La teoria del complotto sui rapporti tra Russia e Trump non è piú teoria: come sono messi i tre principali indagati da FBI e intelligence statunitense.

La vicenda dell’influenza russa sulle elezioni statunitensi è, senza ombra di dubbio, la storia dell’anno scorso. La storia dell’anno scorso perché taglia trasversalmente così tante vicende di cronaca e di politica che è quasi impossibile non considerare il mondo in cui vivremo da quest’anno in poi come irrimediabilmente plasmato dagli eventi dello scorso anno.

Dopo la sconfitta di Hillary Clinton erano tanti i critici, anche molto progressisti, come Glenn Greenwald, a criticare le reazioni liberal al susseguirsi di notizie sulla possibile influenza russa sulle elezioni — accusata di essere quasi una deriva cospirazionista. Particolarmente ironico, considerato come proprio la destra di Trump viene regolarmente e giustamente accusata di essere completamente ubriaca di teorie del complotto.

Ma ad ogni nuovo dettaglio, ad ogni pagina che si aggiunge, la storia si fa sempre piú complessa, e assurda. E allora, si è complottisti, se poi il complotto era vero?

È in corso una vera e propria indagine di Stato sull’incursione russa — un’indagine che a lungo l’FBI ha nascosto ma che oggi sappiamo avere almeno tangenzialmente coinvolto il presidente degli Stati Uniti.

Che questa indagine stia effettivamente andando da qualche parte e che coinvolga anche il comitato elettorale di Trump è notizia di cui abbiamo conferma certa solo da ieri sera, quando in questa guerra di complottismi — in cui ricordiamo, solo quelli di una parte in questo momento hanno confermato di essere veri e non visioni psichedeliche — il parlamentare californiano democratico Adam Schiff ha annunciato che ci sono “prove piú che circostanziali di collusione tra Trump e Russia,” in risposta ai deliri di Devin Nunes, che per aiutare Trump — percepito in qualche modo come “circondato” dalle agenzie che sostengono il contrario della Casa bianca — ha costretto Schiff a sbilanciarsi sulla natura delle intercettazioni.

Nel tentativo di fermare lo straparlare del Presidente, infatti, in una serie di dichiarazioni senza precedenti i capi di tutte le agenzie a tre lettere statunitensi si sono sbilanciati, indicando che non era aperta nessuna indagine specificamente sulla campagna Trump: insomma, il presidente avrebbe mentito, ma basta che smetta, e va tutto bene. Devin Nunes, in un assist alla Casa bianca che, come è difficile immaginare, non gli costerà la carriera, ha annunciato che durante le indagini sulla Russia sarebbero state intercettate anche “persone statunitensi,” i cui nomi erano stati redatti come è solito fare, ma che “una fonte” gli aveva garantito che si trattasse anche dello staff dell’allora candidato Trump. Devin Nunes è un altro parlamentare californiano ed è presidente del Comitato sull’Intelligence alla Camera. Un dettaglio importante per capire perché abbia sentito il bisogno di dire il contrario di quanto finora annunciato da tutti i capi di tutte le agenzie a tre lettere: anche lui faceva parte del comitato elettorale di Trump.

La collaborazione tra Trump e Russia, insomma, oggi è ufficialmente promossa al di fuori del complottismo: ma resta una storia assurdamente intricata e complicatissima da ricostruire — malgrado molto sia avvenuto sotto gli occhi del pubblico, come vedremo.

In questa ricostruzione ci sono ancora molti buchi, buchi che presumibilmente le indagini della polizia federale potranno riempire in seguito, ma su cui noi oggi non possiamo che sorvolare, sperando di poterci tornare su quando i dettagli saranno piú chiari.

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Paul Manafort è stato presidente del comitato elettorale di Trump da aprile ad agosto. Contattato dal marito di Ivanka Trump Jared Kushner, un losco figuro di cui vi abbiamo parlato spesso, Manafort è vero, è stato anche consigliere di Reagan e Bush sr., ma dopo il periodo statunitense si è fatto un tour mondiale come lobbista di Viktor Yanukovych e di una bella collezioni di dittatori, dal filippino Ferdinand Marcos a Mobutu Seses Seko, e il generale della forza paramilitare per l’indipendenza dell’Angola Jonas Savimbi.

Manafort ha dovuto abbandonare la campagna elettorale di Trump quando sono emersi 12 milioni e 700 mila dollari in pagamento dal partito di Yanukovych per servizi mai chiariti.

Nelle ultime ore, grazie ad un reportage di Jack Gillum, Menelaos Hadjicostis e Eric Tucker per Associated Press abbiamo appreso che Manafort utilizzava una traccia cipriota come sistema per nascondere la provenienza dei propri fondi. È ormai chiaro, come anche dichiarato dal parlamentare Jackie Speier, che i servizi che Manafort offriva al partito di Yanukovych non erano semplicemente in ruolo di advisor: nell’ottobre del 2009 il conto cipriota di un’azienda che l’intelligence ha recentemente collegato a Manafort ha ricevuto da un’azienda sconosciuta un milione di dollari. Lo stesso giorno lo stesso milione veniva diviso in due parcelle da 500 mila dollari e veniva trasferito su due conti diversi, entrambi intestati anonimamente.

Quando Manafort si occupava di politica non andava molto meglio: sempre AP ha recuperato un piano strategico del 2005 in cui, di fronte al deteriorarsi delle relazioni tra la Russia e gli Stati Uniti di George W. Bush, suggeriva un piano di cui avrebbe potuto “beneficiare grandemente il Governo Putin.” AP non ha documenti che dimostrino quale fosse il piano che Manafort ha presentato a Oleg Deripaska — ma il magnate russo, che si occupa di alluminio, deve averlo apprezzato, firmando un contratto da 10 milioni di dollari annui nel 2006, e rinnovandolo fino al 2009.

