La Climate March è tornata, e il successo è strepitoso.

Duecentomila manifestanti solo a Washington DC, luogo centrale della protesta, e altre decine di migliaia di persone in ognuna delle 300 città statunitensi che hanno aderito all’iniziativa, a cui si sono aggiunte le capitali di quasi tutto il mondo.

La protesta non poteva svolgersi in un momento migliore – non solo in perfetta concomitanza coi primi 100 giorni del nuovo governo – ma anche all’indomani dell’ennesimo folle ordine esecutivo, con cui Trump minaccia di declassificare oltre 100.000 acri di beni paesaggistici a territori disponibili per l’insediamento urbano e industriale.

A far alzare i toni ai manifestanti è il fatto che proprio qualche giorno fa l’Environmental Protection Agency (EPA) – sotto la guida del climate skeptic Scott Pruitt – abbia cancellato dal proprio server il sito web che da oltre vent’anni costituiva una fonte ufficiale di informazioni sul cambiamento climatico.

Anche per questo motivo, l’evento è stato rilanciato da tutte le amministrazioni Alt/Rogue, che grazie a un previdente backup hanno ricaricato il sito su un nuovo server, e poi insultato il nuovo presidente e i suoi uomini senza mezzi termini.

Faccio fatica a ricordare iniziative analoghe nel passato”, aveva detto il professor Renzo Rosso commentando la marcia per la scienza – l’iniziativa che solo una settimana fa aveva già portato a manifestare milioni di americani – “Ora potrebbe essere il primo passo di un movimento globale”.

Infatti, per la prima volta dopo tanto tempo, non solo le minoranze, ma una grossa fetta di popolazione marcia in modo compatto in difesa dello stesso credo, trovando nella battaglia climatica il degno vessillo che lo rappresenti.

Nelle fotografie e nei video della climate march non si vedono ONG o associazioni di portatori di interessi, ma piuttosto uno spaccato omogeneo della società civile americana: uomini e donne, giovani e anziani, persone di differente estrazione sociale e professionale, insieme.

Sono immagini spiritose e gioiose, che ritraggono un incontro fra esseri umani – quasi una festa – da cui emerge un “sentire comune,” un cammino condiviso nella direzione di una stessa idea di umanità; una ricerca di rappacificamento con la Terra e gli altri popoli.

Per gli europei è difficile capire la trasformazione sociale che è in atto negli Stati Uniti.

Da noi, in un certo senso, il peggio deve ancora venire, e gran parte della popolazione è ancora indifferente alla graduale privazione di diritti umani cui stiamo tacitamente acconsentendo pur di salvare un modello amministrativo da sempre inadeguato e che necessita di cambiare per non scoppiare.

Forse è anche per questo che, in Italia, l’adesione alla marcia per la scienza è avvenuta per compartimenti stagni e la partecipazione è stata esigua, mentre la climate march – che nel resto del mondo ha avuto un successo clamoroso – proprio non è stata organizzata.

Lascia molto da pensare anche il fatto che, delle tante belle foto scattate ieri, sui principali media italiani non vi sia ancora traccia.

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