi. Il papà di Dio, come personaggio, serve a riportare il figlio sulla terra, e a portare noi sul terreno di dio.”

Per chi ha ben presente il mondo violento, fulmineo degli scarabocchi, nel Papà di Dio il ritmo è un po’ diverso, c’è più spazio per il silenzio, i tempi sono dilatati. Il rosso dello sfondo è sostituito dal bianco. È un fumetto in cui sia il segno grafico, che i personaggi non potrebbero essere più universali e riconoscibili. Dio è un triangolo, suo padre un cerchio. Due simboli con cui per secoli l’uomo ha rappresentato la propria origine.

“Lavorando su archetipi come questi, il bello è riempirli, perché da soli sono pieni di vuoti. Dio è un personaggio di tutti, che miliardi di persone hanno disegnato prima di me. Ma ciò che è di tutti non è meno tuo.”

“Lavorando su un personaggio che ha creato te, c’è qualcosa di molto più intimo. Quando costruisci un personaggio da capo, uscito dalla tua immaginazione, devi cercare di inserirlo nella contemporaneità, e finisce che deve assomigliare a Pippo, o a Paperino, o a qualcos’altro di riconoscibile. Quando lavori su personaggi come Dio e Satana, non hai bisogno di inserire riferimenti culturali precisi e immediati. È un vantaggio, permette di evitare distrazioni. Lavorando su archetipi come questi, rimaneggi concetti che sono venuti prima di te, facendoli tuoi. E sai che il lettore farà lo stesso. I segnetti che disegno sempre su Dio, per alcuni sono i baffi, per alcuni la faccia, per altri il movimento: hanno ragione tutti”.

La prospettiva di chi si è permesso di fare di Dio, di suo padre e di Satana dei personaggi umani, disfunzionali, pieni di difetti, non può essere né quella di un credente di ferro, né quella di un ateo militante. È per questo che abbiamo fatto a Maicol&Mirco un’ultima, semplicissima, domanda: Dio esiste? “Rispondere con un sì o un no è ridicolo. È come dire: tu credi nello yeti? Lo yeti è una cosa che non esiste, almeno non nella documentazione, ma è comunque una delle cose più interessanti al mondo. C’è gente che pur di vederlo finisce per morire sulle montagne. E questo per dire che, quando immagini una cosa, quella cosa esiste.”

— FIN —