I negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Ue sono da tempo interrotti, e la svolta autoritaria di Erdogan di certo non aiuta. Ma che cosa è andato storto?


Questo articolo fa parte della nostra Guida essenziale al referendum in Turchia.

Il voto di oggi non rappresenta solo un momento di svolta per l’assetto istituzionale della Turchia, ma si configura come un vero e proprio referendum sul presidente Recep Tayyip Erdogan.

Già con le elezioni per il rinnovo del parlamento nel giugno del 2015, i turchi frenarono parzialmente il disegno di Erdogan. In quelle elezioni l’Akp non ottenne i due terzi dei seggi, circostanza che avrebbe evitato il passaggio referendario per l’approvazione della nuova costituzione. Tutto ciò accadeva in un periodo in cui la società civile era ben consapevole dell’autoritarismo di Erdogan, basato su un non troppo latente progetto di islamizzazione della società e che si era reso manifesto nella repressione delle proteste per Gezi Park, della libertà di stampa e di espressione su internet.

Da allora molte cose sono cambiate. Una serie di attentati ai danni dell’Hdp (il partito nazionalista curdo), che il governo di Ankara ha attribuito all’Isis, ha rianimato la guerriglia del Pkk, offrendo a Erdogan la possibilità di bollare tutti i curdi come “terroristi”. Inoltre, il fallito golpe di giugno 2016 ha permesso a Erdogan, grazie alla dichiarazione dello stato di emergenza, di avviare la resa dei conti con chiunque ostacolasse il suo progetto di egemonia politica: dagli apparati militari agli oppositori politici dentro e fuori il parlamento, passando per la stampa indipendente e la magistratura — che aveva aperto il fascicolo sullo scandalo di corruzione che aveva investito, nel 2013, il governo presieduto dallo stesso Erdogan (la cosiddetta “Tangentopoli del Bosforo”).

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Manifestazioni a Istanbul dopo il fallito colpo di stato, CC Maurice Flesier / Wikimedia Commons

La Turchia oggi soffre una grave instabilità e la propaganda a favore della riforma fa leva proprio su questo senso di smarrimento diffuso nella popolazione. In tale contesto, dov’è l’Europa? Da una parte, l’autoritarismo di Erdogan sembra alienare la Turchia da ogni possibile prospettiva di integrazione con l’Unione europea. Allo stesso tempo, questo allontamento potrebbe essere stato favorito dal fallimento delle stesse fragili politiche di costruzione europea degli ultimi 15 anni.

Con l’Ue la Turchia ha relazioni intense fin dal 1963, quando l’allora Comunità Economica Europea (CEE) firmò un trattato di associazione, l’Accordo di Ankara. Un sentimento filo-europeo era diffuso nella popolazione turca nei primi anni 2000 e vi erano ottime prospettive economiche dovute all’apertura dei negoziati, avvenuta il 6 ottobre 2004 (la Turchia era stata accettata come candidata per l’ingresso nell’UE nel 1999). Lo stesso Erdogan, da primo ministro, a partire dal 2003 aveva messo in atto diverse riforme per adeguare il Paese ai parametri europei e far entrare la Turchia come membro a pieno titolo dell’Unione (in particolare, l’abolizione della pena di morte nel 2004 e il progressivo riconoscimento dei diritti della minoranza curda).

Perché ciò non è bastato?

Da una parte, l’adesione della Turchia all’Ue incontrava una serie di ostacoli oggettivi. Gli scettici evidenziavano come la strada per la salvaguardia dei diritti umani fosse ancora lunga. È ancora irrisolta la questione della secessione della parte settentrionale di Cipro (Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta internazionalmente solo dalla Turchia), avvenuta nel 1974. A ciò si deve aggiungere la repressione militare, culturale ed economica che la minoranza curda ancora oggi subisce. Un altro punto cruciale riguarda il genocidio degli Armeni e dei Cristiano-assiri, che la Turchia rifiuta di riconoscere.

Vi sono state anche profonde diffidenze da parte del mondo cattolico (si pensi all’allora cardinale Ratzinger, che espresse pubblicamente la propria opposizione a tale ingresso) e di molti Stati europei: la Turchia sarebbe diventata, data la sua rapida crescita demografica, il più popoloso e influente membro dell’Ue. L’attuale popolazione musulmana nel territorio dell’Ue si aggira intorno al 6% del totale: con l’entrata della Turchia tale percentuale salirebbe al 20%, provocando cambiamenti dell’assetto sociale e culturale che preoccupano una parte consistente della società europea.

Già nel 2002 il presidente della Convenzione europea Giscard d’Estaing aveva dichiarato pubblicamente la sua decisa contrarietà all’ingresso della Turchia nell’Ue. Dal 2006 in avanti, i negoziati si sono di fatto interrotti, anche se non formalmente: molti capitoli dei negoziati sono stati bloccati e solo 1 su 33 è stato concluso. Di fatto, da allora la conferenza per l’adesione della Turchia lavora al fine di impedire la conclusione positiva dei negoziati. Questo deciso veto è suonato insopportabile per il governo e per una parte della società turca, favorendo il proliferare di un risentimento antieuropeo e la riscoperta di un nazionalismo latente — e, indirettamente, aprendo la strada alla nuova fase di autoritarismo.

Se oggi la Turchia guarda alla Russia di Putin per gestire la crisi siriana e silenziare le rivendicazioni dei curdi e annuncia di voler rinegoziare la propria adesione alla NATO, è anche perché l’Unione europea ha perso l’occasione di favorire una convergenza politica ed esercitare, attraverso un Paese musulmano alleato, la propria influenza nel Medio Oriente.


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Il sultano della porta accanto

L’esito del referendum potrebbe stravolgere non solo l’assetto istituzionale della Turchia, ma anche gli equilibri politici ed economici regionali. Che cosa cambia se vince il sì? E perché questo possibile esito desta preoccupazione tra le fila dei Paesi europei?

di Giulio Gipsy Crespi. Leggi l’articolo.

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La carta dei migranti

Qualunque sia l’esito del referendum sull’assetto costituzionale del paese, la Turchia potrà continuare a sfruttare gli accordi sull’immigrazione per ottenere concessioni da parte dell’Ue.

di Matteo Guidi. Leggi l’articolo.

 


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