Abbiamo chiesto ai ragazzi in Olanda se hanno paura delle elezioni

Groningen, Paesi Bassi. L’atmosfera è talmente rilassata da sembrare quasi surreale, al punto da far dubitare del fatto che questa sera si sapranno i risultati delle elezioni che hanno fatto tanto discutere negli ultimi mesi. Eppure, le recenti proteste per via delle conseguenze che anni di estrazioni di gas stanno provocando al territorio, hanno reso quest’area tutt’altro che marginale nel dibattito politico del Paese.

Ma gli olandesi, forse per pragmatismo, o forse per cinismo, di questo appuntamento democratico non sembrano proprio volerne fare un casus belli. Non si sentono accesi dibattiti di politica nei bar, e gli esperti statisti che nel nostro Paese spuntano puntualmente come funghi alla vigilia di ogni elezione, qui sembrano occuparsi di altro.

“Vedo molto meno coinvolgimento rispetto alle scorse elezioni,” ci dice Jochem D., uno studente di filosofia che incontro per un caffè nel centro di Groningen. “Non abbiamo avuto molti dibattiti in tv, e anche quando ce ne sono stati, non erano molto appassionanti. Anche lo scontro tra Mark Rutte e Gert Wildeers (rispettivamente, l’attuale primo ministro, candidato per il VVD, e lo sfidante dell’estrema destra, famoso alle cronache per la bizzarria delle sue affermazioni e capigliatura, ndr), è stato interessante, ma non è stato detto nulla di nuovo.”  

Jochem, seppur sempre attento a non rivelare troppo della sua personale preferenza politica, mi fa capire di percepire una forte frattura all’interno della società olandese, combattuta tra la razionalità delle politiche lungimiranti, ma difficili da digerire, e l’immediatezza delle promesse irrazionali di politici che raccolgono il malcontento delle persone. “Il punto è: siamo ancora l’Olanda in cui le persone si sentono a casa? O siamo cambiati così tanto da diventare un giocatore troppo piccolo in un mondo enorme, tanto da doverci chiudere in noi stessi e sbarrare le frontiere?”

Proprio a proposito di frontiere, mi dice di aver notato che molti olandesi cominciano a chiedersi se rimanere nell’Unione Europea sia ancora un affare per la loro nazione. “Non credo che ne usciremo presto, ma capisco il punto di vista di chi dice —ehi, perché  dovremmo spendere dei soldi per aiutare delle persone che non conosciamo, e che si sono inguaiate da sole? Anche a me farebbero comodo un centinaio di euro extra a fine mese! — (parlando dei greci, ndr). Tutte le spiegazioni razionali del mondo non conquisteranno il voto di chi la pensa così.”

Anche Stef  B., 24 anni, studente di giornalismo e appassionato commentatore politico, si mette nei panni di coloro che hanno sofferto la crisi. Ma è meno incline a comprenderne le istanze nazionaliste.

“Ci propongono così tante discussioni circa l’identità del popolo olandese: io credo siano idiozie! Certamente abbiamo dei valori e una nostra identità, ma quando sento membri del CDA (i democristiani olandesi, ndr) dire che l’uguaglianza degli individui è parte della nostra centenaria tradizione cristiana, beh, penso alle donne, che in Olanda hanno diritto a votare da meno di cent’anni…”

Stef ripone molte speranze in queste elezioni, che vede come il primo vero passo fuori dalla porta della recessione economica.

“Sì, abbiamo avuto la crisi e ci sono stati molti tagli alla spesa pubblica. Però ora possiamo tornare in carreggiata e ricominciare a spendere. Il punto è: in cosa investire? Sull’economia, sul mercato del lavoro o, come propongono quelli di GroenLinks (i verdi, ndr), nell’energia sostenibile? Sono elezioni di speranza perché da qui si può davvero definire la forma del Paese nei prossimi anni!”

Se fosse per lui, al primo posto sull’agenda politica ci sarebbe l’ambiente. ” È vero, l’investimento nelle energie sostenibili è un dibattito di lusso, in un certo senso, se pensi a Paesi che ancora faticano ad uscire dalla crisi economica. Ma in vent’anni, quando i danni dell’inquinamento diventeranno ancor più tangibili, la temperatura si alzerà e i ghiacci si scioglieranno…potrai anche avere una casa più grande, o un mercato del lavoro in salute, ma cosa te ne fai?”

Con il sistema elettorale olandese è difficile dire chi sarà al governo domani. Secondo Stef, i partiti che avranno il maggior numero di voti manterranno la promessa di non allearsi con l’estrema destra del PVD di Geert Wilders. Tuttavia, questo li costringerà a formare un governo con una coalizione di quattro o cinque partiti, il che rende la prossima legislatura destinata ad una fine prematura.

