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La crisi umanitaria in Yemen è sempre più fuori controllo, nell’indifferenza internazionale e con la tacita complicità dei paesi occidentali.

In Yemen 14 milioni di persone, di cui 370 mila bambini, soffrono ogni giorno la fame e sono in costante bisogno di medicine e soccorsi sanitari. Questo è il risultato di una guerra civile iniziata nel marzo del 2015 e il cui impatto sulla popolazione civile non sembra attenuarsi.

A Taiz, principale centro culturale nel sud-ovest del paese, 200 mila persone sono rimaste intrappolate dopo l’inizio della guerra con approvvigionamenti di cibo, acqua e medicine molto scarsi. 

Da due anni la situazione umanitaria è quindi sempre più complicata per la popolazione civile. Secondo l’ONU, quasi 9.400 yemeniti sono stati uccisi nel corso di un anno dall’inizio dell’attacco della coalizione saudita (marzo 2015), tra cui 2.230 bambini.

Al panel Il costo umano di una guerra dimenticata, tenutosi al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, Michele Trainiti, operatore umanitario di Medici Senza Frontiere presso un ospedale vicino a Taiz, ha raccontato i continui attacchi agli obiettivi sensibili delle città come ospedali, mercati e scuole.

Le cliniche pubbliche sono quasi inesistenti, solo il 45% degli ospedali è operativo, ma si tratta di strutture private accessibili solo a chi ha disponibilità economica: “Un giorno, dopo essermi imbattuto in un carro armato andato a fuoco da poco, ho incontrato due moto con sopra delle bambine che non avevano ricevuto le cure dopo essere state ferite dall’esplosione” ricorda Trainiti. Lo Yemen è un paese dove i diritti umani, come denunciato più volte da Human Rights Watch, vengono costantemente violati.

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Nel corso del 2016, la stampa internazionale ha sottolineato chiaramente che l’Arabia Saudita riceve aiuti consistenti sotto forma di armi e denaro da parte di alcuni paesi occidentali (soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna).

In questo contesto, l’Italia ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo della guerra e nel consentire l’approvvigionamento di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. La ministra della difesa Pinotti ha smentito la partecipazione dell’Italia nella fornitura degli armamenti, mentre l’allora ministro degli esteri Gentiloni ha sostenuto che la vendita di armi fosse legittima perché non esiste un embargo con l’Arabia Saudita.

Se da un lato gli accordi economici fra i due paesi non prevedono un embargo alla vendita delle armi da guerra, l’articolo 11 della costituzione e la legge 185 del 1990 stabiliscono espressamente il divieto di esportare le armi “verso i paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa.” In più, una risoluzione del Parlamento europeo del 2016 esortava gli Stati membri a sospendere immediatamente tutti i trasferimenti di armi e altre forme di sostegno militare all’Arabia Saudita e ai suoi alleati nel conflitto nello Yemen. 

Un video reportage realizzato dal giornalista delle Iene Dino Giarrusso ha mostrato come diversi aerei contenenti bombe assemblate in Sardegna dalla fabbrica d’armi RVM siano partiti dagli aeroporti di Olbia e Cagliari, e che in Yemen sono state trovate bombe inesplose identiche a quelle prodotte in Italia. La procura di Brescia ha quindi aperto un’inchiesta per il mancato rispetto della normativa.

Mansour Hadi
Mansour Hadi

Le cause dell’attuale guerra risalgono al 2012, quando, dopo la fine delle cosiddette Primavere arabe, il leader Ali Abdullah Saleh, sotto le pressioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo guidato dall’Arabia Saudita, è stato costretto a lasciare il potere che deteneva da 30 anni. Da allora Abdel Rabbo Mansour Hadi è il nuovo presidente, sostenuto dai paesi arabi e dalla coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti, che ha il principale obiettivo di eliminare la presenza di Al Qaeda e la presenza dei ribelli sciiti Houthi nel nord del paese.

La situazione si è intensificata, sfociando in una vera e propria guerra civile, quando il gruppo armato ribelle Houthi — sostenuto dall’Iran a maggioranza sciita e in competizione con l’Arabia Saudita per l’influenza della regione — ha costretto Hadi a lasciare la sua residenza. Da quel momento c’è stata un’escalation di violenza da tutte le fazioni in campo.

Oggi in Yemen le condizioni dei civili sono sempre più gravi: oltre 7,3 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti alimentari. Più di un milione di yemeniti sono tornati nelle loro case nonostante in molte zone i combattimenti siano ancora in corso, hanno riportato l’UNHCR, e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Jamie McGoldrick, funzionario dell’ONU, ha dichiarato lo scorso febbraio: “sette milioni di yemeniti non sanno quando sarà il loro prossimo pasto e sono sempre più vicini a morire di fame.”