Tutti gli anni, il 22 marzo, si ricorda la Giornata mondiale dell’acqua, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per sensibilizzare il pubblico sui tantissimi aspetti della questione acqua.

La sicurezza idrica da sempre costituisce un problema di apparentemente difficile soluzione, ma che potrebbe essere affrontato in qualsiasi momento.

È impossibile misurare l’efficacia e l’influenza di ricorrenze come questa, in parte proprio a causa della iper–saturazione di ricorrenze: lo sapevate che ieri era la giornata internazionale delle marionette?, ma soprattutto perché ad ogni anno di crisi economica internazionale si fa più chiaro che non ci sono le competenze e la volontà politica di fare dell’accesso all’acqua un centro di interesse fondamentale come l’economia, o, per i rari partiti che se ne interessano, il lavoro e i diritti.

foto Daniel Burgui, cortesia Azione contro la fame

Il disinteresse politico è così diffuso che anche gli organi che per antonomasia dovrebbero occuparsi della vicenda fanno poco, o quello che possono. Gli ultimi dati precisi che abbiamo sul numero di persone che si vedono negato l’accesso ad acqua di qualsiasi tipo — anche sporca — sono del 2013, e parlano di 780 milioni di persone.

Le sparute figure nella politica che si interessano dell’argomento citano come problema principale la mancanza di presenza fisica di acqua nelle zone interessate, e sulla difficoltà di gestire le risorse idriche in zone del territorio. Ma non è così.

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Secondo uno studio dell’OMS, il costo per la costruzione di un’infrastruttura per servire acqua ad ogni persona al mondo è tra i 20 e i 25 miliardi di dollari. È una cifra che ogni singolo grande governo semi-continentale, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche l’Unione Europea, si trova ad affrontare annualmente. Non si tratta di un problema irrisolvibile, ma di un problema che abbiamo deciso di non risolvere, perché al netto di quante persone siano quasi 800 milioni, si tratta globalmente di una minoranza, e di una minoranza che vive in condizioni di estrema povertà — il che li rende conseguentemente politicamente irrilevanti.

Se le forze del primo mondo decidessero di risolvere il problema in concerto, l’emergenza della sicurezza idrica sarebbe un non–problema. Di più: se quella cifra, tra i 20 e i 25 miliardi, vi sembra vagamente familiare, è perché di questi tempi l’avete letta di frequente: è il costo previsto per il muro con il Messico che non passa settimana senza che il Presidente degli Stati Uniti non prometta. Un parallelismo che in occasione della Giornata internazionale dell’acqua non è sfuggito a tutti.

foto Guy Calaf, cortesia Azione contro la fame

Ma il muro non si costruirà mai, dite? Altri esempi, per visualizzare quanto poco siano 25 miliardi di dollari:

In realtà mantenere difficile o impossibile l’accesso all’acqua per così tanti milioni di persone è chiaramente un programma politico, che permette di costringere  alla povertà chi ne è assoggettato. Secondo uno studio di OMS e Unicef del 2011, il 65% delle donne di quegli 800 milioni devono dedicare una parte importante della giornata alla ricerca di acqua — tempo prezioso che gli viene forzosamente negato, e che potrebbe essere dedicato, oltre che ovviamente all’educazione, banalmente a guadagnare un secondo stipendio.

Non ci sono soluzioni “smart” a questo problema, e forse per questo i tanti futurologi del primo mondo si interessano poco della questione.

No, la sicurezza idrica si costruisce costruendo infrastrutture in tutto il Sud del mondo: e infrastrutture non significa solo dighe, ma anche un profondo lavoro di rinnovamento mondiale di sistemi fognari e di trattamento delle acque.

Parte della risposta al protezionismo terrorista dei nuovi Stati Uniti è stato il matrimonio tra idee progressiste liberal e la retorica della globalizzazione — in un nuovo polpettone utopico e facilone a tempo uguale a quanto si diceva quindici anni fa, con “democratizzazione” sostituito a “libero mercato.” Ma se è vero che lo scopo è la democratizzazione, non c’è operazione più semplice, immediata, e low cost di lavorare per garantire accesso all’acqua a tutta la popolazione mondiale — se è vero che l’acqua è una risorsa, la politica mondiale deve iniziare a comportarsi di conseguenza: dalla mancanza di istruzione — perché chi deve cacciare acqua non ha tempo per iniziare percorsi formativi — alla produzione di gas serra. Secondo uno studio della ONG CDP, infatti, il mancato accesso ad acqua corrente aumenta drasticamente il rilascio di gas serra nelle industrie. Bisogna insomma riconoscere che l’impossibilità di ottenere acqua non è un problema, ma la causa stessa di infinite altre forme di insicurezza in tutto il Sud del pianeta.

 

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