Ieri alla Ex Fornace Gola, a Milano, è stata inaugurata la mostra Nome in codice: Caesar che documenta le torture nelle carceri siriane del regime di Bashar Al Assad.

Caesar ospita trenta scatti di corpi senza vita massacrati dalle torture, mutilati e con gli occhi cavati. Le immagini agghiaccianti arrivano a Milano dopo essere state esposte alle Nazioni Unite a New York, a Washington, al Parlamento Europeo e al MAXXI di Roma.

Gli scatti appartengono a Caesar, nome in codice per un disertore dell’esercito siriano che è riuscito a trafugarli prima di fuggire. Le fotografie sono state poi autenticate da diverse commissioni di inchiesta e sono la prova delle torture e dei crimini contro l’umanità e di guerra che l’esercito di Assad mette in atto da decenni.

All’inaugurazione della mostra erano presenti Shady Hamadi, giornalista e scrittore italo-siriano, Mazen Alhummada, sopravvissuto alle torture delle carceri siriane, Paolo Branca, professore dell’Università Cattolica di Milano e Danilo De Biasio, organizzatore del Festival dei Diritti Umani di Milano. Moderatore Fouad Rouehia, giornalista italo-siriano.

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Mazen ha raccontato la sua testimonianza di sopravvissuto a un anno e sette mesi nel carcere di Mezzeh, nella zona di Damasco. Ha quasi quarant’anni e viene da Dayr az-Zawr, città controllata dal regime e assediata da Daesh. Ha la schiena curva ed è magrissimo. Fuma due pacchetti di sigarette al giorno e non riesce a dormire né a mangiare.

Mazen è stato arrestato tre volte dalle forze di polizia siriane perché è stato fra i primi a scendere in piazza per rivendicare la democrazia, contro il regime di Bashar Al Assad.

Il terzo arresto è avvenuto nel 2012, quando stava cercando di portare del latte in polvere per la prima infanzia in una zona sotto assedio.

“Ero in macchina insieme a due miei nipoti, uno studente di architettura e uno di scienze sanitarie. Di loro non si sa più nulla, se non che erano nelle prigioni di Assad, ma non si sa se siano vivi o morti.” racconta.

Sono stati arrestati e caricati nel portabagagli di una macchina, senza sapere chi li avesse presi e dove stessero andando. Una volta arrivati alla struttura detentiva dei servizi segreti presso l’aeroporto militare di Damasco, sono stati picchiati e torturati ripetutamente con calci, pugni, bastoni e calci di fucili. “Mi hanno messo per terra, sdraiato, e hanno iniziato a picchiarmi in quattro fino a rompermi le costole anteriori e posteriori” ricorda Mazen.

Il sopravvissuto spiega che gli aguzzini chiedevano a tutti i prigionieri di confessare qualcosa che non avevano fatto, ovvero di aver utilizzato armi nelle prime fasi della rivoluzione siriana.

La rivoluzione siriana era non violenta e chiedeva la libertà; secondo Mazen “mi hanno chiesto di ammettere di aver utilizzato armi per fare rapporto alle Nazioni Unite, sostenendo che la rivoluzione fosse violenta. Volevano deviare la realtà.”

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Mazen prosegue raccontando di essere stato legato per i polsi con delle manette e sollevato a quaranta centimetri da terra. Le manette gli tagliavano le carni e sembrava quasi che le mani si staccassero. “Se urlavi di tiravano in bocca una scarpa. Poi hanno cominciato a pungermi con degli spunzoni metallici e a spegnermi delle sigarette addosso.”

Dal momento che non aveva confessato, i soldati sono passati a un’altra tortura. “Mi hanno messo una morsa attorno al pene e continuavano a stringere, stringere, stringere e sembrava quasi che mi volessero evirato. Nel frattempo c’era uno da dietro che mi sodomizzava con un oggetto metallico, dicendo “ammetti, confessa, oppure continuo” ricorda Mazen.

Di fronte a queste torture, come molti, non ha resistito e ha confessato ciò che non aveva fatto.

Mazen racconta che venivano utilizzati anche altri tipi di torture e che le sofferenze erano dovute anche alle condizioni di reclusione.

Spiega che a volte venivano infilate quindici persone in celle di due metri per due, mentre altre volte succedeva che in stanze di diciassette metri per sei venissero stipati oltre cento prigionieri. Malattie respiratorie, morti per asfissia, malattie cutanee e seri problemi igienici erano all’ordine del giorno, ovviamente senza alcun tipo di accesso all’assistenza medica.

Mazen racconta poi di essere stato trasferito all’Ospedale Militare 601, il “mattatoio.”

“Quando mi hanno fatto uscire dalla cella per portarmi al mattatoio mi hanno detto di dimenticarmi il mio nome, perché d’ora in poi il mio nome sarebbe stato 1858, un numero di quattro cifre come quelli che vedete sulle fotografie dei cadaveri esposti in questa mostra” spiega; e prosegue: “a ogni persona venivano attribuiti due numeri, uno che si riferiva alla sua identità e l’altro alla branca dei servizi segreti che la deteneva.”

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Mazen spiega che arrivato in ospedale i medici e gli infermieri si sono sostituiti ai suoi aguzzini. Ricorda di essere stato incatenato a un lettino insieme ad altre tre persone. Gli hanno messo una flebo, senza curarsi di infilare l’ago in vena, ma inserendolo dove capitava, per poi dirgli “muori, sbrigati.”

I prigionieri del mattatoio potevano andare in bagno ogni dodici ore e nel tragitto venivano picchiati. Il bagno rappresentava uno spettacolo terribile. Era pieno di cadaveri, ammassati ovunque. Mazen racconta di non essere riuscito a espletare i suoi bisogni per via della situazione agghiacciante. La guardia che lo aspettava davanti al bagno, però, lo ha spinto nuovamente dentro, obbligandolo a urinare sui corpi dei suoi connazionali.

Ricorda poi che una notte, verso mezzanotte, alcuni secondini erano arrivati ubriachi al mattatoio, avendo ricevuto l’ordine di liberarsi di alcuni prigionieri. Hanno usato una mazza ferrata per uccidere un amico di Mazen, colpendolo ripetutamente alla testa. Il suo cadavere, poi, è stato gettato nel bagno.

Mazen dopo cinque giorni è stato riportato in carcere, dove ha passato tre mesi, per essere poi trasferito a giugno 2013 alla struttura detentiva del tribunale militare, dove sarebbe stato giudicato.

Racconta che lì, all’aeroporto militare di Mezzeh, i prigionieri venivano usati come scudi umani. La struttura si trovava, infatti, vicino a una zona controllata dai ribelli. Ogni volta che questi si avvicinavano, i soldati facevano uscire i prigionieri dalle celle, disponendoli in file lungo il fronte e comunicavano ai ribelli che se si fossero avvicinati, li avrebbero ammazzati.

Per concludere la sua testimonianza, Mazen mostra le fotografie di cinque suoi parenti che si trovano ancora nelle carceri siriane, di cui non si hanno notizie. Ringrazia il pubblico che si alza in piedi per applaudirlo, commosso, e anche lui fatica a trattenere le lacrime.

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— FIN —