Ieri sera, in Francia, è andata bene. Questa volta l’Europa si è salvata dalla macchina demenziale che si è costruita da sola per cui gli elettori di qualsiasi Paese possono votare sul futuro degli altri, senza consultarli.

Si tira un sospiro di sollievo, un po’ in tutta Europa — il populismo si può sconfiggere, le fake news si possono sconfiggere, bandiera neoliberista trionferà — e più di tutti sta cavalcando questo nuovo “cammino” Matteo Renzi, il nuovo segretario del Partito Democratico italiano, che dopo anni da outsider finalmente è pronto a guidare il primo partito del paese con la propria squadra di giovani “millennial.”

No, un pezzo di quella storia è già successa, e non è andata a finire bene.

Ieri, però, Matteo Renzi è stato davvero di nuovo incoronato segretario del Pd, dopo aver stracciato una competizione inesistente. E in Italia, secondo Matteo Renzi, vincere le primarie del Pd e vincere le elezioni politiche, o quelle europee, più o meno è la stessa cosa.

Cattiverie a parte, è vero che la vittoria di Macron dovrebbe rafforzare un certo fronte europeo progressista in materia di diritti e migranti, fronte di cui facevano fieramente parte i governi Letta e Renzi, ma di cui il governo Gentiloni è un membro molto più timido — vedremo, nelle prossime settimane, se si trattava di una linea di partito che potrebbe cambiare, illuminati sulla via europeista di Damasco, o se si tratta di un’impostazione dettata da altri fattori.

post Facebook Macron e Renzi

Post comparso su Facebook subito dopo i risultati delle elezioni francesi.

Matteo Renzi, e l’Europa, hanno tanto da imparare dalla vittoria di Macron, però.

  1. È urgente una revisione delle politiche economiche europee

C’è un’altra faccia della medaglia della vittoria di Macron — quanto vera sia stata la paura per una possibile elezione di Le Pen. Le idee razziste, nazionaliste e retrograde di Le Pen sono avanzate tantissimo negli ultimi anni, e si sono diffuse ben al di fuori dalla loro naturale posizione minoritaria, in partiti alle frange del discorso politico. Hanno pervaso la retorica del partito repubblicano francese, in un caso che solo miracolosamente non ha trasformato una parte sostanziale dell’elettorato di Fillon in voti per FN al secondo turno. Non è un caso che alla Whirlpool abbiano fischiato Macron e non Le Pen: è vero, ci sono stati tanti casi di violenza negli ultimi due anni, è vero, la retorica d’odio contro i migranti ha particolare mordente, ma il motivo per cui queste idee si diffondono è il sempre più schiacciante disagio sociale. Di fronte alla crisi economica internazionale, l’Unione Europea ha deciso di mettere se stessa davanti alle crescenti difficoltà, o per lo meno così l’hanno vissuta gli elettori — e allora poco importa sia così o meno: è il dato contro cui si deve combattere, e finché non si deciderà di attivare nuovi progetti per garantire nuovi posti di lavoro e stipendi più dignitosi, la retorica della ragione è solo destinata a farsi più debole, ogni anno.

  1. Con Macron i partiti tradizionali hanno perso comunque

Macron viene dal PS, ed è stato anche ministro di Hollande, ma si è costruito il proprio “movimento” in casa, e ha combattuto la propria campagna elettorale interamente contro partiti molto più radicati del proprio comitato elettorale. A voler forzare a tutti i costi lo scontro tra politica e antipolitica che stiamo vivendo in Italia al secondo turno francese, anzi, potremmo dire che la politica era certamente meglio rappresentata da Marine Le Pen.

Quello che tutt’ora sfugge completamente alle sinistre europee, e soprattutto al Pd, è come funzioni l’antipolitica, che chiamiamo così per una certa partigianeria, ma tanti potrebbero benissimo chiamare post–politica.

Nell’antipolitica l’elettore è molto meno impegnato attivamente nel funzionamento del proprio partito: non è un attivista nel senso tradizionale del termine, e certamente non un militante. Ma è stato fortemente radicalizzato sui temi del proprio movimento. In particolare, è stato istruito su come riconoscere “le cose brutte” della politica: la corruzione, gli sprechi, i giochi di palazzo. Il caso del take over di Maria Elena Boschi sul governo Gentiloni, proprio il giorno prima del rinnovato insediamento di Renzi, è un caso da manuale di cose che non possono essere fatte nel mondo post-politico.

Era successo due anni fa con Tsipras, oggi si ripete l’assurdità di un partito di centrosinistra che celebra la vittoria di figure che hanno sorpassato il proprio simile in un altro paese. Solo perché hanno un merito politico che Renzi ammira tantissimo: vincono.

  1. A rincorrere viene il fiatone

In questi mesi, nel tentativo di espandere il proprio consenso, abbiamo visto un Pd con mille facce: il partito dell’unico governo che ha preso l’emergenza migranti di petto, durante Letta, ma anche il partito della legge Minniti–Orlando; il partito dei “patrioti europei” del 25 aprile, ma anche quello il cui Presidente del Consiglio nascondeva le bandiere europee dal proprio ufficio; il partito dei deboli, ma anche il partito del Jobs Act. Ieri Renzi diceva quanto invidiava Macron per il doppio turno francese, un’altra cosa che chiaramente invidia è la fluidità ideologica di partiti antipolitici come quello di Grillo e della famiglia Casaleggio. Ma dove i 5 stelle possono permettersi questa fluidità tra politiche movimentiste, progressiste, e vomitate retrograde, davvero di area lepeniana, il Partito Democratico, soprattutto quello che deve costruirsi e ampliarsi attorno alla figura salvifica di Matteo Renzi, non può muoversi di un millimetro. In questo, Macron, nel costruire il proprio movimento post–politico, aveva le idee più chiare di quanto Renzi abbia mai avuto: i programmi, i messaggi di En Marche! non hanno mai perso un colpo, non hanno mai tremato di fronte a pressioni di forze vicine e lontane. Hanno fatto comunicazione politica bene: proponendo un’idea forte all’elettorato, e sperando che all’elettorato piacesse.

E ciò nonostante, Macron per merito proprio ha raccolto un supporto più o meno pari a quello di Fillon e Le Pen — l’unico partito che è riuscito davvero a scalzare, o che si era scalzato da solo, è proprio il PS. Il voto al secondo turno è stato in vastissima maggioranza mosso dalla paura per Le Pen, e non in supporto al programma di Macron che, come è inevitabile, non piace alla destra, non piace alla sinistra. E, se non saprà colmare alcune delle profonde crepe nella società francese, non farà altro che alimentare ulteriori estremismi lepeniani: che, di dieci percento in dieci percento, prima o poi, se non li si ferma, vincono.

— FIN —

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