Lunedì prossimo John Rayne Rivello affronterà in un tribunale federale l’accusa di aver provocato un attacco epilettico al giornalista di Newsweek Kurt Eichenwald attraverso “un’arma micidiale, vale a dire: un tweet e un formato grafico di interscambio (GIF)”.

A dicembre Eichenwald aveva ricevuto un tweet contenente una GIF luminosa e lampeggiante con la dicitura: “ti meriti un attacco epilettico per i tuoi post” — il messaggio aveva scatenato un attacco di svariati minuti al giornalista, che era stato soccorso dalla moglie prima e dal 911 poi. Dopo la denuncia, l’FBI era riuscita a individuare il mandante e arrestarlo con le accuse di cyberstalking e assalto aggravato con arma letale. Secondo gli esperti l’aggressione può essere equiparata all’uso di un pacco bomba o a certi tipi di avvelenamento cutaneo. In un articolo del Washington Post, la professoressa di diritto Andrea Matwyshyn spiega che “ciò che è nuovo, a causa della tecnologia, è la facilità con cui certi individui possono essere presi di mira oltre i confini dello stato da autori remoti.”

Il caso di Eichenwald è l’ultima, spiacevole, tappa nella formazione di una serie di linguaggi fondati sul web a partire da immagini e icone.

Da quando aziende del settore digitale hanno iniziato ad ampliare il vocabolario virtuale con un flusso continuo e ininterrotto di materiale, gli utenti hanno cominciato ad utilizzare le GIF come una vera e propria lingua — su Giphy vengono caricate più di 1 miliardo di immagini animate al giorno, per più di 100 milioni di utenti. Con un impatto così virale e massiccio era inevitabile l’ingresso in gioco di tutte le implicazioni semantiche che una lingua naturalmente sviluppa, portando ricercatori e studiosi ad analizzare l’uso che ne viene fatto quotidianamente. Due studenti dell’MIT, Kevin Hu and Travis Rich, hanno avviato un progetto dal nome GifGif, nel tentativo di individuare le emozioni associate ad una singola GIF.

L’uso della GIF da parte di John Rivello su Twitter è più strumentale che linguistico, ma pone comunque seri quesiti sull’approccio legale da adottare nei confronti di queste entità informatiche.

Già alla fine del 2014 la Casa Bianca aveva pubblicato un documento dal titolo 15 Economic Facts About Millennials, report economico sulla generazione nata nei primi anni Ottanta, accompagnato graficamente da emoji di ogni tipo. Così come le GIF, infatti, anche le emoji sono state al centro di un’enorme espansione del vocabolario comune, grazie all’onnipresenza di smartphone e computer.

La presenza così definita delle emoji all’interno delle nostre interazioni sociali ha spinto la compagnia londinese Today Translation ad aprire una posizione per emoji translator. L’azienda si è trovata spesso a collaborare con studi legali alla ricerca di una chiara traduzione (e interpretazione) delle conversazioni dei propri clienti avvenute tramite l’uso di emoji — va da sé che l’ambiguità di una icona grafica può regalare scorciatoie giudiziarie se non arginata con le dovute precauzioni.

Quasi il 92% di tutte le persone presenti online fa ora uso di emoji, e un terzo di esse lo fa quotidianamente, mentre su Instagram quasi la metà dei post pubblicati contiene un’emoji. Per alcuni le emoji sono solo un abbellimento del linguaggio, altri invece si sono addirittura lanciati nella creazione di un’emojipedia per raccogliere tutte le parole di questa nuova lingua — in entrambi casi viene comunque riconosciuto un valore a queste forme comunicative, che dunque finiscono per essere riconosciute anche a livello legale.

 

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