Considerata la piega che ha preso la conversazione, non posso fare a meno di proporgli il recente dibattito italiano circa l’opportunismo di un sistema proporzionale in società altamente diversificate e stratificate come sono quella olandese ed italiana, seppure in modi diversi.

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“Capisco il problema, ma credo che i governi di coalizione siano comunque la soluzione migliore. Il compromesso è importante, ed in politica è una cosa buona. Se credi in un partito e vuoi che le sue istanze vengano portate avanti, è chiaro che avere un governo di un solo colore è più semplice. Ma alla fine del mandato, quando verranno eletti i tuoi avversari e cancelleranno tutto quello che hai costruito in quattro anni, non avrai fatto molti passi avanti. Lo si vede con Trump ed Obama per esempio.”

Comprendere il panorama politico di un Paese non è affatto cosa facile, nemmeno quando si tratta del posto in cui sei nato. È tuttavia ancor più complesso districarsi tra le vicende dell’agorà pubblica di un luogo che ti sta ospitando solo temporaneamente, o nel quale ti sei trasferito da poco.

Abbiamo collezionato un po’ di opinioni sulla società olandese tra coloro che le vedono, con un occhio esterno, dall’interno.

La cosa che mi ha colpito di più qui in Europa è la centralità del tema dell’immigrazione, ci dice Joe C., dall’Australia. “Anche da noi ovviamente è un tema importante, ma qui ogni discussione politica sembra finire col parlare di immigrazione, e dall’immigrazione si finisce con il parlare dell’Islam.”

Lui ci dice di non aver provato sulla sua pelle la sensazione di essere discriminato per via delle sue origini non olandesi, ma è pur consapevole di essere in una posizione privilegiata.

“Sono un maschio, bianco e cristiano. Non è lo stesso per un mio amico indiano ad esempio. Non è mai successo nulla di violento o particolarmente scioccante, solo che a volte andiamo alle feste insieme, e mi accorgo che io vengo accettato più facilmente, mentre lui è come se fosse tagliato fuori dalla conversazione.”

Secondo Joe, tuttavia, l’integrazione è fondamentale che venga da entrambe le parti e porta ad esempio la comunità italiana in Australia.

“Ci sono anziani italiani che vivono in Australia da moltissimo tempo che si affidano ancora ai loro nipoti per le cose più semplici, perché non hanno mai imparato l’inglese. Non ne hanno avuto bisogno perché vivevano in quartieri in cui tutti erano italiani, c’erano negozi di alimentari italiani e pochi contatti con la società australiana. Questo nel tempo ha causato scontri e frizioni, ma è normale che sia così. Eppure, le nostre culture non sono così diverse, c’è un terreno comune.”

Riguardo agli olandesi, Joe si è fatto un’idea che sembra essere molto condivisa tra coloro che si sono trasferiti con un bagaglio di preconcetti che hanno dovuto mettere in discussione fin da subito.

“La proiezione che abbiamo della società olandese dall’esterno è quella di un posto molto liberale. Quando arrivi qui però ti rendi conto di quanto gli olandesi siano fondamentalmente conservatori. Prendi la marijuana per esempio. Sì, è legale, ma non per questo chi ne fa uso non è stigmatizzato dalla società, anzi, chi ne fa uso cospicuo viene giudicato. Per questo ora non mi sorprendono il consenso di Geert Wilders, o dei tre partiti dichiaratamente cristiani.”

Un paradosso simile l’ha notato anche Federico D., dottorando a Utrecht di origini venete, auto-definitosi un nerd della politica.

La cosa che lui ritiene più interessante di queste elezioni infatti, non è tanto l’ascesa dei partiti di destra, quanto più il crollo di quelli di sinistra.

“La mia paura è che, per un ossessione un po’ sud–europea di vincere le elezioni ci concentriamo troppo su una modesta crescita del PVV, che comunque rimane una cosa un po’ folkloristica, e meno sul suicidio del Pvda (i socialdemocratici, ndr). Se da noi il PD passasse dal 27% delle ultime elezioni, al 7%, ci aspetteremmo il centrodestra, o il M5S al 40%. Qui è successa una cosa molto più strana perché non c’è stato un partito in grado di riprendersi i consensi persi a sinistra, e nei sondaggi ora sta salendo molto il CDA (i democristiani olandesi, ndr), che stanno superando anche il VVD (il partito di centrodestra di Mark Rutte, l’attuale primo ministro, ndr). Farebbe molto ridere se un partito che era dato per morto superasse il favorito alle elezioni!”

