Benvenuti a Eco 

la rassegna stampa settimanale dedicata a energia, ambiente, ecologia e sostenibilità.

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In questa puntata: il nulla di fatto del G7 sull’energia, il sorpasso di Tesla ai danni di General Motors, i repubblicani (pochi) che si battono contro il cambiamento climatico.

1. Il G7 sull’energia è andato così così

Non se ne è parlato molto, ma domenica e lunedì scorsi si è tenuto a Roma un G7, a cui hanno partecipato ministri competenti per il settore energetici di Canada, Francia, Giappone, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti. Tra i temi trattati, la sicurezza energetica—da non dare troppo per scontata, visto il recente acuirsi delle tensioni in Medio Oriente—il futuro ruolo chiave del gas e delle rinnovabili nel medio periodo, l’espansione del GNL e l’efficienza energetica.

Cosa si è ottenuto dal summit? Veramente poco: i delegati non sono neppure riusciti a rilasciare una dichiarazione congiunta; gli Stati Uniti, infatti, stanno rivedendo la propria politica energetica—ne abbiamo parlato qua—e Rick Perry, segretario statunitense per l’energia—sì, lo stesso Perry che voleva abolire il Dipartimento dell’Energia, salvo poi dimenticarsene in un confronto televisivo per le presidenziali—pare non aver avuto nulla da dire neppure riguardo il recente passo indietro sugli accordi del clima di Parigi. A buon intenditore, poche parole (speriamo).

2. ENI e Report, di nuovo

La storia è di quelle complicate, e non manca nessuno: compagnie petrolifere, presunte tangenti, avvocati svizzeri, ex membri dei servizi segreti, mediatori russi e l’onnipresente Luigi Bisignani, “il faccendiere”. Il tutto ruota attorno a un giacimento petrolifero off-shore in Nigeria—chiamato “OPL245”—e a una presunta tangente che, a quanto sostenuto da Report, sarebbe stata pagata da ENI a Dan Etete, ministro del petrolio nigeriano nel 2011, tramite una fitta rete di intermediari. Sul caso indaga la procura di Milano. Report si era già occupata della faccenda un paio di anni fa, e anche allora come ora Eni aveva ribattuto alle accuse in diretta su Twitter. Nella vicenda sarebbe coinvolta anche Shell, come ha scritto BuzzFeed News in un articolone di quelli belli.

3. Tesla sorpassa GM e passa in testa

Tesla Inc. è ufficialmente la più grande azienda automobilistica americana, dopo che lunedì ha chiuso la giornata con una market capitalization—valore della singola azione moltiplicato per il numero di azioni sul mercato—di 50,8 miliardi di dollari. A farne le spese è General Motors, centenario simbolo dell’industria americana. Il sorpasso avviene nell’anno in cui Tesla ha promesso il lancio della nuova Model 3, con più miglia di autonomia e ad un prezzo più competitivo. Il cambio di gerarchia però sembra contraddittorio se analizzato con indicatori diversi: l’anno scorso GM ha venduto 10 milioni di vetture, e nel 2017 prevede un profitto pari a 9 miliardi di dollari. Tesla invece ne ha vendute 80 mila, e si aspetta perdite pari a 950 milioni di dollari. La fiducia in Musk—di cui si è parlato parecchio recentemente per una scommessa energetica non da poco—sembra infinita, e finora la sta capitalizzando bene.

4. Il petrolio in una mappa

Capita spesso che su Eco ci si innamori di qualche mappa: ecco, è successo di nuovo. GSM London—un istituto che offre corsi di economia e business a livello universitario—ha, infatti, rilasciato uno splendido mappamondo interattivo con i principali dati riguardo importazioni ed esportazioni mondiali di petrolio negli ultimi vent’anni. È un toccasana per gli occhi e il cervello.

5. Repubblicani per il contrasto al cambiamento climatico

Sì, esistono. Sono pochi, non particolarmente apprezzati, ma esistono repubblicani che si spendono attivamente per creare una consapevolezza scientifica sulla pericolosità del cambiamento climatico all’interno del mondo conservatore. In particolare, molti fanno parte del gruppo “republicEn”—attualmente conta più di tremila iscritti, quasi tutti concentrati negli stati dell’East Coast—fondato da Alex Bozmoski e dall’ex congressman Bob Inglis. I due hanno vita abbastanza difficile, come raccontato su The Verge, considerando che molti repubblicani ritengono il problema del cambiamento climatico più “filosofico” che economico, tant’è che l’attuale amministrazione Trump ha più volte messo in discussione il ruolo (e l’esistenza) dell Environmental Protection Agency; l’ultimo episodio riguarda una bozza di budget, che prevederebbe il licenziamento del 25% dei dipendenti.

6. È davvero possibile diversificare l’economia saudita?

I paesi che basano la propria ricchezza quasi interamente sulle esportazioni petrolifere o diversificheranno quanto prima la propria economia o nel giro di qualche decennio avranno parecchi problemi. Come abbiamo scritto più volte, l’Arabia Saudita lo sa bene, ha iniziato a puntare sulle energie rinnovabili e pochi mesi fa ha annunciato la prossima IPO di parte di Saudi Aramco. Si tratta di un’impresa difficile—le condizioni climatiche non aiutano, non c’è una particolare tradizione imprenditoriale e il settore dell’edilizia non è florido—da cui, però, dipendono le sorti del Medio Oriente, e che potrebbe essere supportata proprio dai ricavi provenienti dalla vendita di parte di Saudi Aramco. Con i soldi dell’operazione, pare che vi sia anche l’intenzione di investire in aziende tecnologiche straniere. Il problema è che investire in imprese estere da un lato può portare a notevoli ricavi, dall’altro ha effetti limitati sul mercato del lavoro interno.


Eco è a cura di Giovanni Scomparin, Nicolò Florenzio e Tommaso Sansone.

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