Il 3 marzo scorso è uscito Superbattito, l’attesissimo disco d’esordio del cantautore romano Gazzelle che venerdì sera ha suonato per la prima volta a Milano, al Serraglio.

Alle 18.30 pare ci fosse già gente in fila sul marciapiede fuori dal locale in attesa di entrare. Noi siamo arrivati un paio di ore più tardi e, dopo aver respirato a pieni polmoni l’atmosfera magica del soundcheck, ci siamo seduti nel backstage a fare quattro chiacchiere direttamente con lui, Flavio, meglio noto come Gazzelle.

Come va? Ho saputo che hai avuto una giornata travagliata.

Eh sì, più che altro la band. Io in realtà ero già qui a Milano da ieri mentre gli altri sono venuti oggi in furgone. Era nuovo, l’avevamo appena cambiato e dopo mezz’ora si è rotto in autostrada. Disastro. Ci hanno chiamati alle 11 di mattina dicendo – siamo nella merda! – Poi Antonio (di Maciste Dischi ndr) ha gestito tutta la cosa, un macello. Alla fine è stato un miracolo se sono riusciti ad arrivare qua.

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Ti va di parlarci un po’ dell’album? 

Mmm, sinceramente non so dirti esattamente di cosa parli, penso ci voglia un po’ di tempo anche per me per capirlo… Comunque credo abbia un senso, o magari più sensi che si mischiano e formano un senso più grosso, unico.

Ho letto che definisci il tuo genere “sexy pop.”

È una cosa che abbiamo detto io e Antonio così, al bar, un po’ per ridere. Però poi obiettivamente, pensandoci, abbiamo deciso di tenere questa definizione. È un bel titolo e descrive bene il genere che faccio.

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L’idea della copertina invece chi l’ha avuta?

Diciamo che è stata un’idea comune. Io ho dato degli input a Daniele Moscioni, il grafico che l’ha realizzata e che è anche un mio amico, dicendogli che volevo una copertina un po’ volgare. Visto che comunque ho scritto un disco d’amore volevo che questa andasse un po’ in contrasto con la dolcezza dei testi. Volevo qualcosa un po’ fuori dagli standard, che colpisse. Quello su cui ho messo più bocca è stato il colore, doveva essere di quel colore lì, poi la foto e tutto il resto è stata una questione di teste che si sono incastrate. E alla fine il risultato devo dire che mi piace.

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In “Démodé” dici che la discoteca è passata di moda, io ho sempre pensato il contrario.

In realtà io non lo penso. A me magari in discoteca piace andarci ma non ci vado più perché tu hai detto che è démodé, allora anche io dico – okay, è démodé. La canzone in sostanza parla di schiavismo amoroso.

Ti ci ritrovi nel paragone che è stato fatto tra la tua musica e quella di Calcutta?

Sicuramente mi lusinga perché penso che Calcutta sia un artista valido che ha dimostrato tutto quello che doveva dimostrare, però descrivermi come il nuovo Calcutta mi sembra sempre una cosa senza senso perché è già lui nuovo. È che ai giornalisti piace etichettare un po’ tutto. Ma alla fine è normale, anche a me piace etichettare tutto. Forse è un vizio dell’umanità. Quindi alla fine io faccio le mie cose, mi concentro su quelle e mi interessa solo quello.

Quello che vi accomuna forse è il fatto di riuscire a parlare a una generazione.

Si, poi abbiamo la stessa età, viviamo o abbiamo vissuto nella stessa città, quindi diciamo che magari abbiamo uno sguardo abbastanza simile su quello che ci circonda. Penso sia anche fico il fatto che ci siano diversi artisti coetanei che alla fine poi parlano di cose comuni che gli succedono, anche se poi penso ci sia sempre stata questa cosa, basta pensare ai cantautori storici, erano tutti amici e tutti più o meno coetanei.

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Ho letto che prima di lavorare al disco avevi prodotto anche alcune tracce techno…

È vero. Sono molto appassionato di musica elettronica, mi piace il pop elettronico ma anche proprio la musica da club. Sono andato a ballare per anni, poi mi sono messo anche a fare qualcosa con Ableton, ho comprato un sacco di sintetizzatori perché ero andato in fissa e ho iniziato a produrre un po’ di cose ma così, per divertimento, in pigiama, a casa. Non ho mai tirato fuori niente e poi un giorno mi servivano i soldi e ho venduto tutto, all’improvviso.

Il rap invece ti piace?

È un genere che mi attira. Alcuni rapper io li reputo dei veri e propri cantautori. Per me sono al loro stesso livello. Nel rap magari c’è anche la fortuna di poter dire le cose senza alcun tipo di filtro. Della nuova scena apprezzo molto Rkomi e Ghali, lui in particolare penso sia proprio un fenomeno.

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Della Dark Polo Gang cosa ne pensi?

Alla Dark Polo voglio bene, siamo amici. Loro comunque sono super punk, fanno come gli pare e questa è una cosa figa secondo me. Poi hanno una loro coerenza artistica, la loro non è solo musica, hanno dato vita a una specie di movimento. Il loro è intrattenimento allo stato puro e su questo sono fortissimi.

Proprio oggi è uscito il singolo di Fabri Fibra con i Thegiornalisti. In generale l’indie o quello che l’indie è diventato si sta avvicinando sempre di più al rap. A te piacerebbe collaborare con un rapper?

In generale sì, dipende sempre da chi è l’artista in questione. Ovviamente lo farei a modo mio, non a tutti i costi, però se può uscirne una cosa interessante, stimolante, perché no? Sicuramente dovrebbe esserci un collegamento anche dal punto di vista musicale, le nostre produzioni dovrebbero sposarsi bene. Magari su queste cose più trap si potrebbe pensare a una collaborazione. Con Ghali ovviamente sarebbe bellissimo, ma ad esempio anche con i Carl Brave che sono appena usciti col disco. Abbiamo anche un linguaggio abbastanza simile. Vedremo.

Un grazie di cuore a Visco del Serraglio!

— FIN —

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