Con Federico ho anche affrontato, inevitabilmente, il tema che arrovella le menti di molti italiani residenti qui in Olanda.

Perché qui il proporzionale sembra funzionare senza grossi problemi, mentre da noi è costantemente sotto accusa?

Il fatto che dal 2002 gli olandesi non abbiano avuto un solo governo che sia arrivato a fine legislatura non sembra sconvolgere, né preoccupare nessuno. Certo, c’è la consapevolezza che i governi di coalizione si risolvono quasi sempre fatalmente in governi di centro, ma anche solo l’idea di portare in parlamento delle istanze progressiste attraverso, ad esempio, il partito dei verdi, sembra accontentare gli animi più estremisti.

“Qui c’è molto l’idea del dialogo e compromesso,” mi spiega Federico secondo il suo punto di vista. “Avendo una società così stratificata, il proporzionale funziona perché rappresenta popoli diversi, che poi si accordano in parlamento. Questo non vuol dire che sia gratis, come per i socialdemocratici (PvdA, partito di sinistra che ha subito un crollo elettorale storico, probabilmente proprio a causa della virata verso il centro che ha compiuto in alleanza con l’ultimo governo di centrodestra, ndr). Se tu fai una cosa terribile salti per aria, però non già nel momento dell’accordo, come da noi. Non credo che qui impazziranno se ci sarà una lunga trattativa per formare il governo, non vedo molta isteria in giro.”

Un punto di vista diverso mi è offerto da Richard R., dal Regno Unito. Lui mi racconta che, quando ha visto il numero di partiti candidati alle elezioni, ha strabuzzato gli occhi, abituato com’era al suo sistema bipolare. Questo tuttavia lo rassicura circa le eventuali conseguenze di una vittoria del temuto populismo di Geert Wilders, che, ci dice, anche se prendesse un alto numero di voti, non sarebbe in grado di governare. Anche lui, come Joe C., ci conferma di non sentirsi minacciato dalle istanze nazionaliste che sono emerse durante questa campagna elettorale, ma solo in quanto bianco, maschio e cristiano. E questo è ancora più preoccupante.

“È strano per me, perché come Trump o Farage, loro (i populisti, ndr) parlano alle persone che sentono di non essere ascoltate, ma il punto è questo: a volte queste persone non vanno ascoltate. Io sono di origini miste, mia mamma è indiana e mia moglie è greca. Odio sentire affermazioni razziste, ma in una democrazia devi lasciare che anche queste persone dicano come la pensano, e poi puoi ignorarle.”

Quando domando a Richard cosa ne pensa di un possibile scenario in cui i Paesi Bassi decidono di uscire dall’Unione Europea, tira un forte sospiro, come molti dei cittadini inglesi che in questi mesi si vedono costantemente confrontati con la decisione presa alla fine dell’anno passato.

“Purtroppo vedo la Brexit come un fenomeno a effetto domino. Personalmente ho votato per rimanere, e ci credevo molto, ma credo anche che il mandato originario dell’UE sia stato sconvolto e ci siamo mossi verso un processo basato molto meno sul consenso di tutti. Ora mi sembra che si tratti sempre di più di una sfida tra diverse élite, delle élite tendenzialmente capitaliste, di centrodestra, più interessate ai soldi che alle persone. Ed è chiaro che anche i Paesi Bassi abbiano qualche problema con l’Europa, ma non credo che saranno loro la sfida per l’Unione. Vedo molti più problemi venire dall’Italia, dalla Spagna e dalle elezioni in Germania.”

Il viaggio verso la comprensione del pragmatismo olandese assume tinte ancora più inaspettate quando Esther H., 24 anni, cittadina olandese, invece, mi dice che i calcoli elettorali proprio non la riguardano.

“Non ho idea di chi possa vincere queste elezioni, ma non mi interessa. So che con il mio voto non posso influenzare gli accordi che i partiti faranno una volta entrati in Parlamento, non posso decidere delle coalizioni. Però so che posso dare voce alle cause che ritengo importanti. Credo che bisognerebbe votare in base a quello che si crede, in base al tipo di società che ci immaginiamo. Poi è compito dei politici trovare le soluzioni e governare.”

Dunque, a prescindere dai risultati della conta che, nel timore di attacchi nel sistema informatico, gli scrutatori conteranno a mano questa notte, sembra che un’eventuale vittoria di Geert Wilders preoccupi più la stampa internazionale rispetto alla popolazione olandese, che tutto sommato sembra essere fiduciosa del proprio sistema elettorale e dei pesi e contrappesi che garantisce.

 

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