Diego Galli ha impiegato quindici anni a scrivere Pannella: La vita e l’eredità, edito da Castelvecchi e presentato pochi giorni fa all’Associazione Enzo Tortora di Milano — dove lo abbiamo incontrato.

Il libro è uscito a poca distanza dalla morte di Pannella, ma non ha nulla dell’encomio. Non è nemmeno soltanto una biografia. Cerca anzi di ricostruire la storia del Partito radicale, che Galli paragona a un romanzo di formazione, attraverso le vicende politiche di questa figura magnetica e trascinante della politica italiana.

Si tratta di un saggio che fa storia per poi fare critica. Quindici anni di ricerca, tra archivi del partito e letteratura scientifica, sono una garanzia di puntualità. Il risultato è una riflessione sui collanti che tenevano insieme un partito policentrico, in cui convivevano, già prima della morte di Pannella, più anime.

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“La storia del partito radicale non è quella di un partito-strumento, in cui persone diverse si ritrovavano per raggiungere un obbiettivo, più che per adesione ideologica. Quello radicale è stato invece un partito profondamente religioso. Questa componente religiosa non è stata riconosciuta, non le è stata data la giusta importanza; per questo ora la si nota solo nei suoi aspetti negativi. E l’aspetto peggiore è senz’altro l’idolatria per Pannella,” spiega Galli.

“Dove emergevano contraddizioni, con un gioco di parole, un ossimoro, una metafora, Pannella riusciva sempre a ricostruire una coerenza, a volte più verbale che reale. È difficile sottrarsi dalla forza di questo linguaggio, che diventa uno schema mentale.”

Il carisma profetico di Pannella gli garantì un controllo forse troppo ferreo del partito, che sembra girare ancora intorno al culto della sua personalità. “La teatralità, la forza espressiva e comunicativa di Pannella hanno avvicinato molte persone ai radicali. Questo è sicuramente un merito, ma è allo stesso tempo è un demerito, soprattutto perché è diventato una chiave per governare il partito.”

Per fare una religione non basta una comunità di fedeli, ci dev’essere un profeta. E Pannella riuscì ad assumere questo ruolo all’interno del partito, con le conseguenze negative che sappiamo, ma anche e soprattutto al di fuori di esso. Ma come si diventa un profeta? Pannella riuscì a sfruttare il forte impatto emotivo delle proprie strategie di comunicazione.

Le pratiche dei radicali, la non violenza gandhiana, l’autodenuncia, sono state reinterpretate da Pannella in chiave religiosa. Particolare forza avevano gli scioperi della fame e della sete. “Queste sfide corporali sembrano rispondere alla stessa funzione antropologica delle prove che le figure religiose carismatiche del passato realizzavano per dimostrare la propria santità,” scrive Galli, che dedica nel saggio molto spazio a questo tema. Le prove di santità, nella tradizione cattolica, sono alla base del culto: ogni prova che il santo supera genera meraviglia, serve ad affermarne il carisma. Il 19 aprile del 2002, al quarto giorno di uno sciopero della sete, Pannella rilasciò un’intervista alla Rai in cui annunciò che avrebbe bevuto le sue stesse orine. “La metafora delle orine come ‘il frutto del mio corpo’, la sfida alla morte, la simbologia del calice, sono tutti elementi che collocano il messaggio creato da Pannella in una dimensione rituale profondamente radicata nella cultura italiana, quella della messa cattolica,” scrive Galli.

Attraverso il ricorso a miti ancestrali, Pannella attirava l’attenzione sulle proprie battaglie politiche. Rompere i tabù, creare scandalo: in questo modo Pannella cercava di normalizzare comportamenti che altrimenti apparivano lontani dal sentire comune. “Nella vita pubblica Pannella cercava lo scandalo, nel tentativo di smascherare la tendenza, sempre presente nella società, a trovare un capro espiatorio. La capacità di Pannella di difendere le minoranze stava proprio nel suo prendersi carico dello scandalo,” ci spiega Galli. È così che il leader dei radicali ospitò persone omosessuali nella sede del partito (quando ancora era un gesto provocatorio), regalò piantine di marijuana, si autodenunciò più volte per vilipendio alle istituzioni. Mostrare di non omologarsi, e in modo eclatante, è una delle migliori occasioni per un leader di guadagnare autorevolezza e visibilità.

Pannella cercava la santità attraverso lo scandalo, quindi mai in termini di purezza, di perfezione.

Non cercò di porsi come un santo nel significato di ‘senza peccato’. Anzi, come ricorda Diego Galli, Pannella citava spesso la massima di Pascal: chi vuol essere santo è bestia. A Pannella non piacevano i giusti, soprattutto se autoproclamati, né i giustizieri. Ed è questo che differenzia le strategie di comunicazione e di creazione di consenso usate negli anni da Pannella, da quelle del populismo.

Alle elezioni del 1983, Pannella invita caldamente all’astensionismo, con lo slogan “mandateli tutti a casa!”. Negli anni ’90 propose più volte di chiudere tutti i partiti politici esistenti e impedirne la ricostituzione per dieci anni. Si scagliò anche contro il finanziamento pubblico ai partiti. Questo tipo di proposte ricordano per molti aspetti quelle del Movimento 5 Stelle. “Grillo inizia la sua vita politica con delle proposte radicali: l’abolizione dell’ordine dei giornalisti, l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, l’uso del referendum. Quindi è facile l’accostamento a Pannella, qualcuno lo ha fatto. È facile vedere in Pannella un predecessore del populismo. Invece non lo è stato. E non lo è stato perché non cercava la resa dei conti, come le forze populiste tentano di fare adesso. Non cercava di proporsi come alternativa alla classe politica e all’élite, senza poi esserlo affatto” spiega Galli.

Pannella con il Dalai Lama

Pannella con il Dalai Lama

“Poneva invece le questioni legate alle sue denunce sempre all’interno delle istituzioni, tramite ricorsi alla magistratura, alla Commissione parlamentare di vigilanza, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, alle sedi parlamentari. Pannella cercava sempre di fare pressione perché le istituzioni applicassero la legge e la facessero rispettare. Cercava di ricondurre le sue battaglie all’interno della legalità. Ha sempre fatto con la classe politica, con le istituzioni, un braccio di ferro ma anche un tentativo di indicare la direzione giusta”.

Insomma, forse l’eredità più importante che Pannella ha lasciato, è il monito a “ribellarsi contro il falso realismo, che induce a rassegnarsi con una certa fatalità a quel che invece appartiene alla responsabilità della politica”. Ma, continua Galli, “la soluzione non è mai creare teorie del complotto. È riportare le decisioni all’interno dell’alveo istituzionale, del processo democratico. Lo stesso vale anche rispetto ai fenomeni globali. Il ritorno del nazionalismo, come reazione alla globalizzazione, portò Pannella a rilanciare la necessità di usare e rispettare le istituzioni, la legge. È vero, le nostre istituzioni non decidono più sulle cose che davvero hanno a che fare con le nostre vite, come globalizzazione economica, inquinamento e cambiamento climatico. La soluzione non è però richiudersi all’interno del fortino nazionale, ma è portare le decisioni a livello sovranazionale.”


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