Nel Regno Unito 200 fattorini si preparano ad andare in tribunale contro Deliveroo, per combattere il concetto stesso di “gig economy.”

Leigh Day, un team di avvocati britannico, si farà carico di una causa legale contro la startup di consegna di cibo a domicilio Deliveroo. L’annuncio, dato ufficialmente due giorni fa, conferma una notizia che era già nell’aria dallo scorso gennaio, quando Leigh Day aveva cominciato a dare consulenza legale al gruppo di riders — un modo smart per dire fattorini — intenzionato a far causa all’azienda. Contemporaneamente, era stato diffuso anche un form online da compilare per chi fosse interessato a prendere parte alla class action.

Così, i fattorini impegnati nell’azione legale sono passati da 20 a 200. In prima battuta, sarà richiesto l’arbitrato di Acas, un ente pubblico incaricato di dirimere controversie legate al lavoro. Se non si raggiungerà una soluzione concordata, si andrà in tribunale.

Oggetto del contendere, non per la prima volta, è lo status dei lavoratori di Deliveroo: dipendenti o liberi professionisti? L’azienda li considera liberi professionisti e, come tali, non godono dei diritti basilari dei lavoratori: malattia, ferie pagate, maternità, salario minimo (che in Regno Unito oscilla tra le 7 e le 9 sterline l’ora, a seconda delle condizioni).

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Ma i corrieri di Deliveroo — come quelli delle aziende analoghe, Just Eat, Foodora e UberEats — lavorano con pettorine e zaini con il marchio dell’azienda, devono sottostare a orari precisi, vengono reclutati attraverso un colloquio, la loro performance viene sottoposta a scrutinio da parte dei superiori, e, soprattutto, non possono decidere il prezzo delle proprie prestazioni.

È questo il paradosso — o meglio l’éscamotage — che permette alle compagnie della cosiddetta gig economy di prosperare, avvalendosi di lavoratori di fatto dipendenti trattati come se fossero autonomi. Un comportamento distorsivo ben collaudato e già da tempo sotto i riflettori.

Lo scorso agosto, qualche centinaio di corrieri di Deliveroo aveva scioperato a Londra contro l’introduzione di un nuovo schema di pagamento a cottimo, che contribuiva a precarizzare ulteriormente i guadagni — già magri — dei riders. Lo sciopero a oltranza, uno dei primi nel settore, era servito almeno a dissuadere l’azienda dall’applicazione forzata dei nuovi termini contrattuali anche ai fattorini già impiegati. Poche settimane dopo, la protesta si era estesa anche tra i corrieri dell’ultima arrivata sul mercato, UberEats.

In Italia, a ottobre scorso, hanno fatto notizia le agitazioni dei lavoratori di Foodora a Milano e a Torino, con una serie di scioperi, manifestazioni e appelli al boicottaggio, tanto che sembrava essere sul punto di consolidarsi un fronte comune internazionale dei lavori della gig economy.

Nello stesso ottobre, alcuni autisti londinesi di Uber, sempre sostenuti da Leigh Day, sono riusciti a farsi riconoscere da un tribunale del lavoro almeno lo status contrattuale di worker, non sovrapponibile a quello di lavoratore dipendente (employee) per numero di ore lavorate, ma protetto dagli stessi diritti minimi. L’azienda ha fatto appello contro la decisione, ma il precedente giudiziario è segnato: niente di sorprendente, per un’operazione che ha problemi legali dovunque — e non soltanto legati allo status dei lavoratori, da sessismo istituzionalizzato a cultura dello sfruttamento, da notti di follia in bordelli di lusso in Corea del Sud a minacce gravissime contro la stampa.

Più di recente, altre proteste contro Deliveroo sono andate in scena a Brighton e Leeds, chiamando in causa, questa volta, anche le politiche di reclutamento dell’azienda, che secondo i manifestanti terrebbe intenzionalmente alto il numero dei riders in modo da impedire di fatto che possano lavorare oltre un certo numero di ore e guadagnare, quindi, una paga decente. In linea con l’argomento spesso ribadito dai vertici aziendali, tanto di Deliveroo quanto di Foodora: il lavoro del rider dev’essere inteso come un secondo o terzo “lavoretto,” per arrotondare, nulla di serio.Non altrettanto quello dei manager, evidentemente, dato che le aziende in questione fatturano parecchi milioni.

Nella nuova class action patrocinata da Leigh Day si aggiunge un ulteriore capo di imputazione — quello della discriminazione d’età: Deliveroo ha infatti introdotto un limite minimo di diciott’anni per reclutare i propri riders, che secondo gli avvocati di Leigh Day è arbitrario e illegittimo.

Si tratta ancora di piccoli episodi, che difficilmente riusciranno a scalfire la posizione di potere delle aziende incriminate, almeno finché i parlamenti nazionali — o, perché no, quello europeo — non si faranno carico di disegnare nuove regolamentazioni per un modello di impiego che, sotto le forme tecnologiche del Terzo Millennio, nasconde un sistema vecchio quasi quanto la rivoluzione industriale.

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Ma il sottobosco in espansione della gig economy, o economia delle “piattaforme” — che si estende ben oltre la semplice consegna di cibo a domicilio — pone un problema culturale prima ancora che giuridico. Dietro il lavoro flessibile e precarizzato, fatto di micro-prestazioni mediate da un’app, si nasconde un’ideologia complessiva che recupera gran parte della vecchia retorica della self-manship imprenditoriale — niente orari, disponibilità illimitata, auto-promozione — e si traduce di fatto in una celebrazione del lavoro in sé e per sé, inscindibile dalla vita stessa, tanto più paradossale in quanto applicata a fattorini che guadagnano un pugno di dollari per consegna.

Il contrasto tra i due mondi (quello imprenditoriale e quello del lavoro dipendente e precario) ha trovato un’esemplificazione perfetta nel video, diffuso poche settimane fa, dell’amministratore delegato di Uber Travis Kalanick che sbotta contro uno dei propri autisti, dicendogli — in risposta a una lamentela per il calo delle tariffe — che “a qualcuno non piace prendersi la responsabilità della propria merda.”

Le proteste e i primi tentativi di auto-organizzazione tra i lavoratori hanno in qualche modo incrinato il quadro idilliaco — e separato dalla realtà — di modello economico apparentemente perfetto, in cui domanda e offerta combaciano alla perfezione grazie a un algoritmo e tutti sono felici di lavorare poco ma efficientemente. Un danno d’immagine prima che economico, per aziende abituate a diffondere di sé un’iconografia smart e friendly, adatta alla Silicon Valley, che è riuscita ad affrancarsi dalla percezione negativa delle multinazionali che si è consolidata a cavallo tra i due secoli. La tua cena a basso costo viene recapitata direttamente a casa da ciclisti felici di indossare le loro pettorine rosa e di guadagnare qualche euro di cui non hanno veramente bisogno, non certo da fattorini precari e sottopagati.

Forse anche per correre ai ripari sotto questo profilo, il giorno stesso dell’annuncio della class action sostenuta da Leigh Day qualcuno a Deliveroo ha pensato bene di organizzare a Londra una distribuzione di gelato gratis. È il capitalismo dal volto umano.

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