Quello di ieri non è stato uno scontro tra una massa di facinorosi e un rispettoso leader politico liberale, ma una reazione all’esercizio di una violenza costante da una posizione di assoluta preminenza mediatica.

Ci sono molte ragioni per stigmatizzare gli scontri di ieri sera a Napoli: si può genericamente “condannare la violenza,” com’è di rito per qualsiasi figura istituzionale in ogni punto dello spettro politico; si può accusare i riottosi di aver distorto e inquinato una protesta altrimenti pacifica — a cui hanno partecipato anche diversi membri della giunta comunale cittadina; si può notare, soprattutto, che la violenza di strada del tipo andato in scena ieri — sassi contro la polizia, vetrine spaccate, auto bruciate, cassonetti rovesciati — non risulta rivolta pienamente contro il bersaglio politico dichiarato: danneggia indiscriminatamente gli spazi comuni, esaurisce il proprio senso nell’azione stessa, ha a che fare più con un rituale identitario di appropriazione dello spazio che con la lotta politica, e per questo può svolgersi con copione invariato in circostanze diversissime.

Ma sarebbe un errore ricondurre tutto soltanto a un problema di ordine pubblico, come ha fatto il sindaco De Magistris, che in extremis aveva provato a bloccare la manifestazione di Salvini alla Mostra d’Oltremare — la fiera di cui il Comune è azionista di maggioranza — e che ora dà la colpa degli scontri a chi non gli ha “dato ascolto,” cioè il ministro dell’Interno Minniti, intervenuto per garantire lo svolgimento regolare della convention.

Déjà vu?

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Mentre Salvini incassa solidarietà un po’ dappertutto — anche dal presidente della regione Campania De Luca — e se la prende con uno dei suoi bersagli preferiti degli ultimi tempi, le “zecche” dei centri sociali, il tenore dei commenti scade facilmente nel vieto argomento per cui in democrazia bisogna concedere spazio e diritto di parola anche a chi la pensa diversamente, e per questo vanno condannate le proteste, che anzi rischiano di far passare Salvini per un “martire,” e così via, secondo uno schema sentito e risentito. Ma il principio è talmente generico da essere privo di significato, e anzi le sue implicazioni sono piuttosto pericolose.

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Il presupposto è, infatti, che le “parole” siano in qualche modo tutte equivalenti, sullo stesso piano, e quindi tutte lecite — ma sappiamo che non è così neanche per la legge, che punisce esplicitamente vari reati connessi all’uso della parola, dalla diffamazione al vilipendio del Capo dello Stato.

Serve ribadire l’ovvio: tutte le parole producono effetti sulla realtà, tanto più estesi quanto più è elevata la loro capacità di diffusione e penetrazione. Per questo, non bisogna avere ritegno a dire che Salvini e la Lega sono pericolosi: la retorica di odio e discriminazione che alimentano da quasi trent’anni non resta circoscritta ai tweet e agli status su Facebook, ma si riverbera nel mondo “reale” e produce conseguenze a lungo termine. L’abbiamo visto nei sassi contro i profughi accolti a Tor Sapienza — dietro le cui manifestazioni “spontanee” non mancava qualche esponente leghista vicino ai movimenti neofascisti — nelle barricate a Goro, nelle due donne rom chiuse in gabbia dagli impiegati del Lidl a Follonica.

Per identificare e isolare i tratti di questa retorica non servono gli automatismi di una legge, ma è necessario un discernimento politico — e di buon senso. Lo stesso Salvini rifiuta abitualmente l’etichetta della xenofobia, ma il razzismo e l’intolleranza emergono costantemente dagli slogan, dalle frecciate, a volte soltanto dal disprezzo implicito un caps lock — e non ci vuole molto a riconoscerlo.

È una violenza verbale spesso subdola, e sono in molti a sottovalutarla anche all’interno della stessa Lega, dove non manca chi la derubrica come un semplice espediente per attrarre consensi — ammettendo candidamente (come fece Beppe Grillo in un vecchio post ormai famoso) che sfruttare l’odio e l’intolleranza paga in termini elettorali.

Quello che è andato in scena ieri non è stato uno scontro (a distanza) tra una massa di facinorosi e un rispettoso leader politico liberale, ma un’esplosione di violenza dimostrativa come reazione all’esercizio di una violenza costante da una posizione di assoluta preminenza mediatica. Due tipi di violenza, quindi, in alcun modo comparabili: è legittimo condannare entrambe, ma è indispensabile riconoscere le differenze che le separano, sia per quanto riguarda le modalità, sia per quanto riguarda i bersagli: da un lato le minoranze, i più deboli, i diversi; dall’altro, Salvini.

La vicenda di ieri — scontri inclusi — è servita anche a dare un segnale politico chiaro: la transizione “sovranista” della Lega non sarà indolore, e fare presa sull’elettorato meridionale — anche supponendo che la svolta sia sincera — non sarà facile per il leader del Carroccio, la cui posizione si aggrava parallelamente anche sul fronte interno al partito, dove chi già non vede di buon occhio l’accantonamento del nordismo avrà buon gioco a far valere la propria posizione, se la strategia non paga.

— FIN —

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