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Roger Stone è un consulente politico e lobbista legato indissolubilmente al partito repubblicano, di cui è una delle personalità piú “oltranziste.” Non ha mai tenuto un ufficio pubblico, in compenso negli ultimi mesi si è specializzato come vero e proprio ufficio di propaganda falsa e teoria cospiratoria per la campagna elettorale, e poi per la Casa bianca, di Trump — dall’aver ventilato sospetti di omicidio da parte del partito democratico, al Pizzagate, passando per la fantastoria del figlio illegittimo mulatto di Bill Clinton.

La coordinazione con cui Stone si è mosso con i blogger della Alt–right e gli hacker che hanno passato a WikiLeaks i dati trafugati dai server del partito democratico aveva fatto sollevare piú di un sopracciglio già lo scorso autunno. Oggi sappiamo che Stone era in contatto con Guccifer 2.0, l’hacker russo considerato responsabile dell’attacco ai server della DNC.

Ricostruire il progressivo avvicinamento tra Stone e Guccifer è sorprendentemente facile: i due si sono scritti piú volte in pubblico, su Twitter.

Facciamo una breve cronologia. Lo scorso 14 giugno per la prima volta Ellen Nakashima collegava gli hack ai democratici con lo spionaggio russo, solo poche ore dopo “dal nulla” emerge Guccifer 2.0, l’hacker che rivendica di aver trafugato i dati dei democratici.

A luglio l’intelligence statunitense conferma i propri sospetti che l’hack sia di matrice russa, e l’allora candidato Trump da vero Patriota chiede agli hacker di attaccare anche la concorrente Clinton, per cercare di recuperare le famose “30 mila mail mancanti.”

Il mese successivo, ad un evento privato del partito repubblicano, Stone per la prima volta conferma di essere in contatto con Julian Assange di WikiLeaks, che aveva pubblicato volentieri le mail trafugate. Ora, la parola di Stone vale praticamente niente, ma finora Assange non ha sentito il bisogno di negare il collegamento, e il collegamento sembra provato dal fatto che Stone sapesse della seconda ondata di leak, quella che, insieme alle dichiarazioni del direttore dell’FBI James Comey, avrebbero probabilmente urtato Clinton sufficientemente per farle perdere il voto presso i Grandi elettori.

Ma qual è il ruolo di Guccifer 2.0 in questa vicenda?

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La settimana scorsa Stone ha ammesso di essere stato in contatto via Messaggi diretti su Twitter con l’hacker, e da lì avrebbe presumibilmente appreso dei leak che avrebbero colpito Podesta solo pochi giorni dopo.

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La notizia è emersa perché, in quella che sembra ubriacatura di potere — o forse, come sembra sempre finire, “perché si credeva intoccabile,” — Stone e Guccifer 2.0 si sono scambiati menzioni e apprezzamenti anche in pubblico su Twitter.

Queste, è vero, risultano essere al massimo prove indiziarie — ma è interessante come, questionato su chi dell’amministrazione fosse indagato, posto di fronte al nome di Stone, Comey si sia categoricamente rifiutato di rispondere.

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Michael Flynn è l’unico che finora ha iniziato a pagare il prezzo dei propri intrallazzi russi — è stato consigliere alla Sicurezza Nazionale dei primi giorni dell’Amministrazione Trump, finché non è emerso che aveva apparentemente mentito al vicepresidente Pence riguardo le conversazioni che aveva tenuto con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak durante il periodo di transizione. Le telefonate — cinque in un giorno — si sono susseguite tutte mentre Obama annunciava le sanzioni contro la Russia. Nei giorni successivi Flynn avrebbe ricevuto carte su come sollevare le sanzioni dall’avvocato di Trump Michael Cohen.

Flynn è tra gli investigati dall’FBI e dall’intelligence, ed è l’unico che è davvero stato bruciato dalla vicenda — non solo per le evidenti illegalità, ma per la propria totale incapacità di difendersi. Posto di fronte alle ricostruzioni di New York Times e Washington Post, Flynn non è stato capace di prodursi in dichiarazioni non sospette — come dichiarare di essersi dimenticato l’argomento di cinque telefonate in un giorno — e ha dovuto dimettersi senza — o prima che? — che emergessero registrazioni o cablo compromettenti.

Trump non ha mai nascosto di apprezzare Putin — e questo forse è il punto che rende più facile screditare le ipotesi troppo complottiste: Flynn, Stone, e Trump stesso, se stessero davvero facendo qualcosa di profondamente illegale, qualcosa che davvero giustifichi l’“odore di Tradimento” che si sente nell’aria alla Casa bianca, come l’ha chiamato lo storico Douglas Brinkleysarebbero impegnati a nasconderlo meglio, a offuscare, a fare controinformazione, invece la situazione sembra delineare un gran pasticcio gestito dagli agent provocateur più goffi della storia.

Ma come è possibile pretendere che tutte le piccole, e a volte gigantesche, rivelazioni che si susseguono non siano collegate? La vicenda russa resta ai limiti dell’incredibile: un direttore dell’FBI che testimonia che il presidente stia mentendo, un giro di corruzione da decine di milioni di dollari, hacker che parlano con i propri contatti politici su Twitter, e un presidente che dopo essere stato eletto non sembra del tutto certo di sapere nemmeno il contenuto delle leggi presentate dalla propria amministrazione — è già successo due volte. E questo, sospettiamo, è solo l’inizio.

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