Una critica all’inconsistenza delle indagini di polizia che, secondo molti, non indagano abbastanza sui crimini commessi verso la comunità cinese.

Nella notte di domenica 26 marzo, la BAC (Brigade Anti-Criminalité) si è presentata al domicilio di Shaoyo Liu e della sua famiglia, nel nord-est parigino (19ème arrondissement) dopo aver ricevuto una chiamata che riferiva di “un uomo che minacciava delle persone con delle forbici.”

L’intervento ha provocato la morte dell’uomo, causata da una ferita mortale da arma da fuoco all’altezza dell’addome. Le versioni dell’accaduto proposte dalla polizia e dalla famiglia Liu tuttavia differiscono, e in modo sostanziale. I primi riferiscono di aver sentito della grida provenire dall’appartamento, di essere intervenuti ed essere stati per questo attaccati dall’uomo armato delle già citate forbici. A quel punto, dopo aver ferito uno dei poliziotti (in maniera superficiale, essendo dotato di giubbotto antiproiettile), per legittima difesa uno degli altri due ha aperto il fuoco uccidendo l’uomo. Le figlie di Liu, in casa al momento dell’intervento, riferiscono uno svolgimento dei fatti completamente diverso: affermano infatti come non ci fossero situazioni di pericolo, e di essersi anzi sorprese al momento dell’arrivo della brigata, la quale avrebbe colpito violentemente contro la porta, quasi con l’intenzione di fare irruzione. Secondo loro, il padre stava semplicemente pulendo il pesce per la cena, motivo per il quale è stato trovato in possesso di una cosiddetta “arme blanche.”

In un video le ragazze Liu raccontano l’irruzione della polizia, affermando che gli agenti non vestivano un uniforme né avevano dichiarato i motivi della loro presenza. Una volta entrati, e senza apparente motivo, ci sarebbe immediatamente stato il colpo mortale che ha ucciso Shaoyo Liu. La mancanza di uniforme e la conseguente paura delle ragazze ha un motivo: giusto lo scorso dicembre una famiglia di origine cinese è stata sequestrata e derubata à La Courneuve (Seine-Saint-Denis) da tre giovani vestiti come poliziotti.

Martedì 28 marzo la famiglia e l’avvocato hanno incontrato la polizia nel commissariato del XIXème, la quale sarà da loro denunciata con il supporto come parte civile del Consiglio Rappresentativo delle Associazioni Asiatiche, grazie all’intervento del presidente Jacques Sun.

Tra le polemiche in coda alla vicenda, anche il fatto di continuare a riferirsi a Shaoyo Liu come “un chinois”, raramente come “un homme chinois,” praticamente mai come “un homme.” Ciò detto, bisogna ammettere quanto l’origine di Liu sia anch’essa una notizia, soprattutto nel clima francese che si sta rivelando un’America europea nel tema delle violenze e delle uccisioni causate dalla polizia.

“La polizia non è razzista, le prove? Uccidono i cinesi, così come i neri e gli arabi”

Già ampiamente trattato, il tema delle “violences policières” (dal caso Adama Traorè, morto a 24 anni per asfissia, fino alla violenza perpetrata su Théo nel febbraio di quest’anno) viene in questo caso aggravato dal fatto che la violenza, perpetrata per legittima difesa o meno, sia avvenuta sulla porta di una casa privata, e non durante un controllo o un’evidente situazione di pericolo. La vicenda è molto complessa: a differenza di altri casi non ci sono testimoni altri che la famiglia e la polizia intervenuta, e già le due versioni discordano in maniera evidente. A lato di quest’ultimo fatto esiste però un’altra lettura, che riguarda in questo caso la comunità cinese.

Normalmente estranea ad agitazioni di massa o manifestazioni, si erano già fatti sentire nel settembre scorso dopo che Zhang Chaolin era stato aggredito da tre giovani in banlieue nord (Aubervilliers) morendo dopo tre giorni di coma per una grave ferita alla testa. In questo caso la comunità si era ritrovata in place de la République ed erano venute alla luce alcune questioni fin lì nascoste, come le molteplici aggressioni anti-cinesi spesso ignorate dalle forze dell’ordine, e trattate come aggressioni di serie-B.

Nella serata di martedì un secondo presidio è stato chiamato, sempre davanti al commissariato del XIXème, ed è stato chiaro come questa tragedia abbia mobilitato un insieme di persone che finora erano state quasi dimenticate. Sono continuati i presidi poi nella serata di mercoledì e giovedì in Place de la République.

“La famiglia di Shaoyo Liu ha distribuito questi volantini. Semplice, chiaro.”

(Un video girato la sera di martedì durante il presidio)

Già gli scontri della notte di lunedì avevano creato subbuglio per le auto bruciate, certamente, ma soprattutto perché a farlo erano stati “dei cinesi” (e che fosse questa la notizia principale si evince da molti titoli). Non dei giovani di banlieue di origine nordafricane, e non nella malfamata periferia bensì all’interno della périphérique (una sorta di circonvallazione esterna che delimita i confini della città di Parigi). Allo stesso presidio si potevano inoltre notare molti manifestanti (tutti di origine cinese, e qui va giustificata la distinzione), i quali indossavano le tipiche mascherine adatte alle peggiori giornati di smog di Beijing. Il gesto sottolineava da un lato un evidente bisogno di non farsi riconoscere, dall’altro però si poteva leggere anche come una voluta omologazione. Di conseguenza, una critica all’inconsistenza delle indagini di polizia che, secondo molti, non indagano abbastanza sui crimini commessi verso la comunità cinese. Uno dei motivi per cui essi sono un facile bersaglio, come affermato da Tamara Lui, membro del comitato di sostegno alla famiglia di Zhang Chaolin, è che “siamo una preda facile, perché siamo discreti, a volte non parliamo bene il francese e molti di noi non hanno i documenti in regola. E poi i pregiudizi, per i quali si immagina che i cinesi siano tutti dei ricchi commercianti.”

Motivazioni che mischiano il razzismo e i pregiudizi verso i cinesi in Francia con la realtà di un gruppo molto chiuso e riservato, che per primo limita i contatti verso l’esterno. Realtà poco osservata, se si pensa invece alla quantità di inchiostro versato per descrivere le violenze delle banlieue o quelle ai danni di ragazzi di origine africana. Sembra invece che questa comunità non sia estranea ad aggressioni e furti, al contrario, ne sia uno dei principali bersagli. Molte delle vittime però non arrivano alla denuncia, vuoi per timore di rappresaglie o perché coscienti dell’inutilità della stessa.

Il caso Shaoyo Liu continuerà a far parlare, ma forse saranno in pochi, meno di quelli che seguirono la morte di Adama o la violenza subita da Théo, coloro che si ricorderanno dell’accaduto.

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